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Ordine dei Giornalisti: l’arroccamento equivarrebbe a un danno per la categoria

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Ordine dei giornalisti: stavolta non puo’ esserci una via di mezzo tra quelli che plaudono e quelli che temono. L’iniziativa riformista che ha passato il vaglio della Camera va pienamente apprezzata, poi si puo’ discutere su come provare a correggerla o migliorarla , a patto che non sia un pretesto per insabbiarla . Intanto‎ intercetta la volonta’ di cambiare e di innovare della stragrande maggioranza della categoria , espressa dai presidenti di molti ordini regionali e dalla Fnsi. La legge Gonella,ottima per gli anni 60,e’ oggi un colabrodo rispetto a quelle che sono le esigenze del giornalismo . Era piu’ o meno l’epoca del carosello in cui in una celebre reclame di brillantina,l’infallibile investigatore riconosceva di aver pure lui commesso un errore. Spieghiamo subito quale fu l’errore di prospettiva della Gonella,cui si sta ponendo rimedio per cominciare a ripartire , perchè è ovvio che la riforma sarà completa solo quando si parlerà di giornalismi e di accesso, piloni fondamentali accanto a formazione e deontologia.
All’art 16 della legge istitutiva fu scritto :” Il Consiglio nazionale è composto in ragione di due professionisti e un pubblicista per ogni Ordine regionale o interregionale, iscritti nei rispettivi elenchi “. E fin qui ci siamo. Il rapporto è lo stesso esistente nei consigli regionali .Poi si penso’ che evidentemente le regioni non fossero per dimensioni ed iscritti tutte uguali, ma anzichè contingentare comunque un numero massimo si aggiunse: ” Gli Ordini regionali o interregionali che hanno più di 500 professionisti iscritti eleggono un altro consigliere nazionale appartenente alla medesima categoria ogni 500 professionisti eccedenti tale numero o frazione di 500 superiore alla metà.

Conformemente, gli Ordini regionali o interregionali che hanno più di 1000 pubblicisti iscritti eleggono un altro consigliere nazionale appartenente alla medesima categoria ogni 1000 pubblicisti eccedenti tale numero… “. La deriva pletorica e il problema di rappresentanza iniziarono cosi’. Il legislatore sta ora semplicemente correggendo questo piccolo grande errore,in buona sostanza riconosciuto anche dallo stesso Consiglio Nazionale , che ravvisando l’esigenza di riforma,pur senza l’entusiasmo di una larga maggioranza, riconobbe che non potessero esserci 73 pubblicisti e 71 professionisti e votò per un drastico ridimensionamento del numero di consiglieri e per un rapporto 3 a 2 a vantaggio dei professionisti. Quel “patto” interno di compromesso non è stato nei mesi successivi portato avanti e ora il cannoneggiamento conservativo è danno ulteriore alla possibilità di sedersi a un tavolo e ragionare. Non tanto sul rapporto, che riafferma in sostanza quello della Gonella, quanto per esempio su un numero di consiglieri tale da garantire un’ idonea rappresentanza anche territoriale soprattutto del pubblicismo, che è parte importante del giornalismo italiano, ma che nel consiglio attuale è parte prevalente e cosi’ non può essere.
Pochi 36 consiglieri per garantire funzionamento e rappresentanza. Cosi’ come si deve lavorare per consentire l’elettorato passivo al pubblicista, che riceva contributi previdenziali per il lavoro giornalistico svolto , a prescindere se l’editore l’indirizzi correttamente all’Inpgi oppure no. Occorre assumersi la responsabilità del dialogo, sapendo che arroccamento equivale a danno per la categoria e che il cammino di cambiamento è solo al primo passo. Per andare veramente avanti bene , da un lato bisogna rispettare le prerogative del legislatore, dall’altro pretendere di esser coinvolti in un confronto che guardi lontano, a partire dalla vorticose trasformazioni della professione nell’era dei social , e non all’ombelico.

6 marzo 2016