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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Rivoli... potrebbe succedere ovunque
Rivoli... potrebbe succedere ovunque Sulle prime avevo pensato d’intitolare quest’articolo “La scuola ai tempi della 133”, ma poi mi è sembrato eccessivo attribuire la colpa del crollo del controsoffitto al liceo scientifico “Darwin” di Rivoli (Torino), costato la vita a un ragazzo di diciassette anni (Vito Scafidi), solo ai tagli varati dal trio Berlusconi-Tremonti-Brunetta nella Finanziaria triennale varata nel luglio scorso. Tuttavia, dopo aver letto alcune dichiarazioni dei berlusconidi disseminati dappertutto e del Cavaliere medesimo, non posso evitare alcune particolari contestazioni.
Infatti, affermare che si tratti di un dramma è incontestabile ma aggiungere – come ha fatto la Gelmini – che “è una tragedia veramente incomprensibile” è davvero troppo anche per questo governo. Il ministro (che, a quanto pare, proviene da Marte e vive sul pianeta Terra da pochi giorni) ha avuto addirittura il coraggio di dire (“Corriere della Sera” di lunedì 24 novembre) che le servono “nuovi fondi”. Dopo aver difeso a spada tratta tutte le sforbiciate e le riduzioni d’investimenti decise dal suo collega di via Venti Settembre, tale dichiarazione appare tragicomica. Viene da chiedersi come la Gelmini riesca, senza arrossire, ad affermare che “di fronte a queste cifre il governo ha il dovere di rivedere i meccanismi di spesa e spostare risorse sugli investimenti. Non ha senso parlare di scuole sicure con appena il 3 per cento del bilancio destinato agli investimenti”. Senza dimenticare la faccia tosta con cui Berlusconi ha ribadito che la morte di Vito sia stata dovuta ad una “fatalità”. Ora, per carità, sarebbe ignobile strumentalizzare un simile dramma per fini di lotta politica e, come detto, non intendo scaricare sulle spalle dell’esecutivo le responsabilità di questa tragedia; sarebbe però opportuno riflettere sul fatto che ad uccidere Vito sia stato un tubo in ghisa degli scarichi fognari che si è abbattuto sul controsoffitto causandone il crollo come se fosse di cartone. Quel tubo era certamente vecchio e fatiscente; ci si chiede quanti anni debbano passare perché in una scuola si faccia una semplice ed ordinaria manutenzione.
Nel giugno scorso “Legambiente” rese noti dati allarmanti: pare che circa 9.920 classi siano a rischio di crollo, proprio come la Quarta G del “Darwin” di Rivoli (distrutta, sembra, per una porta sbattuta con violenza) mentre  “l’Unità” c’informa che “più della metà delle strutture scolastiche (il 68,8%) sono state costruite prima del 1974, vale a dire prima che fossero legge le prescrizioni per le scuole costruite in aree sismiche”. Ciò significa che “il 75,04% è a rischio sismico, 4,82% vulcanico, il 3,21% idrogeologico, il 5,65% industriale. Come se non bastasse ci sono molte scuole vecchie e vecchissime (alcune sono precedenti al 1900), nate per far altro che ospitare classi e alunni e trasformate di volta in volta con muri, soffitti e controsoffitti”. Inoltre, “per l’anno 2007 solo poco più della metà delle scuole (il 58,64%) mostra un certificato di agibilità statica o di prevenzione incendi (52,19%)”.
Per non parlare poi della pesante decisione che è stato costretto a prendere il sindaco di Ancona Fabio Sturani, il quale giorni fa ha dovuto chiudere due scuole per “problemi di stabilità in un caso” e perché “era venuto giù un pezzo, piccolo finché si vuole, di controsoffitto di una classe” nell’altro.
Parlando, dunque, del caso di Rivoli è decente definirlo una “fatalità” o una “tragedia veramente incomprensibile”? La domanda è retorica e non merita risposta, ma rende l’idea di fin dove possa arrivare l’egoismo e il distacco dai problemi della gente comune dei nostri esponenti istituzionali. Sarebbe esecrabile scadere nel sensazionalismo o pronunciare sentenze prima ancora che si aprano le inchieste giudiziarie e si facciano i dovuti accertamenti sulle cause, le concause e le rispettive responsabilità dell’amministrazione locale e di chi ha adibito un ex seminario a liceo scientifico. Tuttavia il vero, grande dramma è proprio quello di dover constatare che l’episodio di Rivoli non è isolato, non fa storia a sé; è il sintomo di un profondo malessere della scuola italiana, di una carenza strutturale che si protrae da decenni, di un degrado che ha ormai raggiunto il suo culmine con edifici fatiscenti o del tutto inadeguati.
