| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
Nonostante i numerosi precedenti, ciò che sta accadendo in questi giorni nel giornalismo italiano, con la cacciata di Piero Sansonetti dalla direzione di “Liberazione” (l’organo ufficiale di Rifondazione Comunista), la querela del consigliere d’amministrazione della Rai Angelo Maria Petroni ai danni di Loris Mazzetti e gli attacchi bipartisan a Michele Santoro e alla sua trasmissione (con Berlusconi arrivato perfino a difendere la Annunziata per essersene andata da “AnnoZero” come lui che, il 12 marzo 2006, aveva fatto la stessa cosa durante un’intervista proprio con l’Annunziata) è probabilmente l’apice di una strategia di distruzione della libertà di stampa e d’espressione che, talvolta, pare che convenga ad entrambi gli schieramenti. Per quanto Berlusconi e soci, in fatto di censure ed epurazioni, siano dei maestri inarrivabili, lascia molto perplessi il comportamento degli esponenti dell’opposizione, sia di quella parlamentare sia, e soprattutto, di quella extra-parlamentare. A parte le solite voci fuori dal coro, infatti, anche la sinistra non sembra aver manifestato grande indignazione per quanto sta succedendo, come se fosse normale prendere un direttore e sbatterlo fuori in malo modo solo perché le sue idee non sono più (o, meglio, non sono mai state) perfettamente sovrapponibili alla linea politica dei nuovi arconti del partito. Per carità, come ha ricordato giorni fa Antonio Padellaro, un editore ha tutto il diritto di scegliere il direttore che più gli aggrada ma non ha, e non deve avere, in un Paese democratico, il diritto di cacciare via così chi per anni ha svolto un ottimo lavoro, tenendo a galla il giornale di un partito abbandonato dagli elettori e ormai prossimo alla scomparsa. Senza dimenticare che Sansonetti è riuscito pure nell’impresa, tutt’altro che semplice, di sostituire un mostro sacro come il compianto Sandro Curzi senza farlo rimpiangere. Ma a Ferrero, assurto nel luglio scorso alla guida di Rifondazione dopo un drammatico congresso a Chianciano, gli uomini liberi e i giornalisti indipendenti piacciono solo quando sono liberi e indipendenti in casa d’altri perché evidentemente appartiene alla corrente di pensiero secondo cui “i panni sporchi si lavano in casa” e chi è all’esterno è meglio che non sappia. In uno splendido editoriale apparso su “Liberazione” (“Io ho paura”) lo scorso 11 gennaio, l’ex direttore afferma: “Mi hanno detto – i dirigenti di Rifondazione – che devo andarmene perché non rispetto la linea del partito. Anzi, mi hanno detto che la contrasto apertamente. Mi sono chiesto: ma qual è la linea del partito? Quando Liberazione l’ha contrastata?”. Dopodiché elenca una serie di episodi in cui “Liberazione” è stata aderente alla linea di Rifondazione e continua con un attacco durissimo e assai amaro alle scelte del nuovo segretario: “La verità è che il tono non lo ha alzato il giornale, ma il partito. Che ha cambiato repentinamente tutte le sue posizioni. Che è arrivato fino ad esaltare il muro di Berlino, il comunismo di Honecker, di Breznev, di Gomulka. Noi abbiamo solo cercato di resistere, di mantenere vivo il cammino che la sinistra, e il comunismo italiano, avevano percorso in tutti questi anni, e che ora – scusatemi se cito Bertinotti, ma io stimo molto Bertinotti e gli sono grato per tante cose – ora è del tutto irriconoscibile”.
Non si può certo dare torto a Sansonetti quando dice di avere paura che la sinistra, smarrendo se stessa e comportandosi in questo modo, sta consegnando il Paese nelle mani di Berlusconi “per dieci anni, per cento, per sempre”. Sarebbe, invece, interessante rivolgere qualche domanda a Ferrero e compagni per sapere come abbiano fatto a nascondere così bene per tutti questi anni il loro DNA berlusconiano e come facciano a non arrossire criticando Berlusconi quando loro sono i primi a sbattere fuori chi non si dimostra un fedele epigono e osa addirittura mettere in discussione le loro discutibilissime idee.
