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Perdere la Memoria. Intervista a Edith Bruck

 

L’ultimo libro di Edith Bruck parla di memoria, e non solo quella della Shoah, testimoniata per una vita intera

Edith Bruck racconta a Riforma.it, e senza imbarazzo, l’ultimo periodo della sua vita passata al fianco di suo marito – così come ha fatto nel libro da poco uscito e dal titolo «La rondine sul termosifone» per La nave di Teseo –,  dedicato al suo compagno di una vita, il noto poeta Nelo Risi, anche regista come il fratello Dino. Edith racconta le giornate passate con lui e la cura di quei giorni passati insieme nella malattia, otto mesi, sino all’ultimo saluto. Racconta di quando, sempre più spesso, lui non la riconosceva più e lei si «sentiva annullata, proprio come nei campi di sterminio», dai quali era riuscita miracolosamente a sopravvivere.

Edith Bruck è nata in un villaggio ungherese ai confini dell’Ucraina da una famiglia di ebrei poverissimi. Sopravvissuta ai campi di sterminio dov’era stata condotta da bambina, si è stabilita in Italia nel 1954.

«Nelo – racconta Bruck –, mi guardava e capivo che non era più lui, che non mi riconosceva, che non ricordava la nostra vita passata insieme; sono rimasta particolarmente ferita una volta quando gli dissi, guardandolo negli occhi, “Auschwitz” e capii che, per lui, quella parola era uguale a tante altre, priva di significato, che non richiamava nessun ricordo, nessuna emozione. Poi, fortunatamente, poco dopo averla pronunciata, Nelo, abbassando lo sguardo e chinando la testa verso il pavimento mi disse “mi viene da piangere”, i suoi occhi erano lucidi, facendomi così rinascere un’altra volta».

Oggi è il Giorno della Memoria Edith, lei è una delle poche testimoni dirette, sopravvissute alla tragedia della Shoah e ai campi di sterminio. Qual è il senso, ancora oggi, di una giornata come questa?
«La situazione internazionale è sempre più preoccupante. In Europa stanno avanzando, giorno dopo giorno, derive nazionaliste, populiste, vere e proprie espressioni di gruppi nazi-fascisti organizzati in strutture paramilitari, stanno emergendo sentimenti xenofobi, antisemiti. Oggi, presi di mira però sono soprattutto rifugiati e migranti; sorte fino a pochi anni fa riservata a rom e sinti. Queste nuove forme d’intolleranza ci ricordano quanto in Europa si stia creando una “scia” pericolosa, per tutti, non solo per chi fugge da guerre e persecuzioni, ma per tutti coloro che sono “diversi”. Dal momento che siamo fortunatamente tutti “diversi” l’uno dall’altro, nessuno sarà immune.

Bruck, cos’è il razzismo?
«Siamo noi. Il razzismo è dentro di noi. Ciclicamente emerge con più forza proprio perché non è mai uscito da noi. È il nostro lato oscuro che attende l’occasione giusta per ricordarci la sua esistenza. Solo la nostra intelligenza, la nostra sensibilità e cultura possono tenerlo sotto controllo e confinarlo tra le stupidità».

Eppure giornate come queste, sono state create per riflettere proprio sulle tragedie del passato e trarne insegnamento. Non crede?
«Non credo.  Neanche Auschwitz è servito a far comprendere il valore della vita, dei sentimenti, trasmettere quell’empatia che permette di non far soffrire altre persone, umiliarle, torturarle, come vorremmo che non venisse fatto a noi. Così, non sono serviti i drammi del passato: la Cambogia, il Vietnam, la tragedia di Hiroshima. Viviamo in un mondo talmente agghiacciante che a volte avverto un senso di pudore quando mi viene chiesto di parlare di Auschwitz. Oggi molte, troppe tragedie, stanno attanagliando il nostro mondo».

Dunque la storia non insegna?
«La storia non insegna. La scuola insegna poco e i genitori spesso ancora meno. Oggi la società e completamente chiusa in se stessa. In famiglia si sta seduti a tavola e non si parla perché si guarda la televisione o peggio s’interagisce con sconosciuti che si ritiene amici attraverso il telefono cellulare o l’Ipad. La nostra è diventata una “società social” di solitari che soffrono la solitudine. Più la società si sviluppa e avanza tecnologicamente più l’uomo rimane solo.

