| Giovedì, 09 Settembre 2010 - Ultimo aggiornamento: 12:40
Da anni ormai, i più autorevoli editorialisti e le più importanti testate giornalistiche del mondo si sforzano di cercare appellativi per la nostra generazione. La loro scelta preferita ricade quasi sempre su una lettera, magari puntata, che segue la parola generazione. A seconda dei periodi e del pensiero di chi scrive, siamo la “Generazione B”, la “Generazione U”, la “Generazione K”, la “Generazione Z” e molti altri nomi, creativi ma poco aderenti alla realtà. Facendo parte di questo mondo giovanile, devo dire che da parte nostra si avverte un certo fastidio per tale continua catalogazione, come se per essere considerati avessimo bisogno di un’etichetta, di un plauso, di una certificazione. Tuttavia, dati i tempi, ho deciso di aggiungere anch’io una lettera alla parola generazione e credo che la definizione più appropriata per i miei coetanei sia “Generazione O”. Come ribadito in più occasioni, la nostra forza sta proprio nel fatto che respingiamo con vigore i numerosi tentativi di etichettarci; che preferiamo un concerto di Vasco Rossi o di Ligabue ad una kermesse di partito in cui personaggi stancamente ripetitivi ci parlano della loro visione del mondo; come se non l’avessimo già sentita decine di volte quando sono ospiti a “Porta a Porta”, e dicono che siamo particolarmente critici senza però essere ideologici; che accettiamo le idee degli altri e le rispettiamo senza pregiudizi; che abbiamo come unica bandiera la volontà di costruire e costruirci un futuro migliore utilizzando gli straordinari mezzi che ci offrono le nuove tecnologie. Tra tutti, quest’ultimo punto è il più significativo, anche perché è alla base del movimento giovanile che si è stretto intorno al vessillo del sapere, scendendo in piazza contro il decreto Gelmini e la legge 133 che affossano la scuola e l’università pubblica, come pure è alla base del successo di Barack Obama negli Stati Uniti. Leggendo quest’affermazione, la maggior parte di voi si starà chiedendo come sia possibile una relazione tra due eventi tanto distanti. Ebbene, la relazione c’è eccome poiché O sta per Onda e per Obama, con l’unica ma fondamentale differenza che mentre il nuovo presidente americano ha ascoltato e valorizzato soprattutto i giovani. In Italia i ragazzi che protestano sono considerati degli sfaccendati, dei lavativi e dei rompiscatole da tacitare il prima possibile (magari facendoci scappare pure il morto, come al G8 di Genova, così il presidente emerito Cossiga sarà contento).
Essendoci involontariamente assuefatti alla vulgata berlusconiana e al suo linguaggio da bar sport, facciamo fatica a capire quale sia stata la vera rivoluzione di Obama in un Paese dove fino a mezzo secolo fa c’era la segregazione razziale e uno smisurato odio per le persone di colore. Barack Obama non ha ottenuto quella che gli anglosassoni chiamano “landslide” (valanga di voti) solo scandendo con enfasi slogan come “Yes, we can” o “We can believe in change”; quella è stata una parte rilevante ma non decisiva della vittoria. Ciò che ha conquistato milioni di americani e gran parte del mondo è stata l’incredibile capacità di Obama di porsi sullo stesso piano dei suoi elettori, di sfruttare al meglio le possibilità fornite dal web, di dialogare con la gente, di farsi sentire vicino agli interessi, alle esigenze, ai sogni, alle ambizioni, alle aspettative di tutti coloro che erano stanchi del malgoverno, delle tensioni e delle paure che hanno caratterizzato l’era Bush. Obama ha vinto prima tra i poveri e poi tra i ricchi, stabilendo un contatto con la popolazione, entrando nelle case dei cittadini come se fosse uno di famiglia. Si è dimostrato “un politico a misura d’uomo”, le cui idee sono eccezionali ma esposte con un linguaggio comprensibile per chiunque, i cui valori sono oggi condivisi perfino da gente che prima non aveva mai votato per i Democratici, i cui progetti sono chiari, a dimostrazione di un pragmatismo e di una concretezza che si accompagnano ad una visione ideale delle numerose questioni sociali aperte, ben distante dal decisionismo nostrano tanto caro all’attuale maggioranza.
