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“Un’allegra fin de siècle” – di Lina Wertmüller

 

Dall’assassinio a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinando, che condurrà all’esplosione della prima Guerra Mondiale, fino all’attentato delle Due Torri a New York, l’ineffabile Lina Wertmuller ci racconta il ‘secolo breve’ in una sobria mise en espace al Teatro Greco di Roma. Lei siede in un’ampia poltrona rossa, indossa gli inseparabili occhiali dalla montatura bianca e una comoda mise nera blusa pantaloni ravvivata da una mantella colorata sulle spalle. E’ a piedi nudi, e si serve di una stufetta elettrica contro il freddo, a somiglianza del vecchio braciere di casa. Davanti a sé, su un leggio di legno, troneggia un quadernone che l’artista sfoglia senza fretta man mano che la narrazione procede; e poi c’è la sua voce roca, sgranata, che così bene si attaglia alle vicende rievocate con pathos da cantastorie. Lina, nei suoi ottantotto anni, ha deciso di mettersi in scena. Ha voluto accanto nell’impresa un’attrice assai più giovane, Nicoletta Della Corte, che canta gli intermezzi ed è vestita volutamente alla Rita Hayworth nel ruolo indimenticabile di Gilda: i guanti di raso nero sopra al gomito che al momento giusto, come la diva di Hollywood, sfila con parodistica malizia per lanciare a sfida verso il pubblico. Andrea Bianchi, un pianista di disinvolta agilità, l’accompagna accarezzando la tastiera di un monumentale piano a coda. 

I suoi sono siparietti spiritosi, eleganti, eseguiti con movenze avvolgenti, scuotendo il gran manto di capelli scuri che fanno corona al volto magro, espressivo, arguto; imitando a tratti lo stile brechtiano di Kurt Weil, in altri momenti ammiccando alle soubrette del Salone Margherita. I suoi interventi sono sottolineature, colpi di pennello, suggestioni acustiche, divertissement, a volte appassionate canzoni di impegno civile (parole della Wertmüller, musiche di Lilli Greco) che e scandiscono una favola ben conosciuta da molti di noi, meno dai ragazzi, chiamati a un utile ripasso antiaccademico.

Lo spettacolo si snoda con naturalezza, suscita l’emozione di un incontro privato in cui la grande affabulatrice intenda chiamare a raccolta gli amici. La regista che per prima ha coniugato in Italia il cinema al femminile, incantando il pubblico con film diventati leggenda – Mimì Metallurgico, Film d’amore e di anarchia, Travolti da un insolito destino,  Pasqualino Settebellezze –  ci coinvolge non  con ricordi personali, ma col ‘ricordo’ di un’epoca appena dietro le spalle e che tuttavia sembra già ingiallita tra le pagine di un sussidiario di storia.

Eppure gli episodi che si sgomitolano hanno fatto parte della nostra vita, alcuni di noi, non pochi, ne soffrono ancora la tragedia nel cuore e le ingiurie sulle pelle: la rivoluzione sovietica, la follia del primo conflitto mondiale con diciassette milioni di morti, l’epopea dannunziana, il Re ‘Sciaboletta’ con la sua bella Elena al fianco, il ventennio del fascismo, i campi di sterminio nazista, l’olocausto, Charlie Chaplin che palleggia il mappamondo ne Il grande dittatore, una seconda guerra globale e devastante scatenata da Hitler, che muore nel bunker di Berlino con l’amante e sposa Eva Braun, Mussolini appeso dai piedi a Piazzale Loreto insieme alla sua Claretta che gli sta accanto fino all’estremo sacrificio, il sogno americano arrivato sulle jeep delle truppe di liberazione, il cambiamento radicale dell’Italia del boom economico, la contestazione, il Sessantotto, la Guerra del Vietnam, la conquista dello spazio, i desaparecidos in Argentina, il delirio islamico contro l’Occidente fino al crollo delle Twin Towers, che avviene nel primo anno del nuovo millennio ma suggella nel sangue innocente la fine del vecchio, e sembra simboleggiare l’ultimo atto di un demone che non ha mai deposto le armi di distruzione e di morte.

