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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Dalla violenza legalizzata ai nuovi squadrismi
Dalla violenza legalizzata ai nuovi squadrismi

Su “Il Venerdì di Repubblica” di questa settimana c’è un articolo di Giorgio Bocca (“Come regredire, per noia, dalla democrazia al fascismo”) che analizza e spiega in modo eccezionale come e perché in Italia si stia diffondendo e affermando uno spirito autoritario basato sull’imposizione delle proprie idee e sulla prevaricazione dei più deboli. Sarebbe opportuno riportarlo al completo, ma non volendo abusare della pazienza dei lettori mi limito a citarne i passi più significativi, quelli che forniscono un quadro lucido e oggettivo di ciò che sta accadendo. “Oggi ci chiediamo spesso perché, dopo aver creduto per più di mezzo secolo nella forza propulsiva della lotta di classe, nella prodigiosa capacità di lavoro e dir risparmio degli italiani, nella vitalità di una democrazia che si nutriva anche dei veementi contrasti tra le sue fazioni, perché stia tornando una diffusa ostilità per la democrazia, un ritorno a nostalgie fasciste, un cedimento generale delle virtù civiche e un crescere generale dei vizi pubblici e privati. Vorrei rispondere, in sintesi: per noia” – afferma Bocca – e l’argomentazione della risposta è ancora più triste e veritiera: perché abbiamo “un modo di vivere in cui l’unico momento epico della giornata sembra essere quello delle partite della Champions League”.
Sarebbe bello poter dire che Bocca esagera, che il suo è un pessimismo dovuto all’età avanzata, che in realtà le cose non stanno proprio così, che tutto sommato… ma, al contrario, tocchiamo ogni giorno con mano la validità di quest’analisi. Nelle ultime settimane abbiamo assistito con sconcerto a numerosi episodi di violenza e razzismo, tutti riconducibili sotto un’unica etichetta: squadrismo fascista. Dall’aggressione con cinghie e spranghe di un gruppo di ragazzi di Blocco studentesco all’indirizzo dei propri coetanei (prevalentemente di sinistra) che lo scorso 29 ottobre a Piazza Navona manifestavano in maniera pacifica contro il decreto Gelmini e la legge 133, all’assalto di un gruppo di esagitati fascisti contro una ragazza che tornava in treno dal lavoro e la cui unica colpa era quella di portare una kefiah dentro la borsa, senza dimenticare l’occupazione delle sedi romana e bresciana della FLC-CGIL ad opera di Azione Studentesca (vicina ad AN), il pestaggio fascista nel cuore di Bologna all’indirizzo di sette ragazzi (di cui due sono rimasti feriti e uno, Fernando, in modo serio) colpevoli di sembrare di sinistra e un’infinita serie di attacchi, volantini minatori e intimidazioni che sono arrivate perfino dentro le scuole. Per non parlare poi dell’incommentabile assalto alla redazione di “Chi l’ha visto?”, rea – secondo la quarantina di balordi che vi ha fatto irruzione – di aver diffuso notizie false e tendenziose solo per aver mostrato (nella puntata di lunedì 3 novembre) che a provocare gli scontri di Piazza Navona non erano stati i ragazzi di sinistra (Come aveva inizialmente dichiarato il sottosegretario agli Interni Francesco Nitto Palma, salvo poi ritrattare), ma i loro degni compari con le teste rasate e il mito del Ventennio.
Prima di analizzare i singoli casi, è bene riflettere su una curiosa coincidenza: tutto questo sta accadendo proprio mentre i capi e gli alti dirigenti della polizia che ordinarono il blitz nella scuola “Diaz” di Genova sono stati assolti dalle gravissime accuse che erano state rivolte loro. Ad essere condannati sono stati solo gli esecutori materiali di quella barbarie, la carne da cannone che viene sempre mandata in prima linea quando c’è da menar le mani e chi sta in alto non vuole sporcarsi la reputazione né tanto meno la fedina penale. È troppo di sinistra o antiberlusconiano sostenere che una sentenza così assurda costituisca un precedente e implicitamente legalizzi l’uso della violenza più feroce nei confronti di chi la pensa diversamente? Non dimentichiamoci che in quella scuola dormivano solo privati cittadini inermi e giornalisti, nessun estremista, nessun violento, nessuna testa calda. La polizia fece irruzione e diede vita a pestaggi disumani: un massacro che non si vedeva dai tempi del ministro Bava Beccaris (quello che diede l’ordine di sparare sulla folla, proprio come Scajola – l’ha ammeso lui stesso – in quei giorni), definito da un protagonista della mattanza una “macelleria messicana”.