Eppure, grazie ai social, le donne nel mondo stanno organizzando le manifestazioni e i movimenti più interessanti, sia per numeri che per temi da divulgare. Non è così?
«Certamente, come per tutte le cose, ci sono lati positivi e negativi. Dipende come queste tecnologie si utilizzano e con quali fini. Sfruttare eticamente e con competenze ciò che ci è stato messo a disposizione è importante. Attraverso la rete si possono organizzare attentati terroristici, o come si diceva, far scendere in piazza una moltitudine di donne in tutti il mondo a difesa dei diritti umani, della giustizia, delle legalità, dei diritti delle donne, come avvenuto recentemente con l’elezione di Trump che ha dato avvio a un “nuovo femminismo” attivo, proprio come quello degli anni Settanta. Quello delle donne è sempre stato un movimento attivo, di politica, capace di risvegliare le coscienze; forse la politica più sana che io conosca e rivolta ai diritti umani».

Un movimento per risvegliare le nostre coscienze troppo sopite?
«Tutto ciò che ci accade intorno, anche lontano mille miglia da noi, ci riguarda da vicino e tocca ognuno di noi. Non possiamo voltarci dall’altra parte, soprattutto se qualcuno soffre. Eppure, oggi nel mondo regnano luoghi comuni, assuefazione alle tragedie e tanta ignoranza. A Padova, pochi giorni fa, una signora ha detto all’uscita da una chiesa, dov’era stato organizzato un incontro per parlare di rifugiati e migranti: “che affoghino tutti”. Una frase terribile. Stava parlando esseri umani e auspicava la loro morte e scomparsa nel mare».

Luoghi comuni?
«Ma scherziamo. Anche in passato si era partiti con frasi “buttate al vento” contro gli ebrei, i rom, i disabili e poi ci siamo ritrovati tutti ad Auschwitz.

Eppure lei ha incontrato e incontra tutt’ora, molti giovani nelle scuole. Qual è il messaggio che offre a questi ragazzi, malgrado la ruvidezza della realtà?
«Che c’è sempre una luce in fondo al buio. Anche nella Germania nazista e nei campi di sterminio tra i nostri aguzzini c’era qualcuno che ha saputo allungare un avanzo di marmellata o una “gavetta”, qualcuno che diceva: “come ti chiami?”. Dunque non è mai tutto perduto, non può esserlo, c’è sempre speranza malgrado le avversità e la nostra natura contraddittoria. Ognuno di noi può fare qualcosa, perché non sia tutto perduto. Lo dico sempre ai ragazzi, voi siete il futuro e ogni vostro gesto di umanità è la nostra salvezza. Cose importanti che dico anche ai genitori. Sono i responsabili dell’educazione dei figli, ciò che loro sapranno insegnare, come ad esempio il rispetto per ogni singolo essere umano, del prossimo, sarà cemento e fondamenta, sul quale poter costruire il futuro. Un uomo non può essere brutto perché nero, non può essere antipatico perché povero; queste sono cose semplici da capire, ma devono essere dette. Se un uomo è povero e un altro e ricco, ci dev’essere una spiegazione razionale, onesta e non banale o di comodo».

Vale ancora la pena incontrare i giovani dunque?
«Certamente e sono preoccupata quando l’ultimo testimone diretto non ci sarà più; soprattutto in questo particolare periodo storico di “post-verità”. Quando si cercherà di negare, sminuire, ciò che è stato. Rimuovere il passato, negare l’esistenza della Shoah e la tragedia vissuta da milioni di persone è l’obiettivo che molti negazionisti portano avanti da tempo sperando nella scomparsa degli ultimi testimoni diretti, dopo tutto sarà più facile per loro. Né film, né libri, né spettacoli teatrali saranno in grado di far passare messaggi e testimonianze come quelle dirette. Tutto ciò che si scrive, si guarda in Tv, film o spettacoli teatrali è spesso viziato da interpretazioni, mistificazioni, banalizzazioni; soltanto il repertorio, le immagini trasmesse nude e crude di allora potranno conservare la verità di ciò che è stato. C’è ancora bisogno, purtroppo, di raccontare ciò che accadde e credo che in futuro sarà sempre più necessario. Senza memoria, non c’è ieri, né oggi, né domani».

La malattia di suo marito, Nelo, l’ha catapultata nel baratro dell’assenza di memoria.
«Io ero la sua memoria, lui era la mia memoria. Quando si perde la Memoria non c’è più niente, solo il nulla e tutto perde di senso e di significato. Per questo è importante conservare, divulgare, tramandare la Memoria. Solo così sapremo di essere umani, in grado di essere umani».

da Riforma.it

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