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Turchia, lacrimogeni e cannoni ad acqua contro i giornalisti non allineati

 

In Turchia si silenziano anche così i giornalisti considerati d’opposizione. Non solo con licenziamenti e arresti, ma anche con lacrimogeni e cannoni ad acqua. Le immagini arrivate da Istanbul sono l’ennesima ferita alla democrazia. Dentro la redazione, la polizia che irrompe nella sede di Zaman, il quotidiano più diffuso del paese, usando gas al peperoncino; fuori, gli agenti con gli idranti, disperdono le centinaia di persone accorse per protestare contro l’ennesima violazione della libertà di stampa. Perché – dopo decine di arresti, televisioni e siti web oscurati – due giorni fa il tribunale ha commissariato il gruppo Zaman Media (che controlla il giornale turco Zaman, l’edizione inglese Today’s Zaman, l’agenzia di stampa Cihan, il settimanale Aksiyon e la tv Samanyolu) afferente alla galassia mediatica di Fethullah Gulen, l’imam che fu il grande alleato di Erdoğan, ma diventato poi il suo peggior nemico dopo la Tangentopoli turca del 2013 che travolse il governo, un’operazione che il Capo dello Stato considera orchestrata proprio da Gulen per rovesciarlo. Da allora, con l’imam in autoesilio negli Usa, Zaman è diventato una delle maggiori voci di opposizione in Turchia.

Ma da giovedì il giornale è sotto amministrazione controllata dopo l’accusa di “propaganda terroristica”, secondo la quale quelle testate sostengono il presunto “stato parallelo” di cui parla Erdoğan, creato dall’ex alleato per sovvertirlo. Ieri i giornalisti – che dovrebbe rappresentare il quarto potere a controllo delle altre istituzioni – sono stati costretti a entrare in una redazione presidiata dalle forze di polizia. “Ecco come noi giornalisti dobbiamo fare il nostro lavoro – ha twittato il noto editorialista Abdullah Bozkurt – sotto il controllo delle forze speciali e con la polizia dentro gli uffici”. Eppure, nonostante l’assalto degli agenti, la redazione è riuscita a pubblicare sul suo sito le immagini dell’irruzione, provocando finalmente una reazione da parte dell’Europa alla vigilia di un incontro chiave a Bruxelles tra il governo turco e l’Ue sulla questione dei rifugiati, con la Turchia che gioca in posizione di forza di fronte all’emergenza che sta vivendo l’Europa, pronta a dare a Erdoğan tre miliardi per bloccare i profughi.

Questa volta l’Ue sembra, almeno a parole, aver preso una posizione netta. Il presidente del Parlamento, Martin Schulz, ha annunciato che lunedì chiederà spiegazioni al premier Davutoğlu: “Il sequestro di Zaman è un altro colpo alla libertà di stampa in Turchia. Se qualcuno non è d’accordo con le notizie di un giornale dovrebbe opporsi con i fatti, non imbavagliando il giornalismo”. La preoccupazione principale – prima di firmare un patto difficile da sciogliere sui rifugiati – riguarda proprio il possibile ingresso della Turchia nell’Unione. Il commissario all’Allargamento, Johannes Hahn, si dice “estremamente preoccupato per quanto accaduto a Zaman”, mentre il Dipartimento di Stato Usa definisce “inquietanti” le azioni giudiziarie per silenziare i media: “la Turchia è candidata all’adesione e deve rispettare la libertà di stampa – ha detto il portavoce Kirby – i diritti fondamentali non sono negoziabili”.

Per mettere a tacere le voci scomode, si continua a utilizzare l’accusa di “propaganda terroristica”, come se nel Paese che fu di Atatürk funzionasse il sillogismo per cui chi ha opinioni diverse dal partito al potere (e l’Akp di Erdoğan controlla sia presidenza della Repubblica che maggioranza parlamentare) è necessariamente un terrorista, un attentatore alla sicurezza nazionale. Con la magistratura – formalmente un potere indipendente – invece fortemente influenzata dalle volontà del Capo dello Stato, come quando, dopo la pubblicazione dell’inchiesta sul traffico d’armi verso la Siria firmato da Dündar e Gul su Cumhuriyet, Erdoğan minacciò i giornalisti – “la pagherete”, disse – e ne ordinò l’arresto per rivelazione del segreto di Stato e attentato alla sicurezza nazionale. Firmò personalmente la richiesta e la magistratura eseguì.

Dopo quasi 100 giorni di prigionia i due giornalisti sono stati scarcerati grazie alla decisione della Corte Costituzionale che ha giudicato una “violazione dei diritti” la loro detenzione in attesa di giudizio. In particolare ha stabilito che sono stati violati i “diritti individuali, la libertà di espressione e di stampa” dei giornalisti, citando gli articoli 19, 26 e 28 della Carta. Insomma, esiste ancora un giudice a Berlino, retaggio dell’impostazione laica dello Stato realizzata da Mustafa Kemal Atatürk a inizio del secolo scorso. Ma l’incubo non è finito, perché i due giornalisti sono stati sì scarcerati, ma rischiano comunque l’ergastolo solo per aver avuto il coraggio di scrivere, su territorio turco, quello che raccontano molti giornali internazionali: gli ambigui rapporti tra l’Isis e il paese e la drammatica situazione dei curda, da mesi costantemente bombardati e attaccati dall’esercito. Alla stretta sulla stampa si aggiungongono le richieste del Capo dello Stato di intraprendere un’inchiesta nei confronti del partito di opposizione filo-curdo Hdp e di togliere l’immunità parlamentare ad alcuni deputati dello stesso partito.

Per questo, oggi, ancora di più, è fondamentale continuare, con la Federazione della Stampa e l’Usigrai – e insieme al sindacato europeo dei giornalisti, a Diritto e Libertà, ad Amnesty International, ai Giuristi Democratici, a Reporters sans frontières – nel nostro impegno per chiedere il rispetto della libertà di stampa e dei diritti umani.

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