| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
Cominciare l’anno parlando di Premi Nobel è, forse, il miglior modo per addentrarci in un 2009 che si prospetta come uno dei periodi più difficili e ricchi d’incertezze della storia recente. Tuttavia, dopo aver sostenuto la richiesta di assegnare il Nobel per la Pace a Gino Strada e ad Emergency, mi permetto anch’io di lanciare un appello affinché la giuria del Nobel assegni il prestigioso riconoscimento per la letteratura allo scrittore israeliano David Grossman. In questi anni, infatti, egli non ha mai mancato di spendere la propria autorevolezza per chiedere al governo israeliano di fare il primo passo, di sedersi attorno a un tavolo con i palestinesi e di avviare finalmente un dialogo che porti alla nascita, attesa da sessant’anni, di due stati liberi, indipendenti e possibilmente non ostili. Per inseguire questo sogno e contribuire alle trattative e alle mediazioni necessarie a livello politico, Grossman ha capito che bisogna innanzitutto sensibilizzare la popolazione, "educarla" al rispetto del prossimo, farle capire che il vero nemico non sono i palestinesi che cercano in ogni modo di andare avanti nonostante la povertà e lo stato quasi di segregazione in cui sono costretti a vivere; l’unico nemico è il razzismo, la discriminazione, l’odio, il pregiudizio che montano nei confronti del popolo confinante, fino al punto di provare sollievo nel morire (come nel caso dei kamikaze) uccidendo il maggior numero di israeliani possibile.
C’è un episodio che rende l’idea della levatura morale di David Grossman: nell’agosto del 2006, durante il conflitto israelo-libanese, lo scrittore perse il figlio Uri, colpito da un missile anticarro nel corso di un’operazione delle Forze di Difesa Israeliane nel sud del Libano. Sarebbe stato comprensibile se da quel momento egli avesse provato un odio feroce nei confronti dei libanesi, e probabilmente di tutto il genere umano senza distinzioni di etnia o nazionalità. Invece Grossman ha accettato quell’immane tragedia con una dignità da cui ognuno di noi dovrebbe prendere esempio, pubblicando nel 2007 un libro intitolato "Con gli occhi del nemico. Raccontare la pace in un paese in guerra". Nelle ultime righe, tratte da un discorso che pronunciò nel novembre del 2006 in occasione della commemorazione di Yitzhak Rabin, è contenuto un messaggio che suggerisce parecchi spunti di riflessione, specie in un momento caratterizzato da bombardamenti e violenze come questo: "Mi appello a tutti, ai reduci della guerra che sanno che dovranno pagare il prezzo del prossimo scontro armato, ai sostenitori della destra, della sinistra, ai religiosi e ai laici: fermatevi un momento, guardate l’orlo del baratro, pensate a quanto siamo vicini a perdere quello che abbiamo creato. Domandatevi se non sia arrivata l’ora di scuoterci dalla paralisi, di fare una distinzione tra ciò che è possibile ottenere e ciò che non lo è, di esigere da noi stessi, finalmente, la vita che meritiamo di vivere".
Anche in questi giorni, David Grossman ha rivolto un appello al ministro della Difesa Ehud Barak, esortando il governo del proprio Paese a far tacere le armi, ad evitare ai civili inermi e innocenti di Gaza ulteriori lutti e sofferenze, a non causare ulteriori spargimenti di sangue che avrebbero come unico risultato quello di rendere impossibile ogni trattativa di pace, vanificando così i faticosi sforzi compiuti da Olmert nell’ultimo anno.
Le poche volte che abbiamo avuto modo di sentirlo parlare in Italia (soprattutto nella trasmissione "Che tempo che fa", tanto invisa a certi improvvisati politici di casa nostra), ci ha sempre colpito la sua mitezza, la sua bontà, la profonda dolcezza con la quale rispondeva alle domande come se stesse conversando con un amico d’infanzia. La prima volta che fu ospite di Fabio Fazio dopo la scomparsa del figlio, ci sembrò quasi surreale la positività con cui affrontava la vita e la forza morale con cui affrontava argomenti che gli ricordavano ad ogni istante il proprio dramma personale.
