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“Sully” – di Clint Eastwood ★★★★★

 

“Tell me your story, I’ll tell you mine”. Canta così, sui titoli di coda di “Sully”, il tema musicale del film diretto e musicato da Clint Eastwood. Una frase che riassume il senso del cinema di Eastwood, decisamente uno dei più grandi registi di questi anni, che i nostri figli studieranno sui testi e che ameranno per decenni e decenni ancora. Con “Sully”, Eastwood tocca le vette più alte della sua arte, semplicemente raccontandoci una storia.

Quella che prende avvio dal “Miracolo sull’Hudson” del 15 gennaio 2009, quando il capitano Chesley “Sully” Sullenberger (Tom Hanks) appena decollato dall’aeroporto la Guardia di New York viene costretto a prendere la decisione più difficile della sua vita. Uno stormo di uccelli ha messo in avaria entrambi i motori del suo A320 e Sully in 35 secondi decide che non c’è tempo di tornare indietro. L’unico modo per salvare i suoi 155 passeggeri è ammarare sull’Hudson, anche se i manuali di volo gli hanno insegnato che l’ammaraggio è il più rischioso degli atterraggi possibili. La fine di quell’avventura è nota al mondo: si salvarono tutti, lui li salvò tutti.

Un film per raccontare 208 minuti pazzeschi e la cui fine è nota. Sembra un po’ poco per farne un film prodotto dalla Warner Bros. Ma qui entra in gioco la grandezza di uno sceneggiatore quasi sconosciuto, Todd Komarniski, che ha fatto un miracolo del libro di memorie dello stesso Sullenberger (assistito dal grande Jeffrey Zaslow) ,“Highest Duty”, in cui si racconta non solo l’evento ma soprattutto tutto quello che successe dopo, compreso il processo intentato a Sully e al suo copilota Jeff Skiles dalla National Boarding Flying Security.

E’ impossibile raccontare cosa Eastwood sia riuscito a fare del materiale che aveva in mano: un aereo che cade in acqua e si salvano tutti. Non muore nemmeno un bambino, un vecchio, l’hostess dai capelli biondi, nessuno. La storia che lui sceglie di raccontare – insieme al suo fantastico team di “American Sniper” – è quella dell’americano comune (il solito Jimmy Stewart), il miglior americano comune, il simbolo dell’americano comune: colui che lavora con abnegazione e passione perché questo è il suo dovere, punto. Il piccolo eroe del grande mito americano, l’uomo pronto a fare la sua parte nella costruzione collettiva di un sogno.

Questo è Sully, ma il destino gli ha fatto uno strano scherzo: i suoi 40 anni di specchiato servizio stanno per essere stracciati, la sua intera vita fatta di moglie, figlie, mutui e bollette sta per essere messa al rogo. Si sta giocando tutto per quei maledetti 208 secondi in cui ha dovuto prendere una decisione, da solo, nessun precedente cui fare riferimento, nessun consiglio dai superiori: lui è il superiore, lui deve decidere, su di lui gravano 155 vite, prendere o lasciare. E’ questo su cui Eastwood crea la suspence; la storia di un uomo comune, di un comune eroe americano che il caso costringe a giocarsi tutto in “one shot”.

Girato interamente in tecnica Imax (la panoramica è gigantesca, il dettaglio iper-nitido), lavorato e montato sui punti di vista, il meglio di “Sully” rimangono i suoi interpreti, capitanati da un gigantesco Tom Hanks, capace di trafiggerti il cuore alzando soltanto un sopracciglio. La musica struggente di Eastwood mette tutte le ciliegine. Da “Sully” si esce con l’anima gonfia di emozione e di gratitudine.

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