Venendo alla vicenda di Loris Mazzetti, che già aveva avuto un’infinità di problemi per aver pubblicato un saggio dal titolo “Il libro nero della Rai” (Aldo Grasso sul “Corriere della Sera” era arrivato a chiederne il licenziamento dalla Rai con annessa cacciata), la sua imperdonabile colpa – secondo Petroni – sarebbe quella di averlo diffamato in un articolo pubblicato su “l’Unità” il 4 maggio 2008. Il pezzo, intitolato “Se Petruccioli salva Saccà e butta il codice etico della Rai” era una lunga riflessione sui futuri assetti della Rai dopo la vittoria elettorale di Berlusconi; e Loris sosteneva che molti nell’azienda fossero dell’avviso che un ritorno del Cavaliere a Palazzo Chigi avrebbe riportato in auge anche Saccà e altri “fedeli” che tanto si erano adoperati per la gloria di Sua Emittenza nel quinquennio 2001-2006.
La parte dell’articolo che deve aver fatto venire il sangue agli occhi al consigliere Petroni è quella in cui Loris scrive: “Ma a ben cinque mesi dallo scandalo delle intercettazioni telefoniche, dall’inizio dell’inchiesta della procura di Napoli e quant’altro, in Cda arriva il caso Saccà, che non viene affrontato per quello che è, un fatto etico-professionale, ma con tutti i crismi del caso politico. Si è discusso, grazie all’intervento, forse non casuale, sul <<Riformista>> di Giovanni Minoli se Saccà doveva essere o no riabilitato. I consiglieri Staderini, Petroni ed altri hanno tenuto un comportamento non da amministratori ma da politici, dimostrando che rappresentano interessi di terzi e non dell’azienda”. Sicuramente, l’analisi non è leggera ma ad un bravo cronista non è richiesto di essere leggero né di “alleggerire” i fatti quando pesano come macigni, ma di dire la verità; se la verità è questa, per quanto scottante, gli esimi interessati hanno poco da lamentarsi e da querelare. Petroni, in particolare, prima di adirarsi tanto dovrebbe chiedersi come mai qualcuno dubiti della sua indipendenza, considerando che (racconta Beppe Giulietti sul suo blog su “Micromega”) nell’agosto del 2003 fu visto camminare allegramente in una baita a Lorenzago in compagnia di Calderoli, Tremonti e Nania, i “saggi” dell’allora Cdl che si erano riuniti per varare la politica riformista del secondo governo Berlusconi. Per gli smemorati, è opportuno ricordare che quel consesso varò anche la riforma costituzionale fortunatamente bocciata dagli elettori nel giugno del 2006 nonché l’attuale legge elettorale che il centrodestra definisce una “porcata” (Calderoli) dopo averla redatta, votata sia alla Camera che al Senato e difesa a spada tratta di fronte all’opposizione che denunciava l’assurdità di queste liste bloccate nominate dai partiti. A richiamare il prode Petroni alle proprie responsabilità ci ha pensato anche un altro esperto in fatto di querele: Marco Travaglio, che il 26 agosto 2003, in un articolo intitolato “Quattro uomini in baita”, raccontò su “l’Unità” lo svolgimento della riunione, con i saggi D’Onofrio (UDC), Nania (AN), Brancher (Forza Italia) e Calderoli (Lega), coadiuvati dal super ministro Tremonti e da Angelo Maria Petroni, “l’uomo dalle sette vite: docente di sociologia a Bologna, direttore della Scuola superiore di Pubblica amministrazione, editorialista del <<Giornale>> (dunque, stipendiato direttamente da Berlusconi, ndr.), responsabile delle politiche istituzionali di Forza Italia, consigliere di Cinecittà Holding, amico personale di Bossi e membro del consiglio di amministrazione della Rai”, presente all’incontro in qualità di “partner tecnico” di Calderoli. Ha senso che un personaggio del genere si lamenti e quereli chi lo accusa di rappresentare “interessi di terzi e non dell’azienda”? Non pretendiamo che cambi idee o frequentazioni: se è contento così siamo felici per lui, vuol dire che è di bocca buona. Vorremmo solo che evitasse di far perdere tempo e denaro a una persona che, al contrario, ha sempre fatto egregiamente gli interessi dell’azienda per cui lavora, al punto di essere regista e curatore di alcuni programmi di Enzo Biagi, tra cui “Il Fatto”, proclamato da una giuria di giornalisti “il miglior programma in cinquant’anni di Rai”.
