Caporalato. Arresti nell’agro pontino. Un primo passo verso il ripristino della legalità

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Fino al 18 aprile 2016 le denunce sull’esistenza di un vastissimo fenomeno di sfruttamento del lavoro nell’agro pontino era considerata una sorta di leggenda perlopiù inventata dalla Flai Cgil e da In Migrazione, poi, quel giorno, centinaia di braccianti indiani sono scesi in piazza per la prima volta e hanno denunciato ad alta  voce le condizioni inaccettabili in cui erano costretti a vivere e a lavorare. Ammucchiati in tuguri e baracche, per dodici ore al giorno chini nei campi a due euro all’ora e obbligati a sottostare ai diktat del caporale senza poter neanche chiedere i guanti di protezione durante la distribuzione dei diserbanti e molti sprovvisti di permesso di soggiorno. Ieri dopo mesi di denunce è arrivato il primo arresto di uno di quei caporali, Jit Parm, 47 anni, cittadino indiano fiduciario del capo della cooperativa agricola cui forniva i braccianti. E’ il primo intervento della Procura di Latina in collaborazione con la Digos, i carabinieri e il Nucleo dell’Arma presso l’Ispettorato del lavoro nel mondo sommerso dei braccianti sfruttati nel triangolo d’oro dell’agricoltura del Lazio, tra Pontinia, Sabaudia e Terracina, dove lavorano 24mila braccianti, quasi tutti sikh.

Il Procuratore De Gasperis ha detto che si tratta della punta di un iceberg e che le indagini continuano, grazie alla collaborazione dei braccianti che per la prima volta, la scorsa primavera, hanno deciso di parlare, di raccontare le loro condizioni di lavoro. Ciò ha consentito la svolta ma fondamentale è  stato l’accesso della Commissione parlamentare sugli infortuni sul lavoro effettuata il 24 maggio scorso presso la cooperativa Casa Lazio. In quella occasione sono stati ascoltati molti lavoratori e riscontrate numerose irregolarità contrattuali. Dopo è cominciato il lavoro investigativo della Procura che ha portato a questo primo arresto che arriva a pochissimi giorni dall’approvazione della nuova legge sul caporalato. Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Pierpaolo Bortone sono contenuti dettagli terribili: il caporale chiedeva da 250 a 300 euro per chiamare un connazionale a lavorare in quell’azienda, 100 euro per gli anni successivi più una regalia a piacere e ovviamente la consegna del silenzio; inoltre ciascun bracciante doveva pagare 50 euro al mese per un posto letto nella baraccopoli ricavato in via Portosello, su un terreno tra Pontinia e Sabaudia di  proprietà di due anziani di Roma, entrambi denunciati anche per la violazione delle leggi sull’immigrazione, poiché all’interno dei tuguri c’erano immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno. Il terreno è stato sequestrato e se le accuse verranno confermate sarà avviata la procedura di confisca.

Il fenomeno del caporalato era stato anche oggetto di approfondimento in Commissione parlamentare antimafia nelle audizioni del Prefetto e del Questore di Latina tenutesi a maggio scorso e in quella sede era emersa solo la irregolarità dei contratti per l’assenza di denunce specifiche, ossia di braccianti disposti a dichiarare quanto accadeva nei campi e nelle serre. Il numero dei lavoratori sfruttati è cresciuto in questi anni proprio “grazie” all’omertà che si era instaurata in tutta la rete di coop e aziende che operano nel settore oltre che per una palese carenza di controlli, riavviati in seguito allo sciopero di aprile. Dall’inizio del 2016 il nucleo ispettivo dei carabinieri ha eseguito verifiche in 48 aziende e ha escusso 384 lavoratori, 68 di questi erano completamente in nero, 34 sono risultati clandestini; nove gli imprenditori denunciati finora per violazioni di norme fiscali e previdenziali e le multe relative ammontano a 96mila euro. Le indagini in realtà sono appena iniziate, spinte da una serie di approfondimenti giornalistici e parlamentari che hanno fatto emergere un quadro agghiacciante delle condizioni di lavoro nel settore dell’agricoltura pontina. “Quello che avevano visto nella coop ispezionata e ciò che ci avevano riferito i lavoratori era inquietante e non più sostenibile – ha detto la Presidente della Commissione sugli infortuni sul lavoro, Camilla Fabbri – per questo l’arresto eseguito dai carabinieri e le altre indagini in corso sono un importante passo avanti verso il ripristino della legalità”. “Questa inchiesta dimostra che le nostre denunce raccontavano una drammatica realtà dove accanto allo sfruttamento convivono la criminalità ambientale e un pesante traffico di clandestini”, ha sottolineato Marco Omizzolo, il sociologo di Sabaudia che per primo ha sollevato il velo sullo sfruttamento e il maltrattamento dei braccianti in provincia di Latina.


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