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La strada in salita del Consiglio per l’islam

 

di Paolo Naso

A fine dicembre il ministro Alfano ha confermato la Consulta per l’islam, composta da rappresentanti di varie associazioni di musulmani attive in Italia, e nominato un “Consiglio” di esperti invitato a proporre provvedimenti e buone pratiche. Tra coloro che lo compongono, vi sono vari collaboratori di Confronti e un ex direttore della nostra testata, Paolo Naso, chiamato a coordinare questo nuovo organismo.

Può capitare che dopo una vita passata a descrivere, valutare e criticare le politiche sull’islam, ci si trovi nella condizione di poter avanzare proposte e suggerimenti a chi ha il potere di prendere delle decisioni ai più alti livelli istituzionali. È accaduto al gruppo di “esperti”– alcuni dei quali firme ricorrenti su Confronti, compresa la mia – che nello scorso dicembre il ministro Alfano ha nominato membri del Consiglio per l’islam, un organismo consultivo che affianca la “Consulta” composta, invece, dai rappresentanti delle associazioni di musulmani che operano in Italia. E così, mentre in tutta Europa sale l’ondata islamofobica e da più parti si chiede di  respingere alle frontiere gli immigrati musulmani, il Viminale sembra imboccare la strada opposta del dialogo e del confronto diretto con questa comunità che in Italia, come noto, ha superato da tempo il milione e mezzo di membri.

Diciamo pure che la nomina di organismo consultivo non è una novità. Una prima “Consulta” era già stata istituita dal ministro Pisanu nel 2005 e confermata dal suo successore Amato nel 2006. Questo organismo, che raccoglieva le diverse anime dell’islam italiano, entrò in crisi nel 2007 per varie ragioni ma soprattutto per la “rottura” con l’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii) seguita alla pubblicazione di un manifesto che equiparava i bombardamenti israeliani in Libano alle stragi naziste delle Fosse Ardeatine e di Marzabotto. Da destra e da sinistra si levò un coro unanime: “fascismo islamico”, “paragone vergognoso e inquietante”, “iniziativa opposta a quella del dialogo e della pace”.

Il ministro e i suoi consiglieri pensarono che la via d’uscita alla crisi interna alla “Consulta” potesse essere l’approvazione di una “Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione” che impegnasse tutte le organizzazioni islamiche a rispettare alcuni valori fondamentali della Repubblica. Seguì un lungo lavoro che produsse un testo che in 31 articoli richiamava e sintetizzava i principi e le norme fondamentali della Costituzione. La “Carta” fu quindi presentata ufficialmente nel 2007 e sottoscritta da vari enti religiosi, non solo islamici, ma non dall’Ucoii che ritenne superfluo formalizzare ciò che a suo avviso era ovvio ed implicito: ovvero che l’organizzazione e i suoi aderenti riconoscono e si impegnano a rispettare le leggi del paese in cui vivono. Agli occhi dell’Ucoii e di alcuni osservatori, la richiesta di un atto formale di sottomissione alla Costituzione italiana da parte dei musulmani – o degli aderenti ad altre comunità di fede composte in prevalenza di immigrati – sembrava avvalorare il pregiudizio di una fedeltà dubbia e incerta ai principi fondamentali che reggono lo Stato democratico.

La cerimonia della firma della “Carta”, ormai quasi dieci anni fa, segnò pertanto anche la sostanziale conclusione di quel processo. Oltretutto nel 2008 cambiò il quadro politico e, dopo la breve parentesi del governo Prodi II, Berlusconi tornava a Palazzo Chigi affidando il Viminale al leghista Roberto Maroni. Fu svolta anche nella “politica islamica”: fu infatti costituito il “Comitato per l’islam”, un organismo incaricato di redigere “pareri” su temi specifici quali le moschee, il “velo”, la nomina e la formazione degli imam.

