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Turchia: “un netto svuotamento democratico”. Intervista a Barbara Spinelli, l’avvocata italiana espulsa dalla Turchia

 

Spesso scambiata per l’omonima parlamentare e giornalista, ho conosciuto per la prima volta l’avvocata attivista per i diritti umani ed osservatrice internazionale Barbara Spinelli ad Istanbul, durante un incontro dedicato alle donne expat in città. A distanza di anni, la incontro adesso nel suo studio di Bologna, a poco più di una settimana dalla sua espulsione dalla Turchia, avvenuta il 13 gennaio scorso per “motivi di sicurezza”, evento passato in sordina sui media nazionali, ma che merita attenzione e solidarietà.

Come sono andate esattamente le cose?
Ero appena arrivata ad Istanbul dove avrei dovuto incontrarmi con alcuni colleghi per poi volare verso Ankara e partecipare ad una conferenza. Quando le autorità mi hanno fermata ho scoperto di essere “persona non gradita”. Mi hanno messa in una stanza con altre donne da rimpatriare perché avevano superato la permanenza concessa con visto turistico. Volevano sequestrarmi il cellulare  per controllare materiale e conversazioni (cosa vietata con un avvocato in stato di arresto, figurarsi in questo caso), ma sono riuscita a dargli solo la batteria. Mi hanno vietato di contattare la console Federica Ferrari Bravo che a sua volta non ha potuto comunicare con me per tutta la notte, fino a quando, il giorno dopo, non sono stata imbarcata sul volo del ritorno, senza un documento ufficiale che attestasse il respingimento.

Aveva mai avuto problemi del genere prima di questo episodio?
Direi di no, solo normali controlli di polizia all’interno delle delegazioni.

Il suo rapporto con la Turchia: come e quando ha iniziato ad interessarsene e perché?
Il mio interesse è nato da un rapporto sviluppato all’interno delle Nazioni Unite a Ginevra, nel momento in cui per l’associazione dei Giuristi Democratici lavoravo in particolare sul femminicidio ed ero consulente alla relatrice speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne. In quell’occasione ho casualmente conosciuto delle attiviste curde con cui ho iniziato a collaborare per comunanza di vedute, e ho iniziato ad approfondire in particolare la situazione della minoranza curda prendendo contatto con alcuni avvocati e diventando poi osservatrice internazionale. Già negi anni Novanta tuttavia, i giuristi democratici si erano occupati di Abdullah Öcalan (leader del PKK, ndr), personalmente avevo incontrato Leyla Zana (attivista politica curda imprigionata per oltre 10 anni). I temi, quindi, non mi erano estranei, ma mi ci sono avvicinata con un’ottica più di genere.

Pensa che la sua attività con la minoranza curda sia strettamente legata all’espulsione?
Ciò che mi differenzia dagli altri osservatori internazionali è l’attività svolta da Giugno 2015 nei territori a maggioranza curda a confine con la Siria, come la città di Cizre, che ho visitato con la prima delegazione che ha avuto il permesso di entrare dopo la fine del coprifuoco, e dove sono stata testimone diretta di gravissime violazioni dei diritti umani. Conosco in maniera elementare la lingua curda, ho parlato con la gente del posto, non si parla di prove artefatte, gli animali (e gli uomini) uccisi dai cecchini per strada erano lì, e noi siamo stati i primi a vederli e documentarli. La persecuzione che colpì già i miei colleghi turchi e curdi, le stesse motivazioni per cui Tahir Elçi  (capo dell’associazione degli avvocati curdi) è stato assassinato, ora toccano me. L’espulsione è la mia punizione.

Conosce bene il contesto turco da tempo, quali sono i cambiamenti fondamentali che nota ad oggi?
Un netto svuotamento democratico. Il declino giuridico a mio avviso è iniziato nel marzo del 2015 con l’approvazione di un pacchetto di sicurezza che conteneva varie norme di modifica del codice di procedura penale volte a restringere le libertà di manifestazione, sia fisica che del pensiero. Quando con le elezioni di Giugno 2015 Recep Tayyip Erdoğan non è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta, è iniziata la militarizzazione nel Sud-Est, con la cessazione degli accordi di pace fra il governo ed il PKK, ed una conseguente escalation di violenza. L’oppressione che l’opposizione democratica turca vive ora dopo il colpo di stato, è ciò che i giornalisti, i sindaci, gli avvocati curdi subiscono da più di un anno. Ed ora lo stato d’emergenza permette violazioni sulla popolazione civile gravissime.

