| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
La scorsa settimana, forse per mancanza di programmi migliori sulle altre reti, abbiamo seguito con interesse la cinquantunesima edizione dello “Zecchino d’oro”, il tradizionale appuntamento canoro che vede impegnati i bambini in una sfida all’ultima nota. Non è certo il massimo che la televisione, e soprattutto la Rai, possa esprimere ma, considerando lo squallore cui siamo abituati, ci è sembrato un miraggio assistere ad una trasmissione in cui non volavano insulti, non c’erano ospiti che si accapigliavano e, ancor più importante, non c’era quel giornalismo fasullo e irrispettoso che scruta dal buco della serratura e si diverte a sollevare scandali e a gettare fango sulle persone. Per un istante, agli adolescenti di oggi sarà tornata in mente la televisione di dieci anni fa, quando noi eravamo bambini e guardavamo con gli occhi sognanti lo “Zecchino” e altre splendide trasmissioni alla nostra portata. Da allora, sono trascorsi parecchi anni ma non così tanti da rendere inutile un confronto con la situazione in cui versa attualmente la tivù di Stato.
Quando ero bambino, ad esempio, ricordo che al posto de “La vita in diretta”, ora condotta da Lamberto Sposini, andava in onda “Solletico”: un ottimo programma per bambini, condotto da Mauro Serio, Elisabetta Ferracini e Michael Cadeddu (il celebre Ciccio di “Un medico in famiglia”, all’epoca chiamato “Lenticchia”) che mi teneva incollato al televisore per diverse ore una volta tornato dall’asilo. Ebbene, l’aspetto che ricordo con più nostalgia di quei giorni è che, insieme a me, si fermavano a guardare “Solletico” anche i nonni e la trasmissione portava in casa un clima d’allegria e serenità che ci consentiva di trascorrere indimenticabili pomeriggi. A partire dal 2 febbraio 1998, all’interno di “Solletico”, debuttò anche il “TG Ragazzi” (che divenne poi una trasmissione a sé ed oggi è condotto da Paola Sensini, ma su Rai Tre dal lunedì al venerdì e su Rai International), ed è ammirevole la professionalità e l’impegno con cui una giornalista affermata come Tiziana Ferrario si lanciò nell’impresa di condurre un breve telegiornale che trattasse ogni notizia con semplicità e consentisse ai bambini di appassionarsi all’informazione.
In un periodo in cui, quando si parla di Rai, l’attenzione generale cade sulla miserevole vicenda della Commissione parlamentare di vigilanza e sul discutibile comportamento dell’ex senatore del PD Riccardo Villari, questa cronaca che ricorda un’epoca in cui la Rai non aveva ancora rinunciato del tutto ad essere un servizio pubblico sembra scritta da un marziano. Eppure, oltre a “Solletico”, allora c’era anche Gianni Minà con i suoi stupendi programmi d’approfondimento, c’era “Il Fatto” di Enzo Biagi, c’era Sergio Zavoli, c’erano telegiornali che – per quanto possano ingannarmi i miei ricordi di bambino – erano assai più equilibrati ed informanti di quanto non lo siano adesso. Senza dimenticare la creazione di fiction di straordinario successo come “Il maresciallo Rocca” e “Un medico in famiglia” che per anni sono state uno degli appuntamenti preferiti di milioni di famiglie italiane. Non che oggi non ci siano belle fiction, valide trasmissioni o appassionanti documentari ma è questione di dosi e di collocazione. All’epoca, i programmi di Piero Angela venivano trasmessi tra l’autunno e la primavera, non in piena estate quando la maggior parte delle persone sta in vacanza e magari ha voglia di rilassarsi, di uscire e non di stare chiusa in casa davanti al piccolo schermo. Non ho modo di confrontare direttamente il valore dell’offerta di allora con quello di trenta-quarant’anni fa, ma stando ai racconti di molti familiari già quando io ero bambino il livello medio delle trasmissioni televisive s’era notevolmente abbassato. Tuttavia, potendo confrontare il livello della Rai di dieci anni fa con quello della Rai di oggi, sono costretto a constatare che la discesa verso il baratro, tra censure e mancato rinnovo di certi contratti, sia stata inarrestabile.
