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Presidente Rossi, che vuole scalare il Partito Democratico – di Rodolfo Ruocco

 
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La Toscana, la sua terra, rischia di causare parecchi dispiaceri a Matteo Renzi. Prima era solo un’ipotesi emersa un anno fa, adesso è un dato politico con cui fare i conti: Enrico Rossi, 57 anni, si candida alla segreteria del Pd. Il presidente della regione Toscana apre così in anticipo la campagna elettorale per il congresso del Pd, previsto per la fine del 2017.

Giornalista, ex Ds, al secondo mandato di governatore della Toscana, lancia una sfida al presidente del Consiglio e segretario del Pd: «La mia sarà una candidatura alternativa a Renzi, ma con l’ambizione di superare la dinamica tra renziani e antirenziani. Per questo mi definisco convintamente rossiano».
Rossi fa le cose con cura.

Fa partire la sua sfida da Pontedera, centro toscano del quale è stato sindaco, città culla del gruppo Piaggio. È un doppio segnale simbolico: Pontedera ospita una delle maggiori fabbriche italiane iperbaslonate (qui fu inventata la Vespa, uno scooter dal successo mondiale); è un centro di forte identità operaia, nel quale Rossi conta su un ampio consenso. È una risposta “da sinistra” alle scelte del presidente del Consiglio.

La partita per la segreteria del Pd sembra giocarsi tra toscani. Rossi, nato a Bientina (Pisa), non ha un rapporto idilliaco con il fiorentino Renzi. Punta ad incassare i voti dei militanti di sinistra rimasti nel Pd e a recuperare quelli che, o singolarmente o in modo organizzato, hanno lasciato il partito. Stefano Fassina, Pippo Civati e Sergio Cofferati, in tempi diversi nel 2015 hanno abbandonato il Pd, attaccando le riforme “di destra” di Renzi. Rossi cercherà il sostegno delle minoranze democratiche da due anni sul piede di guerra.

Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo e Roberto Speranza, pur smentendo ipotesi di scissione, contestano al presidente del Consiglio e segretario del Pd “una politica neo centrista” sulle riforme del lavoro e sociali e scelte plebiscitarie sulle innovazioni istituzionali (superamento del bicameralismo paritario e nuova legge elettorale maggioritaria).

Bersani, Cuperlo, Speranza temono uno snaturamento dell’identità di centrosinistra del Pd e attaccano le ipotesi per costruire il Partito della nazione, delineato da Renzi per allargare i confini elettorali ai cittadini delusi del centrodestra e del M5S. Può darsi che scatti l’operazione per “scalare” il Pd e disarcionare Renzi da segretario. Le minoranze di sinistra del partito da tempo contestano a Renzi di concentrare troppi poteri nelle sue mani con il doppio incarico di presidente del Consiglio e segretario del Pd.

Bersani ha ripetutamente criticato il doppio incarico: «Se fossi diventato premier, non sarei rimasto segretario, ma ho altri gusti…».
Renzi, nelle elezioni primarie del 2013, è diventato il quinto segretario del Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni e Romano Prodi. Il giovane “rottamatore” quarantenne di Firenze ha eliminato quasi tutta la vecchia classe dirigente del partito proveniente dal Pci-Pds-Ds e dalla Dc-Ppi-Margherita. Uomini come Veltroni, Massimo D’Alema, Franco Marini, Nicola Mancino sono stati “rottamati”. Ma anche uomini della nuova generazione come Enrico Letta, quasi suo coetaneo, è stato messo ai margini, dopo le dimissioni di due anni fa da presidente del Consiglio.

La battaglia per la segreteria del Pd è appena cominciata e durerà quasi due anni. Per ora Renzi deve fare i conti con un solo antagonista.

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