Quali sono le violazioni perpetrate dalla Turchia al momento, erroneamente giustificate dallo stato d’emergenza?
Non so se si possa ancora parlare dell’esistenza di uno stato di diritto in Turchia. Con la riforma costituzionale la democrazia, come concetto valido dalla Rivoluzione Francese in poi, non è più tale. Abbiamo un governo che elegge e controlla tutti gli organi costituzionali, la libertà di stampa non è garantita, la censura è forte e violenta, anche e soprattutto con il controllo dei social media, il diritto di difesa è estremamente limitato tanto che una persona può essere tenuta in stato di fermo per oltre 30 giorni senza necessitare la presenza di un avvocato, e le prove assunte hanno valore legale senza la convalida di un giudice. Un quinto della popolazione turca ha il divieto di espatrio… parlare di democrazia diventa complicato anche per i più ottimisti dei commentatori.

Qual è l’opinione dei suoi colleghi turchi e curdi in merito alla situazione in divenire?
Loro continuano a fare il loro dovere, ogni giorno, con grande impegno, che necessita solidarietà e appoggio internazionale. Tentano di arginare gli abusi dello stato attraverso la pratica della professione, anche se perfino per incontrare i propri assistiti rischiano libertà e vita.

A proposito di intervento internazionale, come vede l’assenza di quest’ultimo in merito all’arresto di Selahattin Demirtaş, leader dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli, filo-curdo), nonostante la sua rilevanza?
Mi trovato in Turchia proprio nella notte fra il 2 e il 3 Novembre (la notte in cui Demirtaş è stato arrestato, ndr) più precisamente a Mardin per un’udienza. La mattina seguente mi recai a Diyarbakir provando ad entrare in tribunale insieme ad un altro collega italiano, Ezio Menzione, dell’osservatorio per gli avvocati minacciati delle camere penali. L’udienza di convalida del fermo vide l’isolamento di un intero piano dell’edificio, e solo tre dei suoi avvocati restarono con Demirtaş. Noi fummo scortati nell’ufficio del presidente degli ordine degli avvocati, potendo conferire solo con lui. Il fatto che alle delegazioni del consiglio parlamentare d’Europa sia stato negato di potersi accertare delle sue condizioni, senza che questo abbia suscitato sdegno o intervento pubblico, è un fatto particolarmente grave. I banchi dell’unica opposizione filo-curda e di sinistra sono attualmente vuoti in parlamento. Di sicuro nei libri di storia un domani verrà ricordata la connivenza dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa con un dittatore che rischia di macchiarsi dell’onta di un altro genocidio, dopo quello commesso dai suoi predecessori nei confronti del popolo armeno.

Come vede la sua posizione personale, adesso?
Farò tutto ciò che è necessario per denunciare la violazione dei miei diritti. Si tratta, tuttavia, di un atto discrezionale e il silenzio del Ministero degli Esteri, che fino ad oggi non ha provveduto a contattarmi, non mi fa ben sperare rispetto alla revoca del mio divieto d’ingresso, ora permanente. Spero di poter tornare quando questo regime sarà terminato, ma nel frattempo si dovrebbe garantire la sicurezza degli altri osservatori internazionali che continueranno a fare il mio lavoro. Perlomeno l’appoggio dell’avvocatura c’è stato, come dimostrato dalla medaglia al merito che ho ricevuto dal Consiglio Nazionale Forense.

Qual è la sua opinione sul futuro della Turchia?
Non sono un’esperta di geopolitica, non me la sento di fare previsioni, mi auspico che dall’esterno ci sia la capacità di rinvigorire le forze democratiche presenti nel Paese che continuano strenuamente a documentare le violazioni dei diritti umani. Mi riferisco a giornalisti e giornaliste, avvocati e avvocate che si espongono nella difesa di quel po’ che resta dello stato di diritto.

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