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Ho ricevuto minacce mafiose. Senza rete e senza editore. Perché la Rai non dà vita a un pool di giornalisti d’inchiesta?

 

Una collega Rai, di quelle con un contratto che tutti noi precari invidiamo, mi ha fatto guardare a quanto è accaduto nelle ultime 24 ore da un altro punto di vista. Quello dell’azienda pubblica Rai, quello dei giornalisti contrattualizzati che per lavorare devono mettere nel cassetto le pretese di “fare informazione” ancorché libera. Proprio così.

Per pubblicare l’inchiesta sul sistema mafioso che soffoca Casarano e il basso Salento ho impiegato molto tempo. Alcuni dettagli sono nel cassetto da tre anni, altri da tre mesi. Altri usciranno a breve. Tassello dopo tassello, quello che poteva essere un dettaglio insignificante, unito agli altri e messo in fila, diventava una notizia. Ho parlato con tante fonti, ho letto tanti documenti, poi li ho incrociati con altri e anche quelle intercettazioni, che ad una prima lettura potevano sembrare non penalmente rilevanti, mettendole in controluce coi fatti e i contesti in cui avvenivano, assumevano tutt’altro significato e valore.

Per poter pubblicare quell’inchiesta, io, senza rete e senza editore (se non me stessa), ho dovuto faticosamente chiedere molti appuntamenti per avvertire ai massimi livelli istituzionali dell’imminente pubblicazione di un’inchiesta delicata, che riguardava temi pesanti come l’infiltrazione della mafia nella pubblica amministrazione, ma soprattutto l’enorme consenso sociale e politico grazie al quale questo era potuto avvenire. Non sono la Rai, io, né un grande quotidiano nazionale, e le “reti” devo crearmele da me. Quando poi il politico locale ha lanciato la sua minaccia in puro stile mafioso, del tipo “sto venendo a prenderti”, è scattata la macchia della sicurezza e anche della solidarietà.

Io ringrazio tutti e vi assicuro che non arretrerò. Chiedo solo di consentirmi di continuare a lavorare liberamente (certo mi piacerebbe avere le spalle coperte) e in situazioni di sicurezza per la mia famiglia. Ma, ed è questo il punto di vista diverso: perché quello che è accaduto a me non è accaduto ad un giornalista di un qualunque TGR Rai? Perché la Rai, che ha capillari presidi d’informazione, non fa un’informazione d’inchiesta capillare?

“Mi sono sentita umiliata, come giornalista Rai, dalla tua inchiesta. Perché io non posso farlo. Non me lo fanno fare. So che tornerò in redazione e mi chiederanno di passare una velina, di attaccarci sopra delle immagini prese da un service esterno. Invece sarei voluta andare io, lì, a fare le domande”. Questo mi ha detto la collega.

In Italia ormai siamo in tanti ad inseguire un modello d’informazione libera da ogni legaccio e lo facciamo a costo di metterci in proprio, di trovare finanziamenti e sostentamenti. Lo facciamo a costo di non riuscire a coprire i costi, perché il costo che pagheremmo con la nostra coscienza sarebbe più grande. E non posso crederci che in Rai non ci siano le professionalità per dar vita ad un pool di giornalisti d’inchiesta capillare, redazione dopo redazione, regione dopo regione. L’inchiesta non può essere una riserva indiana lasciata a pochi (bravissimi) giornalisti e a trasmissioni che si contano su due dita. Queste, si occupano di grandi temi, ma è riuscendo ad essere incisivi e a scavare nelle paludi locali che si può smuovere dal basso la coscienza dei cittadini. Fare, davvero, un servizio pubblico di creazione di un’identità collettiva sana. Fare in modo che i cittadini guardino alla Rai, in ogni regione, come un presidio di legalità, d’inchiesta, d’informazione libera. Un pool di giornalisti d’inchiesta era il sogno di Roberto Morrione: immaginate quanta polvere da sotto i tappeti si tirerebbe fuori. Che cosa aspettiamo?

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