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“Paterson” di Jim Jarmusch

 

E’ incoraggiante osservare come ogni organismo sia capace di creare i propri anticorpi. Di fronte a un cinema italiano che per le feste ha scaricato sugli schermi soltanto gli avanzi comici di una crapula esaurita da tempo, il pubblico non soltanto si è ritratto con fastidio castigando i titoli al botteghino,  ma addirittura ha cercato rifugio verso proposte tutt’altro che facili, come Agnus Dei,  Lion, Il medico di campagna, storie capaci di arrivare al cuore dello spettatore con la loro carica umana. Analogamente a ciò che accade  in politica, anche nella Settima Arte la ‘gente comune’ è molto più avanti della casta che detta legge, la quale finge di non accorgersi del malumore diffuso (e se non finge è ancora più grave) continuando a danzare  sorda e compiaciuta sull’orlo del vulcano. Usque tandem? Se qualcuno tra chi tira le fila mettesse i piedi a terra, si sorprenderebbe  probabilmente di scoprire una sala piena allo spettacolo delle sei e mezzo del pomeriggio, per assistere a Paterson, l’ultimo film di Jim Jarmush; il regista statunitense eterodosso, noto in Italia per aver scritturato nel lontano 1986 Roberto Benigni in Daunbailò (Down by Law),  ma anche per altri piccoli gioielli prodotti dal circuito indipendente americano.

Paterson, è il nome del protagonista (Adam Driver) ma anche della cittadina del New Jersey in cui è ambientato il film che potrebbe benissimo intitolarsi “sette giorni, una vita”, in quanto narra una vicenda che si svolge nell’arco di una settimana, da un lunedì all’altro.

La scena si apre con Paterson, un giovanottone bonario di circa trent’anni, che si sveglia sul far della mattina ancora abbracciato alla bella moglie Laura. Afferra l’orologio da polso dal comodino, controlla l’ora, le sei e un quarto, bacia sulla spalla nuda la ragazza che ancora indugia nel sonno, e si alza incontro alla giornata che lo attende. Fa colazione da solo in cucina affondando il cucchiaio nella ciotola di latte e cereali, quindi esce di casa avviandosi a piedi al lavoro con in mano una minuscola valigetta. Nel corso della storia vedremo che compie sempre lo stesso percorso per raggiungere la rimessa degli autobus e prendere servizio come autista di linea urbana. Prima di partire trae dalla borsa un quaderno su cui annota qualcosa, poi scambia un saluto con il capoturno che ogni mattina gli racconta i propri guai familiari, mette in moto e parte.

Lo vediamo al volante mentre percorre le strade della città. I passeggeri salgono e scendono, a volte intrecciano dialoghi tra loro che egli ascolta con un orecchio, accennando tra sé a un mezzo sorriso di partecipazione. Al termine dell’orario, ricopre a piedi il medesimo tragitto per tornare a casa, dove lo aspettano la moglie e il cane Marvin, un bulldog inglese accucciato su una poltrona che osserva tutto ciò che accade intorno, impassibile al pari del padrone. Laura è una pittrice di tessuti che lavora in casa assecondando il proprio estro per l’arredamento e accoglie con gioia il ritorno del marito mostrandogli le sue realizzazioni e interrogandolo sul lavoro della giornata che non offre quasi mai spunti di novità. Lei però è anche molto curiosa di ciò che Paterson è riuscito a scrivere nel quaderno in cui, appena ha un momento libero, annota i versi che concepisce e rifinisce nella propria testa. Le sue sono poesie semplici, lineari, eppure gravide di verità, nello stile scarno e disadorno di  William Carlos Williams, il poeta che egli ama e del quale possiede il volume “Poesie scelte”, sull’unica mensola del soggiorno. I suoi sono componimenti d’amore, perché di qualsiasi argomento essi parlino, si nutrono del suo intenso sentimento per la giovane sposa; la quale ha letto sulla rete di un Poeta Italiano del Trecento, di nome Petrarca, che aveva scritto un intero canzoniere dedicato alla donna amata, il cui nome era proprio Laura. Paterson ascolta con attenzione qualsiasi cosa gli venga riferita, senza quasi mai tradire nel volto le proprie reazioni, tenendo con cura ogni emozione dentro se stesso fino a quando non riesce a tradurla in parole sul suo quadernetto.

Il film si apre con la sua voce fuori campo che recita una poesia dedicata a una scatoletta di fiammiferi  “sempre alla mano” nella loro casa, chiamati “Ohio blu tip matches” , con una grafica che evoca la forma del megafono e riesce a dare più forza al prodotto. La moglie trova le sue poesie bellissime, ne attende la nascita con trepidazione, e vorrebbe che lui si desse da fare per pubblicarle; o quantomeno si prendesse la briga di andare alla Xerox a copiare il contenuto del quaderno, per scongiurare il rischio di perderle. Paterson ascolta, promette di seguire il suo consiglio, ma senza alcuna vera  partecipazione; per lui conta solo scriverle. Del resto non si separa mai dal taccuino; a volte mentre Laura prepara la cena, scende nello scantinato ad annotare ancora qualche verso seduto a uno scrittoio contro la parete. Poi insieme consumano il pasto uno di fronte all’altra nel tavolo di cucina, con scarne parole e molto amore non detto.

