Opinioni

Il populismo trionfante negli Stati Uniti

Chi lo avrebbe detto qualche anno fa?  I populismi che si sono diffusi nel vecchio continente europeo negli ultimi anni e che hanno conquistato più di uno Stato o sono, in ogni caso, presenti e importanti nei maggiori partiti dell’Unione Europea e all’interno della medesima coalizione che si è formata per combattere in Siria e in Iraq contro le truppe dello Stato islamico, ora prendono un posto  non laterale ma forte e centrale nella gara per la Casa Bianca che già si gioca e combattere le ultime, decisive battaglie nell’autunno del 2016.

Questa mi sembra tra le mille notizie che ogni giorno riserva ai lettori la quotidiana attualità dei telegiornali e dei quotidiani che si pubblicano ancora (pur dopo le numerose perdite dell’ultimo triennio) nelle maggiori capitali dell’Occidente capitalistico.  E questo è un fattore che non possiamo sottovalutare di fronte alle inaspettate vittorie parziali che, nel partito repubblicano, hanno portato a far diventare Donald Trump il candidato maggioritario che tutti gli altri cercano di fermare e con Bernie Sanders l’unico vero antagonista e combattente di fronte alla candidatura forse meno forte del previsto dell’ex segretario di Stato e moglie del presidente Hillary Clinton. I due secondo alcuni analisti americani che, a mio avviso, colgono nel segno, non rappresentano il proprio partito alle elezioni presidenziali. Trump, miliardario, finanzia la campagna elettorale con il suo denaro e Sanders  provvede alla sua campagna attraverso molti piccoli finanziamenti dei suoi sostenitori che sono entusiasti della sua candidatura. I nuovi candidati vincono o stanno per vincere di fronte a candidature come quella dell’ultimo Busch,Jeb, nel partito repubblicano e di Hillary Clinton tra i democratici che sono ambedue creazioni della vecchia politica.

Ed è strano che particolari ma evidenti aspetti della carattere e della storia personale dei due candidati non hanno costituito finora un ostacolo per le loro personali ambizioni. Trump che è pieno di esaltazione per sé stesso, che dice spesso cose irresponsabili, che si presenta come un uomo di affari privo di scrupoli hanno un effetto positivo e non negativo presso i suoi elettori. E anche Sanders che non ha esitazioni a definirsi “socialista” che è un termine sicuramente negativo per la maggioranza dell’elettorato americano, non ha effetti negativi su una platea che appare in crescita. Sanders propone una larga estensione del sistema di welfare con grandi interventi di spesa sostanzialmente permanenti su infrastrutture, lavoro, sanità e istruzione che diventerebbero, in larga parte, pubbliche e gratuite. Il totale di spesa pubblica è stimato in 16 mila miliardi di dollari in dieci anni(pari a circa il 90 per cento di un anno di Pil americano). Far tornare i conti con una spesa di tali dimensioni senza aumentare notevolmente le tasse alla classe media è contrario ad ogni logica che si proponga di rispettare il vincolo di bilancio. C’è un’unica via di uscita, e qui tornano in mente le ricette e le previsioni del grande Henry Thoreau che immaginò quasi due secoli fa che un miracolo economico di crescita potesse permettere al debito di pagarsi da solo. Ed ancora oggi è certo che con un tasso di crescita del 5 per cento dell’economia americana la politica di Sanders può funzionare. Peccato che oggi gli Stati Uniti abbiano difficoltà a rispettare un tasso medio  annuale del 2 piuttosto che del 5 per cento.  Il programma di Trump è invece quello di arrivare a una riduzione delle tasse attraverso una riduzione dell’aliquota sulle imprese e sui redditi più elevati e attraverso un’ estensione  del credito di imposta ai redditi più bassi (in realtà più nominale che altro). Il costo del programma è di circa 10 mila miliardi in dieci anni. Anche qui si punta a una crescita economica miracolosa per finanziare il disavanzo fiscale. La differenza tra Sanders e Trump è che nel primo la spesa pubblica finanzia le imprese e crea il miracolo, nel secondo sono le imprese private a farlo. Ma nell’uno come nell’altro caso si tratta di miracoli propri del messaggio populista. I due candidati sfruttano le paure profonde dell’elettorato. Sanders si dichiara contrario ad ogni accordo sul libero commercio internazionale e Trump propone l’imposizione di elevate tariffe sui beni importati dal Messico e dalla Cina.

In sostanza il populismo non cambia e mescola le ricette di miracolosa crescita economica con la paura dello straniero e dell’attacco esterno. E- a quanto pare, in questo ventunesimo secolo che ha segnato la caduta di tante vecchie ideologie- continua a diffondersi e ad aver fortuna non solo in Paesi come l’Italia o la Spagna che si portano dietro vecchi malanni, ma anche in un Paese nuovo  e in apparenza più forte, con una tradizione democratica che ha resistito- tra le due guerre mondiali- ad ogni tentazione dittatoriale, come gli Stati Uniti di America.

25 febbraio 2016