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Qualcuno dica a Grillo che i tribunali del popolo non servono

 

Doppiamente colpevole, Beppe Grillo. Per aver partorito la solenne stupidaggine del tribunale di popolo contro giornali e giornalisti presunti colpevoli di falso,  e per averlo fatto nel momento sbagliato, distogliendo l’attenzione della opinione pubblica da un tema cruciale quale la libertà della rete. Che sempre più spesso viene rimessa in discussione,  e purtroppo anche da persone autorevoli come il presidente dell’antitrust Pitruzzella, uscito dal letargo per sentenziare che “servono regole”. Quali, non è dato sapere.

Qualche anno fa ci avevano provato con l’allarme “pedofilia”. Un fenomeno che, secondo alcuni commentatori,  era destinato a dilagare perché grazie alla rete sarebbe diventato troppo facile reperire materiali, trovare indirizzi, organizzare incontri. E pazienza se tutte le statistiche dimostravano – e dimostrano –  che l’85% delle violenze avviene nell’ambito  della famiglia e degli amici di famiglia. Paradossalmente sono proprio i pedofili che agiscono in rete a finire incastrati, non dall’esistenza di nuove regole, ma dalla tracciabilità dei contenuti pubblicati. Nessuna password, per quanto sofisticata, può impedirla. E non è sicuro neppure il  “Dark Web”, il web oscuro che tanto piace agli sceneggiatori di Hollywood. Oscuro, ma non anonimo, come hanno scoperto parecchi criminali informatici quando si sono ritrovati con le manette ai polsi.

Poi è arrivata la campagna contro  l’ “odio in rete”. Apparentemente il ragionamento fila: siamo diventati una società conflittuale e violenta, la libertà di rete è diventata anche libertà di insulto e strumento di diffusione dell’odio, dunque bisogna intervenire, ad esempio attribuendo  ai provider la responsabilità dei contenuti pubblicati. Ma proviamo a estendere lo stesso ragionamento al telefono. Anche attraverso la buona vecchia cornetta possono arrivare terribili insulti e minacce. Si possono organizzare truffe, rapine e attentati. E i call center dimostrano che si possono molestare impunemente milioni di persone a tutte le ore del giorno e della notte.  Che facciamo? Obblighiamo Telecom, Vodafone e Wind a ascoltare tutto, e a bloccare quello che non piace? 

Le cronache hanno dimostrato che l’odio in rete, come la pedofilia, si può combattere con gli strumenti di cui già disponiamo. Basta aver voglia di indagare, come è accaduto quando il presidente della camera Laura Boldrini ha deciso di rendere pubblici gli insulti ricevuti via web, e agli inquirenti sono bastati pochi giorni per risalire ai loro autori, che sono penalmente perseguibili.  Dunque, invece di inventare nuove e fantomatiche regole, sarebbe sufficiente e auspicabile dotare le forze dell’ordine delle conoscenze e degli strumenti necessari per combattere con efficacia i reati nell’era digitale.

Diverso è il caso delle “bufale”, l’ultima campagna dei nemici della rete libera. Lamentano costoro la moltiplicazione dei siti che diffondono consapevolmente notizie false allo scopo di influenzare l’opinione pubblica. Per restare agli ultimi casi, il viadotto crollato sulla Salerno – Reggio Calabria appena inaugurata, i campioni di profumo letale spediti dall’Isis in Europa, la meningite che arriva dall’Africa, e via elencando. Alcune sono divertenti. Altre stupide. Altre pericolose. In genere si muovono sull’incerto confine tra la goliardia, la speculazione commerciale legata al numero dei click ottenuti e la malafede. Ma è appena il caso di ricordare che le bufale sono sempre esistite – quella delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, costruita a tavolino dall’intelligence americana e inglese, ha cambiato la storia del mondo –  e che la rete si è limitata a amplificare il fenomeno, esattamente come ha fatto a suo tempo la stampa internazionale dando retta a Bush e Blair.

Le bufale sono un sintomo, non una causa: indicano che esistono larghi strati  di opinione pubblica privi degli strumenti culturali necessari per distinguere il vero del falso, e quindi facilmente turlupinabili dal primo venuto. Indicano anche, purtroppo, una preoccupante perdita di credibilità dell’informazione tradizionale. La carta stampata e le televisioni sono state indebolite dalla troppa contiguità con il potere, da troppi anni di descrizioni edulcorate della realtà, e da troppi giornalisti mediocri.

Qualcuno dovrebbe dire a Grillo che i tribunali del popolo non servono. E’ più che sufficiente il calo dei lettori e degli spettatori.

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