Il caso di Michele Santoro, se vogliamo, è ancora più spinoso perché si tratta di un ottimo giornalista, dotato di un grande carisma e di una certa propensione a creare trasmissioni vivaci e ricche di dibattiti non certo pacati tra gli ospiti in studio. L’ultima puntata incriminata, una delle tante, è quella andata in onda giovedì 15 gennaio, intitolata “La guerra dei bambini” e incentrata sulla barbarie che da giorni insanguina la Striscia di Gaza. Gli ospiti erano: Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana (che però ha dato forfait un’ora prima dell’inizio del programma), Manuela Dviri, Claudio Lavagna, Rula Jebreal, Andrea Nativi e Lucia Annunziata. Per onestà, va detto che se tutti gli altri ospiti erano giustificati, non si capisce a che titolo la Annunziata fosse lì e questo, a parer mio, è un errore inspiegabile per un giornalista esperto e capace come Santoro. Se proprio voleva invitare un personaggio equilibrato, contrario ad ogni forma di guerra e da sempre difensore del diritto di Israele ad esistere, si sarebbe potuto rivolgere a Furio Colombo, a meno che questi non avesse altri impegni che gli rendessero impossibile partecipare al programma. Tuttavia, nel corso della trasmissione abbiamo rilevato da parte della Annunziata un comportamento fastidioso e pregiudizievole, con frasi e dichiarazioni sull’oggettività di Santoro degne del miglior Gasparri o di un Bondi particolarmente in forma. A un certo punto, Santoro si è permesso di domandarle se per caso la Annunziata avesse dei referenti politici da accontentare: un’affermazione dura e senz’altro poco cortese ma non ingiustificata visti i toni e le pesanti accuse che l’ex presidente della Rai stava sferrando dall’inizio della puntata all’indirizzo di Santoro e dei servizi mandati in onda, a suo dire oltremodo “filo-palestinesi”.
Non è compito nostro stabilire chi, in questo caso, abbia ragione e chi abbia torto. Probabilmente, ragioni e torti sono equamente distribuiti. Come detto, quello che ci preoccupa è la reazione pressoché inesistente della sinistra davanti a questo clima di messaggi minacciosi e intimidatori.
“Alla fine,” diceva Martin Luther King “non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma i silenzi dei nostri amici”. Ciò che dobbiamo temere maggiormente, dunque, non sono le frasi calunniose del Gasparri di turno ma l’ acquiescenza di chi sostiene di battersi da sempre per la libertà di stampa, contro ogni forma di censura. Noi di “Articolo 21” che questa battaglia la portiamo avanti da anni con gesti concreti, non a parole, crediamo che quando si inizia a dire: “Sì, però poteva essere meno aggressivo”, “Va tutto bene, ma certo che se fosse stato più moderato”, “Le elezioni sono fra una settimana, quindi non era il caso di mettere così in risalto le pecche e le mancanze degli amici dando l’impressione che siamo tutti uguali” (come se, per un uomo di sinistra, soprattutto se di professione fa il giornalista, fosse lecito tacere le eventuali malversazioni di alcuni amministratori del partito per cui vota), in quel momento si rinuncia a costruire una sinistra migliore, più aperta e più credibile e si consegna la democrazia e il Paese nelle mani di chi è considerato dal “Venerabile” Licio Gelli il proprio erede, in grado di attuare il celebre “Piano di rinascita democratica” della P2.
Roberto Bertoni
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