| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
Prima di trattare un argomento così spinoso e attuale come la cosiddetta “questione morale”, è opportuna una precisazione: per quanto consideri “L’espresso” uno dei migliori settimanali italiani e per quanto reputi doverosa ogni inchiesta tesa a smascherare gli illeciti e le malversazioni dei nostri politici, sono convinto che sul caso del sindaco di Firenze Leonardo Domenici la rivista abbia preso un abbaglio. Non conosciamo fino in fondo le motivazioni che hanno indotto la procura di Firenze ad ipotizzare un’attività corruttiva ad opera degli assessori Biagi (che si è dimesso) e Cioni, accusati di aver favorito spudoratamente l’amico immobiliarista Salvatore Ligresti per la realizzazione del nuovo stadio della Fiorentina nella zona Castello (periferia nord della città) su ottanta ettari di terreno di proprietà della Fondiaria-Sai di Ligresti, in un’area inizialmente destinata alla costruzione di un parco, né sopportiamo coloro che commentano le sentenze prima che vengano pronunciate nei vari gradi di giudizio. L’aspetto di cui ci vogliamo occupare è proprio la “questione morale” in sé, cercando anche di analizzare le ragioni per cui il Partito Democratico appare sempre meno credibile agli occhi dei cittadini. Come ha scritto il vicedirettore de “l’Unità” Giovanni Maria Bellu nell’editoriale di domenica 7 dicembre: non cadiamo nella trappola di Berlusconi che, dall’alto dei suoi innumerevoli processi e della sua indubbia integrità morale, si è permesso di “fare le pulci” al PD sulla rettitudine dei suoi amministratori locali, “non apriamo una delle tante biografie di Berlusconi per rileggere questa lista lunghissima che comincia con l’iscrizione alla P2, passa per le frequentazioni coi mafiosi, prosegue con le leggi ad personam. Non cadiamo nella trappola di tranquillizzarci confrontandoci col peggio. Il fatto che Berlusconi – senza averne alcun titolo – abbia parlato di “questione morale” non significa che essa non esista”. Esiste eccome, e le vicende di Firenze e Napoli sono lì a testimoniarlo, senza dimenticare ciò che sta accadendo a Roma, a Perugia, a Genova e in Sardegna (dove Soru s’è dimesso non in seguito ad un’inchiesta ma a causa di insanabili contrasti con la propria giunta, legati soprattutto alla sua politica in favore dell’ambiente e contraria ad ogni speculazione ed abuso edilizio), come documenta la già citata inchiesta di Gianluca Di Feo su “L’espresso”. Anche se tutti i personaggi coinvolti nelle varie inchieste risultassero completamente innocenti, la loro fedina penale rimarrebbe immacolata o non subirebbe altri danni ma la loro immagine e la loro reputazione risulterebbero comunque compromesse. Per questo, quando si parla di “questione morale”, i soliti “giustizialisti” alla Di Pietro o alla Travaglio chiedono da anni che non vengano candidati né poi nominati sindaci e assessori persone con la benché minima pendenza giudiziaria a carico. Sanno benissimo, infatti, che quando essa viene smascherata da qualche inchiesta giornalistica, esponenti istituzionali magari accusati di aver favorito la carriera del figlio (il che è grave e poco onesto, ma non da galera) sono costretti a subire lezioni morali da un signore di settantadue anni, iniziato con il rito della spada alla Loggia P2 (sono parole di Licio Gelli), che ha ospitato in casa sua il mafioso Vittorio Mangano e portato in Parlamento fior di galantuomini come Previti, Dell’Utri e Ciarrapico. Tornando a Domenici, abbiamo molto apprezzato la sua scelta d’incatenarsi a Largo Fochetti, a Roma, davanti alla sede del gruppo “Repubblica-L’espresso”, perché quando un sindaco è disposto ad esporsi ad una sorta di pubblica gogna pur di affermare la propria onestà, riconquista almeno una parte della credibilità che gli è stata tolta col coinvolgimento nell’inchiesta. A convincermi non dell’innocenza (è troppo presto per parlare d’innocenza) ma della correttezza di Domenici, sono state le dichiarazioni e il comportamento di Domenici stesso. Il sindaco di Firenze, a differenza di altri, non ha cominciato a inveire contro i giudici, a chiedere