Anche la mia scuola, nonostante gli sforzi di Comune e Provincia per costruire e farci avere una sede più consona, si trova – per quanto ne so – in un’ex pizzeria; e riusciamo ad andare avanti dignitosamente solo grazie all’impegno e alla passione di persone straordinarie come i nostri insegnanti, i nostri bidelli e il nostro personale di segreteria. Quando in terza media andai a visitare il liceo classico del mio paese, per il consueto orientamento, la prima cosa che fu detta al nostro gruppo fu: “Non giudicateci per la sede ma per quello che ascolterete e vedrete stando qui oggi”. All’epoca il liceo era diviso su quattro sedi (oggi è su due, il Classico da una parte e il Linguistico dall’altra), con il ginnasio staccato dal liceo e costretto a studiare in una palazzina in cui chi stava ai piani superiori spesso, per la ricreazione, non riusciva neanche a scendere in cortile per quanto erano affollate le scale e i minuscoli corridoi. Quando frequentavo il quarto ginnasio, dopo infinite richieste e battaglie, riuscimmo ad ottenere la sede attuale e, per quanto sia inadatta, ci sembrò un sogno il fatto di poter camminare per i corridoi senza il rischio di scontrarci con i compagni.
Tutto questo per mettere in risalto che la tragedia di Rivoli è stata, per l’appunto, una tragedia ma non un fatto accidentale, senza colpevoli né responsabili. I colpevoli e i responsabili sono anzitutto gli esponenti istituzionali (di qualunque partito e idea politica) che da oltre trent’anni hanno lasciato che la scuola invecchiasse e deperisse in ogni senso, costringendo chi vi lavora ad adattarsi a riforme talora inique e assurde e a poter contare sulle proprie sole forze – anche economiche – per garantire agli studenti un valido livello d’istruzione.
Più delle crepe sui muri, che pure andrebbero chiuse al più presto, a preoccupare sono soprattutto le crepe morali di un’istituzione che subisce ogni giorno disprezzo e disinteresse da parte di una società convinta che basti avere il lato B della Carfagna o i soldi di Berlusconi per raggiungere notorietà e successo.
Lo scorso anno ho seguito con interesse i racconti di alcuni insegnanti – tra cui mia madre – sui corsi per la legge 626 sulla sicurezza. Alla mia professoressa di matematica che si lamentò per le finestre che si aprono verso l’interno della classe, il commissario rispose: tenetele chiuse. Sarei curioso di sapere cosa direbbe a proposito di sicurezza quest’insigne uomo di cultura ai genitori del povero Vito. Considerando la grettezza di chi ci sommerge di leggi inutili e repressive e le fa difendere senza tentennamenti dai propri galoppini, siamo certi che l’illustre non si farebbe scrupoli a parlare di sicurezza a quei genitori distrutti dal dolore.
Da coetaneo, il mio pensiero va a Vito, alle sue ambizioni, ai suoi sogni infranti, ai suoi amici che lo hanno perduto per sempre a causa della crudele avidità di chi preferisce risparmiare denaro piuttosto che vite umane.
Per rendergli degnamente omaggio, rivolgiamo ai suoi ignoti assassini uno degli epitaffi (quello a Serepta Mason) contenuti nell’”Antologia di Spoon River” di Egdar Lee Masters: “Il fiore della mia vita avrebbe potuto sbocciare da ogni lato / se un vento crudele non avesse intristito i miei petali / dal lato di me che potevate vedere nel villaggio. / Dalla polvere io innalzo una voce di protesta: / voi che non vedeste mai il mio lato in fiore! / Voi che vivete, siete davvero degli sciocchi, / voi che non conoscete le vie del vento / né le forze invisibili / che governano i processi della vita”.

Roberto Bertoni
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