Grossman, però, non ha chiesto nulla per sé o per la propria famiglia, non ha invocato pietà, continuando a battersi per il bene comune, per assicurare un futuro migliore alle nuove generazioni di israeliani, per cancellare la parola guerra da un territorio che negli ultimi sessant’anni è stato spesso una polveriera.
A differenza di altri autorevoli esponenti della cultura internazionale, Grossman non ha mai ceduto alla facile tentazione di attaccare l’Occidente, di accusarlo di scarsa vigilanza, di ritenerlo in qualche modo colpevole di ciò che stava accadendo nella propria Nazione. Naturalmente, i governi dei paesi occidentali hanno delle grosse responsabilità nell’escalation di violenza dell’ultimo decennio, ma perdere tempo a stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto, rinfacciarsi le accuse, scaricare tutte le colpe sugli altri e compiere un gesto pilatesco anziché affrontare e cercare in ogni modo di risolvere l’ennesimo disastro cui stiamo assistendo con crescente preoccupazione equivale a rendersi complici di chi ha ripreso a lanciare missili contro la popolazione israeliana provocando una simile catastrofe.
Lo scorso autunno, con Mondadori, è uscito un nuovo romanzo di David Grossman ("A un cerbiatto somiglia il mio amore") che l’autore iniziò a scrivere nel maggio del 2003 e completò nel dicembre del 2007, con la mente ancora presa dalle domande di Uri sulla storia, sui personaggi, sugli sviluppi della trama e delle ambientazioni. "A quel tempo" spiega Grossman al termine dell’opera "io avevo la sensazione – o meglio, covavo il desiderio – che il libro che stavo scrivendo lo proteggesse". Purtroppo, la raffinata bellezza del romanzo non è bastata ad evitare che un ragazzo di ventuno anni finisse dilaniato da un missile, ma è utile per comprendere che un immenso dolore non va dimenticato né rimosso (sarebbe impossibile) bensì accettato, rispondendo all’odio con messaggi d’amore e di speranza, al desiderio di lasciarsi andare con la ferrea volontà di trasformare la propria vicenda in una testimonianza e in un insegnamento per gli altri, alla perdita di una vita con un omaggio alla vita affinché tutti ne capiscano il valore e l’importanza.
Se David Grossman venisse insignito con il Nobel non sarebbe solo una vittoria sua e del popolo israeliano, ma di tutti coloro che da anni si battono contro l’aberrazione di qualunque guerra, di chi si riconosce nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e non accetta che in alcuni paesi siano al potere feroci dittatori che riducono la propria gente alla fame e la assoggettano con le armi della crudeltà e del terrore.
David Grossman ormai è un simbolo di pace e di giustizia, un esempio di come la scrittura possa contribuire a risvegliare le coscienze e a far uscire l’uomo dalla condizione di abbrutimento in cui pare sia caduto di recente.
Premiare un grande scrittore non basterebbe certo ad impedire ai carri armati o ai bombardieri di causare stragi in giro per il mondo, ma siamo convinti che si tratterebbe comunque di un forte messaggio per chi è a capo dei paesi più industrializzati.
Forse a Gaza si vedranno ancora molte macerie prima di rilanciare degli accordi di pace, ma di sicuro leader come Obama, Sarkozy o Zapatero non rimarrebbero insensibili di fronte a frasi come questa: "Quando abbiamo conosciuto l’altro dall’interno, da quel momento non possiamo più essere completamente indifferenti a lui. Ci risulterà difficile rinnegarlo del tutto. Fare come se fosse una "non persona". Non potremo più rifuggire dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti con i suoi errori".
Roberto Bertoni
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