Dopo cena Paterson esce per la passeggiata con Marvin arrivando fino al bar. Lega il cane all’anello esterno  del  locale e entra a consumare una birra scambiando all’occasione brevi battute con il barista nero, che ha qualche contrasto con la moglie, o con i pochi avventori abituali. Tra essi un giovanotto di colore, poco attraente, con gli occhiali a fondo di bicchiere, che corteggia senza fortuna, ossessivamente, una ragazza per nulla interessata a lui. Una sera lo spasimante minaccia di suicidarsi con un colpo alla tempia, Paterson gli si getta addosso impavido per scongiurare la tragedia, ma si tratta di una  pistola giocattolo a proiettili di polistirolo.

La sequenza del bar si chiude ogni volta in fondu, cioè con una dissolvenza al nero sul bicchiere mezzo vuoto di birra; e si riapre la mattina successiva – martedì, mercoledì, giovedì… – con il ragazzo che si scioglie delicatamente dall’abbraccio della moglie, svegliandosi puntualmente da solo e allungando la mano al comodino per controllare l’ora. Naturalmente da un giorno all’altro si registrano piccole e quasi insignificanti variazioni alla routine; che però non sono affatto insignificanti, racchiudendo in sé la sostanza delle sue poesie. Un pomeriggio per esempio, tornando dal lavoro, Paterson vede una ragazzina seduta sul muretto fuori della scuola in attesa che la madre  passi a prenderla. Lui si ferma a parlare sedendole accanto, e l’adolescente gli mostra un album segreto con tanto di serratura, nelle cui pagine scrive le sue poesie. Incoraggiata, si offre di leggergliene una: i versi parlano dell’acqua che scende dal cielo in tanti fili e si posa sulle cose come i capelli sulle spalle di una ragazza. A Paterson la poesia piace molto perché non è diversa dalle sue. La fanciulla, esultante, gli confida che Emily Dickinson è la sua poetessa preferita ed è molto felice che sia importante anche per lui: “E’ la prima volta che incontro un autista di autobus che ha letto Emily Dickinson!”. Dichiara estasiata prima di correre verso l’auto della madre che la sta aspettando con lo sportello aperto.

Il sabato, giorno di riposo, Laura per arrotondare le grame finanze familiari, ha preparato tanti dolcetti per una festa, decorati come sa far lei, da vera pittrice. E quando torna con il guadagno, duecentoottanta dollari, decidono di far festa andando fuori a cena e poi al cinema, a vedere un vecchio film in bianco e nero. Laura è affascinata dal bianco e nero, ha comprato persino una chitarra bianca e nera vintage perché vuole imparare a suonarla e diventare una cantante ‘country’; ha già pronto il cappello da cowboy e una mise seducente disegnata da lei stessa. Escono di casa contenti, senza Marvin, e lui lascia incustodito sul divano il taccuino delle poesie… Di più non si può rivelare.

Il film, di quasi due ore (113’) si beve in un’unica sorsata, perché è esso stesso una poesia, allo stesso modo in cui possiamo immaginare che la poesia sia apparsa al tempo dei tempi, prima di ogni complicazione lessicale e semantica, prima di ogni ermetismo e astrazione; quando il primo essere umano ha provato a dare forma di parola a ciò che vedeva e che provava, e che non sarebbe riuscito a comunicare in nessun altro modo se non con quei suoni unici e necessari. In principio era il verbo. La poesia che coincide col creato, e per esso con l’universo, conosciuto e sconosciuto. La poesia come rivelazione di sé.

In una lirica Paterson si rivolge idealmente alla sua compagna: “A volte mi capita di pensare ad altre ragazze, ma so che senza di te non esisterebbero neanche loro, nulla esisterebbe se non ci fossi tu. Neanche io esisterei”. Naturalmente la mia è una parafrasi a memoria, l’originale è molto più intenso e toccante. Jarmusch a sessantatre anni, dopo aver tanto sperimentato, ha incontrato ciò che evidentemente aveva sempre cercato, la poesia nel cinema. Paterson alias l’interprete Adam Driver, il cui cognome coincide con il mestiere del personaggio, ha prestato al regista la sua figura alta e rarefatta, il suo volto stupito di tutto e di nulla, per incarnare il poeta che è pur sempre un posseduto, anche quando non vuole e non lo sa.  Insieme ci hanno regalato un film emozionante.

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