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I Giochi Olimpici nel Paese senza speranza

 

La Commissione Speciale per l’Impeachment, formata da 65 deputati, che ha stabilito, con 38 voti favorevoli e 27 contrari il proseguimento del processo d’impeachment nei confronti della presidente del Brasile Dilma Rousseff  è formata sia da esponenti che appoggiano il governo che dell’opposizione. In più ci sono alcuni indipendenti. Ma ciò che li lega davvero è ben altro:  trentasette di questi sono indagati per reati di “corruzione” ed altri reati gravi, tra i quali “cospirazione” ed il “riciclaggio di denaro”. Di questi trentasette deputati sotto inchiesta, trentacinque hanno votato a favore dell’incriminazione della Presidente Dilma Roussef.
Al netto delle indagini più recenti legate al cosiddetto “Lava Jato” (tangenti Petrobras), si calcola che sul totale dei 513 deputati alla Camera, 303 siano indagati per qualche reato. Al Senato le cose non vanno meglio: su ottantuno senatori, quarantanove risultano attualmente indagati.

Il processo ora passa alla Camera, che dovrà stabilire in assemblea plenaria, a maggioranza di due terzi, se Dilma vada giudicata ed eventualmente condannata per aver violato la legge di responsabilità fiscale. In caso positivo, l’iter proseguirà al Senato e la Rousseff sarà sospesa dalle sue funzioni.

Si sa, col fisco non si scherza di questi tempi. Panama non è lontana e forse è per questo che chi guadagna una media di circa 1 milione di euro all’anno, in Brasile, ne versa al fisco appena il 7%, molto meno di quanto ne versano in massa come contribuenti i lavoratori dipendenti. Non si può dire che il Congresso nazionale non sia ben disposto nei confronti dell’elite. Lo rivela uno studio dell’ONU: i brasiliani “super-ricchi” al vertice della piramide sociale ammontano approssimativamente a 71 mila persone (0,05% della popolazione adulta), che hanno guadagnato, in media, 4,1 milioni di reais nel 2013, un milione di euro circa. Secondo la ricerca, questi brasiliani pagano meno tasse, in proporzione al proprio reddito, di un normale lavoratore dipendente. Questo perché circa due terzi del reddito dei super-ricchi è esente da qualsiasi incidenza tributaria. “In Brasile, nessuna riforma di ampio respiro con l’obiettivo di ampliare la progressività del sistema tributario è stata realizzata negli ultimi 30 anni di democrazia, 12 di questi sotto il governo di centro-sinistra del Partito dei Lavoratori (PT)”, hanno affermato i ricercatori, ribadendo che la riforma della progressività tributaria è al momento una delle grandi sfide del paese che però nessuno ha voluto o vuole raccogliere. E’ vero che nel caso in questione, lo scandalo Roussef, si parla di tangenti, ma il percorso di questo flusso di denaro porta sempre a conti nascosti.

Se le considerazioni sullo stato di salute della politica brasiliana lasciano il tempo che trovano, perché se è vero che c’è molta, molta corruzione, nel governo, è altresì vero che non c’è nessuno che incarni un prototipo di politico diverso dalla maggior parte dei presenti. Anzi riecheggiano gli spettri del passato. Se a far parlare del Brasile sono gli scandali, è la situazione dei diritti umani che non può essere taciuta: “Negli ultimi anni abbiamo lanciato l’allarme sempre sugli stessi problemi. Il Brasile vive in uno stato permanente di violazione dei diritti umani da una parte importante della sua popolazione. Si tratta di una violazione assolutamente selettiva” lamenta Atila Roque, direttore esecutivo di Amnesty International, in Brasile. “Il Paese pur avendo compiuto passi avanti nel campo delle politiche di riduzione della povertà, ha mantenuto un alto grado di violazioni dei diritti in altri ambiti“. La novità di quest’anno viene dalle mani di alcuni deputati e senatori che, secondo Amnesty, stanno compiendo grandi sforzi per minacciare le conquiste di diritti umani, ottenute dalla fine della dittatura militare. L’ONG evidenzia una serie di proposte di legge presentate lo scorso anno che, se approvate, significherebbero un “enorme passo indietro nel quadro costituzionale”, afferma Roque. Tra queste vi è la proposta di emendamento alla Costituzione che riduce l’età in cui i bambini e gli adolescenti possono essere processati come adulti (da 18 a 16 anni) o la proposta di modifica della Costituzione (PEC 215) che mira a trasferire al Potere Legislativo la responsabilità per la demarcazione delle terre indigene. Amnesty ha anche espresso la sua preoccupazione sul disegno di legge, scritto dal presidente della Camera Eduardo Cunha, che rende difficile l’assistenza sanitaria alle donne vittime di abusi sessuali, e l’approvazione di una legge anti-terrorismo che potrebbe criminalizzare i movimenti sociali.

Inoltre, sempre secondo Amnesty, il numero di omicidi in Brasile rimane altissimo. Secondo l’ultimo rapporto del Forum di Sicurezza Pubblica nel 2014 sono state più di 58 mila le persone assassinate, oltre 3000 per mano della polizia, un aumento del 37% in relazione all’anno precedente, e 398 i poliziotti uccisi in servizio. Il capitolo del Rapporto dedicato al Brasile critica il governo Dilma Rousseff per non aver ancora attuato il Piano Nazionale per la Riduzione degli Omicidi, promesso nel mese di luglio. “Il numero assoluto di omicidi è una calamità che richiama da molto tempo l’attenzione non solo di Amnesty”, ha detto Roque. Il focus di questa violenza, come dimostrano i numeri sugli omicidi in Brasile raccolti dal Forum, rimane lo stesso: giovani e neri delle periferie e delle favelas. “Il quadro è ancora più grave se guardiamo al ruolo che ha lo Stato in questo volume di omicidi. Gran parte di queste morti sono causate dalla polizia, attraverso gruppi di sterminio o milizie”, ha detto Roque. Sono venuti alla luce nel 2015 casi come  quello della strage di Osasco a Sao Paulo dove, in una sola notte, 18 persone sono state uccise. Ma di casi di violazioni dei diritti umani ce ne sono a decine: le uccisioni di alcuni  Sem Terra nello stato di Paranà, gli sgomberi violenti nel Mato Grosso, arresti di leader indigeni nello stato di Bahia oltre alle abituali incursioni della polizia militare nelle favela di Rio de Janeiro.  A pochi mesi dai Giochi Olimpici, se è possibile, la situazione si fa sempre più critica per i poveri di Rio che in Dilma e Lula avevano riposto tanta speranza.

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