riforme sul modello del Lodo-Alfano, a gridare allo scandalo e all’iniqua persecuzione. Al contrario, si è detto innocente, ha invitato gli assessori Biagi e Cioni a dimettersi apprezzando Biagi che l’ha fatto e stigmatizzando Cioni poiché “sarebbe stato meglio per lui, per me, per il nostro rapporto” e, incredibile per un paese come l’Italia, ha annunciato che al termine di questo secondo mandato lascerà la politica nonostante gli sia stata proposta una candidatura alle Europee e prestigiosi incarichi a Firenze e a Roma. Senza dimenticare ciò che ha detto ad Andrea Garibaldi del “Corriere della Sera” lo scorso 6 dicembre: “Oggi c’è troppa gente che vive di politica e che fa politica senza professionalità. Io appartengo a un altro mondo. Che non c’è più”. In quell’amaro sfogo, Domenici ne aveva per tutti ma la sua era una rabbia saggia ed equilibrata. Riferendosi al PdL, ha definito i suoi esponenti locali “non all’altezza di governare la città”; mentre per i Comunisti Italiani che hanno abbandonato la giunta comunale ha avuto parole ancora più forti: “Se vogliono, io li mando tutti alle elezioni di giugno con il commissario prefettizio. Ma devono votarmi la sfiducia. Oppure, bocciare il bilancio preventivo. Pensare che mi avevano offerto di candidarmi al Parlamento, ad aprile…”. E critiche aspre le ha rivolte anche alle Primarie, un tabù all’apparenza inviolabile per il PD, dimostrando di saper fornire un’analisi lucida e condivisibile della crisi in cui versa il suo Partito: “Le primarie sono una bella cosa, ma anche una macchina delicata. E il Pd è ancora troppo fragile, una sommatoria di gruppi e componenti. La democrazia, diceva Bobbio, è fatta di regole. Altrimenti diventa casino. Quattro candidati, ad esempio, sono un numero esagerato: e se uno vince con il 28 per cento, che forza ha?”. Assai meno commendevole è, invece, il comportamento di Cioni che non solo non intende dimettersi da assessore ma neppure da candidato sindaco alle Primarie, arrecando al PD un danno d’immagine ben più grave di quello che gli hanno provocato le inchieste e gli articoli di questi giorni. D’altronde, se sulla buona fede di Domenici non ci sono dubbi, qualche dubbio sulla rettitudine morale di Cioni sorge, considerando che si tratta dello stesso assessore che un anno fa ingaggiò una dura lotta di marca leghista contro mendicanti e lavavetri, arrivando addirittura alla farsa di chiedere una multa per i mendicanti. Nessuno, eccetto Travaglio e pochi “dissidenti”, ha fatto notare all’illuminato amico di Ligresti che multare un mendicante è come evirare un eunuco e che una politica così rigida e sbagliata è il miglior viatico per spingere i cittadini a preferire il centrodestra. Se proprio vogliamo addebitare una colpa a Domenici, possiamo senz’altro rinfacciargli di aver scelto come assessore ad incarichi importanti come la sanità pubblica e la sicurezza un personaggio che si troverebbe a suo agio alla corte del sindaco di Verona Flavio Tosi.
La “questione morale” va al di là delle inchieste di Firenze e Napoli, è qualcosa di più ampio che investe non solo il PD ma l’intera politica italiana, confinando con una questione non meno importante quale quella del buonsenso e dell’intelligenza di chi conduce inchieste indispensabili. Quali sono oggi gli obiettivi di chi si avvicina alla politica? Perché si accettano determinate candidature? Perché nella sinistra italiana non c’è più un Berlinguer, un Nenni, un Pertini o un Moro? Da anni gli elettori di sinistra si pongono questi interrogativi e da anni le loro richieste vengono prontamente eluse e fatte cadere nel dimenticatoio da vertici distratti e intenti a combattere guerre fratricide per accaparrarsi le poltrone migliori.
Diceva John Fitzgerlad Kennedy: “Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana”. Oggi, in America, hanno un Presidente all’altezza di Kennedy e forse anche migliore. Noi, al contrario, ci ritroviamo con un Premier le cui imprese si commentano da sole e continueremo a votare a sinistra finché non finiranno i guanti e le mollette.
Roberto Bertoni
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