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Le minacce azere arrivano a Roma

 

 

Azerbaigian: la repressione invisibile” è il titolo dell’incontro organizzato da Amnesty Italia, con Osservatorio Balcani e Re-common, nella sede romana della Fnsi. Un’occasione per illuminare una realtà totalmente ignorata dai nostri media, se si eccettua la notizia, diffusa sempre da Amnesty qualche settimana fa, della lista nera delle persone sgradite dalle autorità di Baku, 532 nomi di diversi paesi in tutto il mondo, tra loro interi gruppi teatrali, musicisti, scrittori, naturalmente diversi giornalisti, una ventina gli italiani, tra cui la scrittrice Antonia Arslan e Milena Gabanelli. Tutti colpevoli solo di essersi recati, per motivi di lavoro cioè per osservare e raccontare, nella repubblica autonoma del Nagorno Karabakh, autoproclamata indipendente nel 1992 per unirsi all’Armenia, ma nei fatti ancora in conflitto con Baku e mai riconosciuta a livello internazionale.

Ma l’oscurità azera è ben altra, riguarda le violazioni quotidiane e sistematiche dei più elementari diritti umani, come spiega un documento di Amnesty che parla di “accuse penali inventate, aggressioni fisiche, molestie, ricatti e altre rappresaglie da parte delle autorità e dei gruppi ad esse associati. Le forze dell’ordine utilizzano regolarmente ed impunemente la tortura e altri maltrattamenti contro gli attivisti della società civile detenuti.” E anche Freedom House denuncia una crescente intimidazione. Sono almeno 18 i prigionieri di coscienza,  in carcere solo per aver pacificamente esercitato il loro diritto alla libertà di espressione.

Una repressione invisibile, perché sono grandi e diversificati gli elementi di attrazione dell’Azerbaijan, soprattutto per l’Italia, primo partner commerciale di Baku, con 6 miliardi di euro di interscambio nel 2014, interessi del gruppo Eni nella costruzione del gasdotto Tap e investimenti del fondo sovrano azero Sofaz nel nostro paese, uno per tutti l’acquisto per 97 milioni di palazzo Turati, storico edificio nel centro di Milano.

Interessi tanto pesanti da aver spinto l’ambasciata azera a Roma a inviare ai vertici della Federazione nazionale della stampa che ospitava l’evento almeno una ventina di richieste di cancellare l’appuntamento, tutte rispedite al mittente ma seguite dall’avvertimento che ci sarebbe stata una protesta pubblica. All’inizio dei lavori la storica sala Tobagi della Fnsi è stata invasa da figuri (e tali erano) che gli organizzatori hanno identificato come personaggi legati all’ambasciata. Immediato l’arrivo degli agenti della Digos mandati a presidiare il palazzo. Questo non ha impedito ad alcuni di questi individui di muoversi indisturbati riprendendo e fotografando (ma anche fotografati a loro volta) i presenti, persino alcuni cronisti (tra cui la sottoscritta), che seguivano gli interventi. Tra questi, la testimonianza di Dinara Yunus, figlia di due dei più famosi dissidenti del Paese, Leyla e Arif Yunus, entrambi scarcerati per motivi di salute ma costretti agli arresti domiciliari, senza potersi curare come richiederebbero le loro condizioni. Un racconto accorato da cui traspariva anche la paura che le sue parole, davanti alle spie di Baku, potessero provocare un inasprimento delle misure repressive contro i genitori.

E come non bastasse occupare la casa dei giornalisti per impedire che la verità sugli abusi dei loro apparati arrivi sui nostri giornali e televisioni, alla fine dell’incontro quello che sembrava il capo del gruppetto ha cercato di prendere la parola. “Parlerete quando avrete cancellato la lista dei 532 nomi di indesiderabili”, gli ha replicato il presidente Fnsi Beppe Giulietti, che poi lo ha fatto allontanare con tutti i suoi uomini dalla polizia che li ha anche identificati.

Un episodio finito bene per gli amici di Amnesty ma inquietante, che dimostra un’arroganza evidente frutto del senso di impunità per gli agenti di paesi che di democratico hanno poco mentre hanno molte risorse e molte occasioni d’affari. Non si è ancora conclusa la vicenda di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, rapita e consegnata ai funzionari dell’ambasciata di Astana a Roma per essere deportata nel suo paese (nostro fornitore di gas) e tenuta in ostaggio, fino all’intervento dell’allora ministra degli esteri Bonino, che l’ha riportata in Italia. Ed è nota l’attività di spionaggio e delazione dei funzionari eritrei in Italia, sempre alla ricerca di foto e video dei connazionali rifugiati politici, con l’implicita minaccia di ritorsioni sulle famiglie. Senza parlare dell’insulsa e offensiva versione sulla morte di Giulio Regeni fornita dall’Egitto, altro buon partner commerciale e strategico di Roma. E’ ora di finirla.

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