Enzo Biagi si lamentava spesso del fatto che, dai tempi di Ettore Bernabei, non si facesse più una riunione per decidere cosa offrire al pubblico, che mancasse un’accurata pianificazione, che i palinsesti fossero stabiliti secondo norme che non hanno nulla a che vedere con gli interessi del pubblico. Parlando, ad esempio, dell’offerta per i bambini, se nel primo pomeriggio su RaiTre non esistesse la “Melevisione” ideata da Mela Cecchi e Bruno Tognolini, i più piccoli non avrebbero nemmeno un programma a loro dedicato. E pensare che un tempo c’era “Carosello” e nel pomeriggio abbondavano i programmi per bambini, per educarli al gusto di una televisione colta e raffinata, non becera, quale è gran parte di quella attuale.
Nei sempre citati anni Sessanta, i varietà erano condotti da Tortora, Mike Bongiorno, Mina, Alberto Lupo e molti altri ancora: persone dotate di un garbo e di un’abilità comunicativa senza eguali.
Ha ragione chi afferma che sia sbagliato stare sempre a rimpiangere i “bei tempi andati” senza preoccuparsi di costruire un futuro migliore, però è anche vero che su una cosa il Presidente del Consiglio ha perfettamente ragione: chiedere il canone ai cittadini per poi offrire loro questa miseria è davvero un furto. La piccola differenza tra come la vediamo noi e come la vede Berlisconi è che per lui questa Rai è fin troppo colta ed elevata (specie se confrontata con certi programmi che caratterizzano le sue reti nelle ore di punta) mentre per noi è intollerabile che nella prima serata di Rai Uno ci siano solo i pacchi di “Affari tuoi”, qualche film – possibilmente americano perché non sia mai che dovessimo valorizzare anche i nostri prodotti! – uno spettacolo di Pippo Baudo che il sabato sera viene demolito dalla concorrenza dei piagnistei della De Filippi e mai un’inchiesta, mai uno spettacolo teatrale, mai un varietà che riesca solo ad avvicinarsi al valore dei varietà di un tempo, di cui chi li ha visti in diretta rimpiange il brio e la spontaneità.
Per trovare qualche trasmissione interessante, bisogna affidarsi ad “Anno Zero” su RaiDue e a RaiTre: più che una rete un autentico campo profughi dove nel tempo hanno trovato rifugio tutte le menti che ancora rivendicano il diritto ad esprimere autonomamente il proprio pensiero. Da “Chi l’ha visto?” a “Report”, passando per “Che tempo che fa”, “Blu Notte” più tutta una serie di splendide trasmissioni nascoste a orari assurdi affinché le vedano solo gli insonni e quelli che proprio non sopportano di vivere sotto padrone.
Per migliorare non serve molto né è corretto invocare che vengano sospese o tolte dal palinsesto trasmissioni come “L’isola dei famosi e simili” perché chi come noi si è sempre battuto contro ogni forma di censura non può accettare che sia tolta la voce a chi ha idee diverse dalle nostre. Come detto, è questione di dosi. Basterebbe che “L’isola dei famosi” andasse in onda solo il lunedì sera e non anche tutti i pomeriggi, in una fascia oraria di grande ascolto come il preserale, per lasciar spazio agli approfondimenti di Minà e Lucarelli nonché ai numerosi giovani giornalisti che tentano di farsi strada ma vengono costantemente ostacolati dalle greppie di partito e da vertici aziendali che, come dimostra il caso Saccà, non hanno il cavallo di viale Mazzini in cima ai loro pensieri.
Mi raccontava un giorno la mia professoressa di matematica che spesso non ha tempo di vedere la tivù né di andare a cinema ma, avendo i figli piccoli, se proprio deve vedere qualche trasmissione sceglie quelle per bambini in modo da poter stare al loro fianco in un momento importantissimo della loro formazione culturale. Il dramma è che questi programmi non esistono quasi più e le famiglie difficilmente si riuniscono davanti al televisore per trascorrere un paio d’ore insieme.
Come ha scritto in più occasioni Loris Mazzetti, non è solo un problema di idee ma anche di persone. Con dirigenti appassionati e competenti come Zavoli e Bernabei la Rai farebbe un salto di qualità superiore alle aspettative, ma chi ha cacciato Biagi, Santoro e Luttazzi capisce di tivù come i popoli primitivi erano esperti di computer e apparecchi elettronici.
A un anno dalla scomparsa di Enzo Biagi, ciò che più ci manca di lui è la televisione “a misura d’uomo” che per oltre quarant’anni ha portato con pacatezza e umiltà nelle nostre case. Oggi strillano i tromboni e urlano le fanfare, e la nostra generazione giustamente sceglie internet per ricevere un’informazione se non proprio libera, almeno non controllata dai Villari di turno.
Roberto Bertoni
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