Tornando agli episodi sopra descritti, Ilaria, la ragazza aggredita in treno, ha raccontato di aver “notato un gruppo di ragazzi sui 24-25 anni. Gridavano, battevano sui vetri. Era impossibile non sentirli anche nei vagoni accanto”. Poi “uno di loro ha iniziato a chiedere, urlando: Ce l’avete le bombe? Penso che cercasse droga. Pasticche. A Roma si chiamano così. Ho abbassato la testa. Intanto due di loro sono saliti davanti ai sedili di fronte al mio e, dandomi le spalle, hanno iniziato a spintonare un gruppo di ragazzini che sedevano più avanti. Insistevano: Voi ce l’avete le bombe? A un certo punto uno di loro si è girato e ha visto la mia borsa. Indicandola mi ha detto: E tu ce le hai le bombe? Frugandoci dentro, ha visto la mia kefiah. Non hai le bombe e oltretutto sei una comunista di merda. Ha detto così e sono cominciati i calci. Io ho pensato solo a coprirmi la testa. Mi hanno circondata in quattro. Ripetevano: Prenditi quello che ti spetta, comunista di merda”. Ciò che sconcerta, leggendo il racconto della ragazza e l’articolo su “l’Unità” di mercoledì 12 novembre, è che quella sera Ilaria non era sola, ma chi stava nel suo vagone e avrebbe potuto darle una mano s’è dileguato, lasciandola in balia di quei delinquenti. “Mi hanno tirata su. Uno di loro mi ha allargato le braccia e ha preso a minacciarmi con un coltello. È lì che mi sono girata e non ho visto più nessuno. Il coltello era fermo, ma il corpo si muoveva per i calci. Così ci ho urtato contro e mi ha graffiata. È uscito del sangue”. Per fortuna, “uno dei ragazzi che mi stava pestando si è spaventato e si è fermato. Si è messo in mezzo, mi ha fatto scappare. A quel punto mi sono chiusa in bagno”.
Non è andata meglio ai ragazzi di Bologna, aggrediti in Piazza della Mercanzia, proprio sotto le Due Torri, per via dell’aspetto e del fare “di sinistra” delle vittime (capelli lunghi, djambè sotto braccio, un bongo e una chitarra). I quattro squadristi li hanno provocati gridando “Partigiani di merda” e Fernando, il più grave dei giovani picchiati, racconta: “Sembrava non aspettassero altro che menar le mani”. Dopodiché spiega: “Io ho detto che ero fiero di esserlo, perché i partigiani hanno liberato l’Italia”. Da quel momento, ricorda solo le botte, l’aggressione alle spalle, la ferocia con cui l’hanno “colpito con una bottiglia” e quando è caduto “hanno continuato a picchiare. Io mi proteggevo con le mani e allora hanno infierito con sgabelli e sedie”.
Abbiamo ascoltato con piacere la fiera e ferma risposta del segretario della CGIL Guglielmo Epifani in seguito alle due occupazioni: “Proprio in queste ore un gruppo di esponenti della destra è entrato all'interno di una nostra struttura della Flc: era già successo, non è la prima volta, ma ora io dico basta con questi metodi squadristici”. Tuttavia, pur apprezzando il coraggio di Epifani, ci saremmo aspettati che un’analoga condanna del gesto arrivasse dai segretari degli altri due sindacati confederali, dal segretario dell’UGL Renata Polverini e soprattutto dal governo che, invece, quando si tratta di aggressioni di stampo fascista, non si sa perché, preferisce sempre minimizzare o cambiare discorso. Con quest’affermazione, non intendiamo certo accusare il governo di essere colluso o, peggio ancora, di essere il mandante di simili vergogne; vogliamo solo spronarlo a dimostrare di essere composto da veri liberali (come amano farsi chiamare), esecrando come si conviene episodi che gettano fango sul Paese e su una parte politica – la loro, per di più – che non merita di essere accomunata a queste frange, ci auguriamo sparute, di delinquenti.
E non ci dispiacerebbe neanche se chi, come il direttore e alcuni autorevoli opinionisti di “Libero” nonché il presidente emerito Francesco Cossiga, che non perde occasione per esortare il governo a usare le maniere forti contro i manifestanti, leggesse e meditasse su questa testimonianza resa a “l’Unità” da una delle persone massacrate durante il blitz alla “Diaz”: “Mi chiamo Anna Julia Kutschau, quella notte c’ero anch’io alla Diaz. Sono stata colpita in faccia con un bastone sul mento, con un calcio dato con lo stivale. Non ricordo il tipo di bastone. Anzi era un manganello. Mi sono accorta di aver perso dei denti. Ho subito diversi colpi. Ero una maschera di sangue”. E ancora: “Ho dovuto lottare per anni con quell’incubo e quelle immagini nella testa: io in terra senza più denti in bocca e la mia amica Melanie poco più in là, con la testa piena di sangue. Un poliziotto la pestava, con calci nella pancia. Lei non reagiva. Io stessa pensavo che sarei morta mentre tre uomini mi colpivano con ferocia. E ridevano e colpivano”.

Roberto Bertoni

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