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Grillo “inciampa” in Europa

 

Solo, sempre più solo. Beppe Grillo non è mai stato così isolato in Europa. Il garante dei 5 Stelle prima ha rotto con gli euroscettici di Nigel Farage per entrare nella “casa” dei liberaldemocratici di Guy Verhofstadt, ma è andata male. I liberaldemocratici, europeisti convinti, hanno sbarrato la porta all’ingresso degli eurodeputati del M5S nel loro gruppo al Parlamento europeo. A questo punto, salvo altri imprevedibili colpi di scena, i pentastellati rimarranno soli, confluiranno nel gruppo Misto del Parlamento di Strasburgo. Sembrava tutto fatto, invece l’accordo a sorpresa è clamorosamente saltato, è durato appena poche ore. Il contrordine cinquestelle, lanciato da Beppe Grillo, sembrava funzionare: aveva proposto il cambio di marcia, avallato dagli iscritti con il 78,5% di “sì” in una votazione online.

Grillo aveva chiesto e ottenuto di “ripensare” le alleanze nel Parlamento europeo: disco verde  all’intesa con i liberaldemocratici, il gruppo dell’Alde, quello più convintamente europeista tra le forze politiche dell’Unione europea. Addio al gruppo Efdd (Europa della libertà e della democrazia diretta) che l’M5S aveva formato con l’Ukip, il partito inglese di destra per anni diretto da Nigel Farage, l’artefice del vittorioso referendum dell’anno scorso sull’uscita della Gran Bretagna dalla Ue. L’accordo con l’Alde era stato preparato con cura nei mesi scorsi. Trattative intense a Bruxelles, coperte da un assoluto riserbo, avevano preparato la svolta. Subito si è capito, però, che qualcosa non andava per il verso giusto. La scelta aveva scosso il M5S. Molti esponenti cinquestelle avevano parlato di “tradimento” delle vecchie battaglie: contro la Ue, contro l’euro, contro l’immigrazione di massa, contro le classi dirigenti e la finanza predatrice dell’Europa a trazione tedesca. I liberali della Ue, con il loro liberismo in economia e il loro credo europeista, finora sono sempre stati in contrapposizione con il M5S, considerato un movimento populista con tratti autoritari.

I cinquestelle per anni avevano lanciato slogan durissimi contro la Ue e, in particolare, contro la moneta unica europea: «Fuori dall’euro», «firma per il referendum», «l’euro uccide le imprese». L’Unione europea e l’euro, pur con i loro difetti da superare, sono ritenuti dei traguardi intangibili dalle forze socialiste, popolari e liberali del vecchio continente. L’intesa prima ha scricchiolato: anche all’interno dell’Alde c’è stata un’alzata di scudi contro l’adesione dei pentastellati al gruppo parlamentare. Una parte degli europarlamentari liberaldemocratici francesi e tedeschi si opponeva. Marielle de Sarnez, vicecapogruppo dell’Alde, non voleva sentire ragioni: «Farò di tutto per impedire che succeda, sarebbe un’alleanza empia». Alla fine, dopo frenetiche consultazioni, è arrivato un secco no. Guy Verhofstadt ha rinunciato a porre in votazione la scelta. Il capogruppo dell’Alde al Parlamento europeo ha spiegato il no: «Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa. Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave».  Manca un minimo comune denominatore politico: «Non c’è un terreno comune sufficiente per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di far parte del gruppo dell’Alde».

Beppe Grillo non l’ha presa bene. Il blog del leader cinquestelle ha subito contrattaccato:  «L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo». L’accusa è contro i poteri forti europei ed italiani: «Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima».

Questa volta il capo dei pentastellati ha fatto un passo falso. L’intesa con i liberaldemocratici non ha retto al momento del varo. L’accordo avrebbe potuto aiutare a superare lo scetticismo e l’avversione delle cancellerie europee verso i cinquestelle, giudicati una forza populista, antieuropea e con venature autoritarie.

La marcia del M5S dall’opposizione totale anti sistema verso il governo si fa più difficile. Grillo, dopo i grandi successi elettorali e la conquista dei sindaci di molte città importanti (in testa Roma e Torino) cercava di costruire un programma di governo da proporre in caso di elezioni politiche anticipate, o di fine regolare della legislatura nel 2018. Sembra che Grillo a dicembre abbia invitato i cinquestelle a serrare i ranghi superando i duri contrasti interni: «Ora avanti compatti, niente scherzi, dovete essere uniti. C’è uno spiraglio per andare al governo». Ma la voglia di governo potrebbe rivelarsi una mela avvelenata.

Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, soprattutto dopo la sconfitta subita con la vittoria del “no” al referendum costituzionale, guardano con grande attenzione alle mosse del comico genovese. ‘l’Unità’, il giornale del Pd, qualche giorno fa ha titolato: «Perché Grillo al governo sarebbe una sciagura». Ora il segretario del Pd starebbe lavorando a un nuovo programma, con valenza elettorale, incentrato sui “diritti” (pensioni, tasse, lavoro, Sud, giovani). Praticamente gli stessi temi enunciati dal presidente del Consiglio.

Certo adesso Renzi e Gentiloni possono tirare un sospiro di sollievo: Grillo, con la porta sbattuta in faccia dai liberaldemocratici, ha preso una brutta sberla. È la maggiore sconfitta degli ultimi tempi. Il capo dei cinquestelle è “inciampato” nell’Europa.

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