Lavoro importante e per alcuni aspetti meritorio, inficiato dalla debolezza dello strumento adottato: un parere, per quanto autorevole, non è altro che un’idea che se non viene assunta e trasformata in una norma non produce alcun effetto. E infatti siamo arrivati al 2016 con un paniere di provvedimenti “positivi” scandalosamente vuoto mentre, all’opposto, esercitano tutto il loro peso alcune norme che limitano la libertà religiosa dei musulmani e, con essi, degli aderenti ad altre comunità di fede non tutelate dalle Intese previste dall’articolo 8 della Costituzione. Ci riferiamo, ad esempio, alla legislazione della Regione Lombardia (bocciata dalla Corte costituzionale il 23 febbraio, proprio mentre andavamo in stampa, ndr) in materia di edifici adibiti al culto, definita “tagliaminareti”: definizione colorita ma inappropriata perché il provvedimento non colpisce soltanto i centri islamici ma anche i luoghi di culto di altre confessioni religiose, e non si limita affatto e condizionarne la forma architettonica ma arriva a vietarne la stessa apertura.

E allora, in estrema e cruda sintesi, la fotografia dell’islam in Italia è quella di una grande comunità religiosa, diffusa capillarmente in tutto il territorio nazionale; con l’eccezione del Centro islamico culturale d’Italia che gestisce la “Grande moschea” di Roma, priva di riconoscimento giuridico; frammentata in varie rappresentanze e limitata nell’esercizio del culto; troppo spesso vittima di pregiudizi e condanne sommarie che minano la convivenza e la coesione sociale. E tutto questo in un quadro geopolitico nel quale i musulmani che credono nel dialogo e nella convivenza subiscono gli attacchi spietati dei gruppi islamisti più radicali e fanatizzati. È l’islam “in mezzo”: tra l’incudine della violenza primordiale di chi inneggia al califfato e l’islamofobia dell’Occidente impaurito dall’altra.

Per definizione, un organismo consultivo ha un ruolo limitato e la sua unica forza è l’autorevolezza scientifica e la preparazione culturale dei membri che lo compongono. In un paese religiosamente sempre più analfabeta come l’Italia, è quindi auspicabile che il Consiglio elabori e diffonda chiavi di interpretazione su che cosa è l’islam; su come nella teologia, nella storia e nello spazio pubblico si relaziona alle altre comunità di fede; sulle mappe teologiche della sua pluralità teologica e politica; sulle strategie più efficaci per promuovere processi di integrazione dei musulmani di più recente immigrazione in Italia.

Ma mettiamo le mani avanti: tutto questo avrà senso solo se all’interpretazione e all’analisi si accompagnerà la decisione politica. Ferma restando la legge in vigore sui culti “ammessi” – altro discorso la sua obsolescenza e la necessità di una urgente riforma complessiva della delicata materia della libertà religiosa e di coscienza – il lavoro di un Consiglio avrà senso soltanto se decisori politici e organi dello Stato sapranno fare la loro parte. E l’arretrato che si è accumulato sulle loro scrivanie in questo decennio è poderoso: dal riconoscimento giuridico di altre rappresentanze islamiche – come avviene di routine per le altre confessioni – alla “nomina” dei ministri di culto; dalla necessità di luoghi di culto adeguati, dignitosi e trasparenti alla formazione di guide spirituali in grado di orientare la comunità nella direzione di un islam “italiano” ed “europeo” a tutti gli effetti, e cioè capace di interpretarsi nello specifico della cultura, delle tradizioni e dello spazio pubblico dei nostri paesi.

All’inizio di un mandato è velleitario fare proclami, ma è doveroso indicare dove si vuole andare. E la strada sembra obbligata: la Costituzione italiana tutela la libertà di culto in pubblico e in privato, quella degli ebrei o dei cattolici al pari di quella dell’islam o dei pentecostali.

Per varie ragioni sappiamo, però, che nei fatti si è costruita una gerarchia dell’accesso alla libertà religiosa che ancora oggi pone l’islam vari gradini al di sotto di altre confessioni.

Si tratta di recuperare un grave ritardo: il cammino, tutto in salita, parte da qui.

Da confronti

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