Il “Patto” tra il Viminale e l’Islam italiano

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«Abbiamo sfatato un pregiudizio politico e ideologico, quello che dichiarava l’Islam italiano “impreparato e non consono a poter raggiungere un’intesa con lo Stato italiano” perché “privo di una leadership qualificata; perché i ministri di culto non parlano l’italiano; perché frammentato e in lite al suo interno; perché mai, si sarebbe presentato unito di fronte alle istituzioni italiane”».

Questo pregiudizio «ieri è stato rimosso», ha dichiarato a Riforma.it il professor Paolo Naso, coordinatore del Consiglio per le relazioni con l’Islam, ed ha proseguito: «abbiamo firmato un “Patto” al Viminale con i principali rappresentanti delle comunità islamiche italiane; queste hanno saputo dialogare con un profilo, una postura e un’eleganza assolutamente coerenti con gli standard richiesti da uno Stato democratico come il nostro; lo hanno fatto con competenza, passione civile e con spirito di riconoscenza per il ruolo che l’Italia sta operando in controtendenza a un’Europa nella quale, ultimamente, stanno riemergendo derive pericolose, xenofobe e islamofobiche».

Il «Patto» firmato ieri con l’Islam italiano ha origini lontane, ricorda ancora Naso: «l’iter è iniziato con la prima Consulta del ministro Pisanu, poi è proseguito nei governi successivi. Oggi è una realtà grazie all’accelerazione impressa prima dal ministro Alfano che più di un anno fa decise di istituire una Consulta islamica affiancata da un gruppo di esperti riuniti nel Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano, composto da docenti universitari specializzati in diverse discipline giuridiche, culturali, sociali, filologiche e politologiche, utili per comprendere la complessità dell’Islam».

Frutto della Commissione di lavoro del Consiglio sono stati due documenti: uno dedicato agli Imam e l’altro alle moschee, rileva Naso «nei desiderata del neo ministro degli Interni, Marco Minniti, vi era propio quello di poter arrivare, quanto prima, a un documento quadro condiviso con le diverse realtà islamiche presenti sul nostro territorio. Dopo aver condiviso i contenuti con le associazioni islamiche, ieri si è giunti alla firma e alla presentazione del testo. Un passaggio politico e istituzionale importante, non soltanto perché nel documento sono menzionate le “Intese” con lo Stato italiano ma anche perché lo stesso ministro in conferenza stampa ha fatto esplicitamente riferimento all’Articolo 8 della nostra Costituzione, rimuovendo così quel tabù attraverso il quale si riteneva l’islam italiano non compatibile per un riconoscimento giuridico come quello dell’Intesa. Minniti ha dato impulso, così dicendo, a un ulteriore e significativo passo in avanti per la libertà religiosa».

Quattro le strutture nazionali chiamate a rappresentare l’Islam italiano: «il Centro culturale islamico d’Italia – Grande Moschea di Roma – che in passato aveva già ottenuto un riconoscimento giuridico dallo Stato italiano, poi l’Unione delle comunità islamiche in Italia, (Ucoii), a volte esclusa da alcuni tavoli di discussione, invece importante e molto rappresentativa – prosegue Naso –; ed ancora la Confederazione islamica italiana, un network nazionale di moschee e centri culturali islamici e, infine, la Comunità religiosa islamica (Coreis). Quattro enti che, da sempre, si sono contesi la rappresentanza dei quasi due milioni di musulmani presenti sul nostro territorio. Insieme alle comunità citate – ci dice ancora Naso –, hanno anche aderito organismi più settoriali come l’Associazione degli Imam d’Italia o la Comunità Sciita, per citarne solo alcune tra le 11 firmatarie».

Un patto che Naso definisce specularmente come due «tavole»: «una “tavola” è la dichiarazione delle comunità islamiche che s’impegnano a operare in modo trasparente e documentato e a qualificare i propri Imam; garantire la preghiera in italiano e facilitare le pratiche di dialogo interreligioso per contrastare i fondamentalismi e i fenomeni di ghettizzazione; un patto per adeguare i centri islamici agli standard strutturali e a concepirli come luoghi aperti, accoglienti e trasparenti. A questo “set” d’impegni delle comunità islamiche – continua Naso – corrisponde l’altra “tavola”, un altro “decalogo” d’impegni, questa volta presi dal ministero dell’Interno che garantirà procedure chiare per i riconoscimenti giuridici come quello previsto per gli Imam, designandoli ministri di culto o la promozione nei comuni italiani di Tavoli interreligiosi. Un’iniziativa che vedrà una conferenza con l’Anci che verterà su un tema delicatissimo e controverso, quello relativo ai locali di culto e di competenza degli Enti locali. Il ministro con la sua autorità e autorevolezza, ricorderà in quella sede che esistono alcune norme di governo del territorio che non rispettano i principi fondamentali dello Stato in materia di libertà religiosa».

Un tema, quello della libertà religiosa dirimente per la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei): «come cittadino italiano e come valdese sento l’importanza di difendere questo diritto in un’Europa sempre più chiusa in se stessa tra muri e paure. L’Italia sta proponendo, invece, due buone pratiche e in controtendenza con il resto del mondo, pratiche che con soddisfazione posso dire coinvolgono direttamente le chiese evangeliche, in particolare la Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ossia l’apertura di “corridoi umanitari” e l’attenzione al mondo islamico. La nostra minoranza conosce bene quale sia il valore del confronto e del dialogo con le altre comunità di fede. Se oggi il dialogo non rimane prerogativa di chi si muove con spirito di buona volontà e diventa la strategia delle istituzioni, possiamo dire di aver fatto un altro piccolo passo in avanti».

da Riforma.it


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