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Shawkan, giornalista egiziano in carcere da mille giorni

 
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Mahmoud Abu Zeid, conosciuto come Shawkan, è stato arrestato il 14 agosto 2013, mentre stava scattando fotografie in uno dei giorni più bui della storia recente dell’Egitto. Quel giorno, le forze di sicurezza dispersero con estrema violenza il sit-in della Fratellanza musulmana in piazza Rabaa al-Adaweya, uccidendo oltre 600 persone.

Superati ormai i 1000 giorni di carcere, Shawkan attende il processo, fissato al 26 marzo. Rischia una condanna all’ergastoloper pretestuose accuse di sostegno al terrorismo. Dal carcere, Shawkan ha scritto una lettera ad Amnesty International. 

“Alle 7.45 si palesa un informatore di bassa statura, decisamente insensibile e ottuso, dal volto privo di espressione e dall’accento che tradisce il suo paese di origine. Il compito che è stato assegnato a lui e agli detenuti della squadra di informatori, è di mettersi accanto a te e urlare: ‘In piedi, bello! Arriva l’ispezione!’ Vorrei che chiunque sano di mente rispondesse a questa domanda: che sta accadendo? Perché sono ingiustamente tenuto in questa prigione?

Questi informatori si assomigliano per l’aspetto, le caratteristiche e l’espressione, forse li differenzia solo l’altezza. Hanno facce piccole, baffi trascurati, fronte ampia, occhiaie profonde, mani grasse, braccia tozze. Questo mese è la terza volta che vengono per l’ispezione, in totale la 26esima da parte della direzione del carcere e la 95esima da parte dei servizi di sicurezza. Il protagonista di queste situazioni è il signor Selim, capo dell’intelligence, che conduce personalmente questa ispezione. Apro pigramente e lentamente gli occhi, ancora pieni di sonno. Lascio le mie cose dentro la cella, esco insieme agli altri e mi metto in fila davanti al supervisione del capo degli informatori. Passa un’ora di sguardi denigratori e insulti che non è possibile immaginare.

Quando rientro in cella, è tutto sottosopra. I nostri oggetti personali buttati a terra alla rinfusa, i nostri vestiti umiliati come i loro proprietari. Stavolta hanno fatto sul serio, 10 persone a ispezionare una cella di due metri per un metro e ottanta! Continuo a chiedermi: perché? Per caso sono la Guida suprema della Fratellanza musulmana? Per caso sono Ayman al-Zawahiri, il capo di al-Qaeda? No, Zawahiri l’hanno scarcerato anni fa. E allora perché? Perché? Per caso sono Abu Bakr al-Baghdadi, il califfo dello Stato islamico?

Ogni volta che c’è un’ispezione, gli informatori rubano le nostre cose. O le danneggiano. A Iskander, il mio compagno di cella che ha quasi perso la vista, hanno frantumato gli occhiali. Quello che ne è rimasto, sotto i piedi dell’informatore, è simile al grano quando finisce nella macina. Possono dire quello che gli pare, ma niente giustifica che un essere umano sia trattato con questa crudeltà, sia insultato in questo modo. Le mie domande restano senza risposta. Quello che è evidente è il desiderio di persecuzione da parte del capo degli informatori. Lui e io non abbiamo mai avuto niente a che fare sul piano personale, dentro e fuori il carcere, per giustificare gli insulti e la terza ispezione consecutiva questo mese. Ha risparmiato tutti i criminali che si trovano in questa prigione, quelli della Fratellanza musulmana, quelli dell’Isis, per opprimere un giornalista che è stato tradito mentre svolgeva il suo dovere e lasciato a marcire in una prigione per 1000 giorni senza poter vedere un giudice.

Ma il suo modo di fare appartiene a lui o sta seguendo le istruzioni dei suoi superiori? Se è così lo stato egiziano, rappresentato dal governo, ha deciso di lasciare in pace i nemici della Fratellanza e dell’Isis per impartire una dura lezione a un giornalista che non ha affiliazione politica se non quella alla sua professione, un giornalista che ha risposto alle richieste del governo di seguire lo sgombero del sit-in di Rabaa al-Adaweya.

Mi chiedo: non è abbastanza aver trascorso 1000 giorni in una detenzione ingiusta sulla base di false accuse? Mille e una notte? Perché impediscono ai miei anziani genitori di vedermi dopo aver fatto un viaggio di quasi un giorno e mezzo per portarmi cose di cui avevo bisogno? Perché 10 persone devono ispezionare per due ore una cella grande come una scatola di cerini? Sebbene dall’ispezione non sia emersa alcuna infrazione al regolamento, il gruppo degli informatori mi minaccia avvertendo che torneranno ancora. Ma che vogliono da me il capo degli informatori e i suoi uomini? Perché tutta questa oppressione e persecuzione? Non è ancora abbastanza”?

Fonte: “Il Fatto Quotidiano”

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