Barack Obama è diventato ufficialmente presidente lo scorso 4 novembre ma lo era già parecchi mesi prima, quando dialogava coi giovani su internet, quando sfruttava “Facebook”, i blog, i siti e parlava ai giovani col linguaggio che loro avrebbero usato scherzando con i compagni di scuola.
Qualcuno maligna che la vittoria di Obama sia l’ennesimo trionfo dell’immagine, e in parte è anche vero, ma limitarsi a questo sarebbe assurdo. L’immagine che l’ex senatore dell’Illinois dà di sé, infatti, è quella di cui tutti avevamo bisogno da anni: un’immagine fresca, sportiva, accattivante, l’immagine di un uomo che ha due figlie e riesce a captare come pochi le istanze dei ragazzi. Obama ha fatto sognare la nostra generazione e se si fosse candidato in Italia contro Berlusconi, probabilmente nell’aprile scorso lo stagionato leader di Arcore non avrebbe preso voti neanche in Brianza. Purtroppo noi un leader così non ce l’abbiamo, e neanche un politico di secondo o terzo piano dato che alle nostre latitudini per essere ascoltati bisogna avere almeno una cinquantina d’anni. Parlando di “Facebook”, Martina Chichi esprime su “Zai.net” le proprie possibilità sull’uso che ne fanno gli esponenti politici italiani: “Si può sperare di colmare anche solo un decimillesimo del concreto divario avvertito tra cittadini e politici con un’azione virtuale? O forse porta solo a un’astrazione ancora maggiore?”. In America, si è visto, la risposta esatta è la prima; da noi, per ora, è sicuramente la seconda. Per avere una conferma di ciò, basta riflettere sull’atteggiamento di molti nostri politici, anche a sinistra, riguardo alle manifestazioni studentesche che stanno invadendo l’Italia. A destra siamo guardati con rabbia e con fastidio, a sinistra si limitano alla diffidenza poiché sanno bene che se apriamo troppo gli occhi potremmo avere la tentazione di chiedere loro conto pure di questioni che non c’entrano con la scuola. Non sarebbe male, ad esempio, se la sinistra italiana (dove con il termine sinistra includo tutti i partiti, i gruppi e i movimenti vicini a determinate posizioni) riflettesse su queste parole di Beppe Severgnini, tratte da un suo articolo, “I giovani ascoltati e (in Italia) ignorati”, apparso nella rubrica “Italians” sul “Corriere della Sera” dello scorso 6 novembre. Riferendosi ai nuovi americani, Severgnini scrive: “Uno di questi si chiama Ivan Frishberg. E’ il presidente di Young Voter Pac (www.youngvoterpac.org/board.php), e da anni aiuta il partito democratico a riconquistare il voto dei giovani. Il risultato di Obama dimostra che l’esito dell’operazione – aiutato dall’età di John McCain e dall’inadeguatezza di George W. Bush – è stato trionfale. Ho chiesto all’americano Ivan, pensando all’italiano Walter: come diavolo avete fatto? Mi ha risposto: il lavoro va avanti dal 2000, è costato soldi, pazienza ed è passato attraverso l’istruttiva sconfitta di John Kerry nel 2004. si è basato su iniziative come www.rockthevote.com; sull’uso di internet come luogo di dialogo, informazione e finanziamento. Ma soprattutto su una convinzione: i giovani bisogna incontrarli e ascoltarli. Non per un mese: per anni. Certo, i Democratici italiani potrebbero fare lo stesso. Ma dovrebbero lasciare Roma, amici, poltrone e telecamere. Non per un mese: per anni. Lo faranno? È probabile. Quant’è probabile che Obama ascolti i consigli di Berlusconi”.
Nel frattempo noi ragazzi dell’Onda, che per esprimere liberamente le nostre idee continuiamo a scendere in piazza, a scrivere articoli e a farci sentire in modo non violento con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, per vari giorni abbiamo lasciato le scuole e lo studio per rivendicare il diritto ad avere una scuola migliore e uno studio serio che ci consenta di raggiungere i nostri obiettivi. Noi, al pari di Obama, il nostro trionfo lo abbiamo ottenuto perché ora molti vogliono zittirci ma nessuno osa più dire che siamo silenti e disinteressati. Non vorremmo continuare a vincere in un Paese che, a quanto pare, non si è ancora stancato di perdere.
Roberto Bertoni
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