Un’allegra fin de siècle intitola Lina con amara ironia la sua conversazione pubblica, senza trascurare quanto la scienza si sia ormai impadronita nel bene e nel male della nostra esistenza, recando insieme a una civilizzazione senza precedenti anche una dolorosa, oscura, perdita di identità.

Due donne sul palco distanti almeno due generazioni; una, Lina (al secolo Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich nata a Roma il 14 agosto 1928),  che ci regala il suo eloquio arrochito, scanzonato, combusto; l’altra, Nicoletta, che canta facendole egregiamente da spalla, in modo da conferire alla lettura scenica la titolarità di spettacolo musicale.

Qualche annetto fa, sto parlando nel 1985, Nicoletta era una ragazzina di Bologna ai primi passi, e aveva fatto da spalla addirittura a Federico Fellini, il più grande autore di cinema in circolazione, il vero mostro sacro del Novecento. Era stata ingaggiata per interpretare il ruolo di una assistente al montaggio un po’ svampita, per un mio film dal titolo Fellini nel cestino, prodotto da Achille Manzotti e realizzato a Cinecittà (organizzatore Massimo Cristaldi, direttore della fotografia Cristiano Pogany, scenografo Luciano Calosso). Era il racconto eterodosso, investigativo, sulle censure subite dai film del Maestro. La storia vedeva in scena, davanti a una moviola, Fellini e lo scrittore Oreste del Buono, i quali dialogavano amichevolmente sulle sequenze che, per una ragione o per l’altra, erano state tagliate nella edizione finale dei suoi film. Alcune definitivamente, misteriosamente svanite nel nulla e ormai irreperibili, come il primo finale di Otto e Mezzo ambientato nella carrozza ristorante di un treno (in seguito sono state rinvenute poche fotografie di scena scattate a suo tempo da Gideon Bachman, inventore del film di backstage cinematografico, e recentemente scomparso; ciao Gideon, che la terra ti sia lieve!); altri recuperati per il rotto della cuffia (L’uomo del sacco di Le notti di Cabiria); altri ancora rimontati per l’occasione frugando nelle scatole dei “doppi e scarti”. E’ il caso del Canalone Turco di Casanova, in cui l’amante veneziano amoreggia con un prestante saraceno scuro di pelle).

Per recuperare il materiale scomparso, avevo battuto a tappeto tutti gli stabilimenti romani di sviluppo e stampa, con ritrovamenti esaltanti ma anche con scoperte avvilenti: alla Technicolor sulla via Tiburtina, per esempio, un’esondazione dell’Aniene aveva invaso gli scantinati sommergendo le scatole di matallo in cui veniva conservata tutta la pellicola sviluppata, rendendone inservibile il contenuto. Una perdita irreparabile per film come Otto e mezzo appunto o La dolce Vita. Ciononostante molto era stato riportato in salvo, ed erano le pizze che ora Nicoletta sistemava sui piatti della moviola per essere visionati sul piccolo schermo del tavolo di montaggio. Immagino che alle orecchie dei nativi digitali queste descrizioni da vetero tecnologia possano arrivare come a noi i geroglifici della Stele di Rosetta. Ma i siparietti erano divertenti, la giovane attrice al suo esordio interpretava con molto spirito lo stereotipo delle colleghe reali che, condannate al buio e alla noia delle salette nelle interminabili sedute di montaggio, cercano di ingannare il tempo mangiando compulsivamente o ascoltando musica. E lei tra un panino imbottito e una battuta a vanvera, teneva testa agli strali affettuosi e salaci di Federico, e con che grinta! Già attrice di razza: vedere per credere. La verve non s’è in nulla attenuata, la ragazzina di Bologna è diventata un bella signora delle scene, un vero talento per la recita cantata; e per qualche disegno del destino è rimasta ad aleggiare nel grande universo felliniano, se è vero che la stessa Lina Wertmüller iniziò la sua carriera di regista facendo da assistente volontaria a Federico in Otto e mezzo. Nell’arte, come nelle scienze naturali, nulla si crea e nulla si distrugge.

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