Opinioni

Governo color Verdini

Il governo Renzi ora è diverso, irriconoscibile rispetto al febbraio 2014, quando nacque due anni fa. Denis Verdini ha compiuto il “triplo salto mortale” in sei mesi: dall’opposizione nelle file del centrodestra è passato in maggioranza con il Pd. Diciotto senatori verdiani hanno votato la fiducia chiesta dall’esecutivo sulle unioni civili.

La riforma è passata a Palazzo Madama con 172 sì, 71 no. I cinquestelle non hanno partecipato al voto. Anche alcuni senatori della sinistra Pd e di Area popolare (i centristi di Angelino Alfano e dell’Udc) hanno disertato, per motivi opposti, il voto di fiducia. Le altre opposizioni hanno votato contro. Ora la parola passa alla Camera sulla riforma che riconosce anche alle coppie omosessuali “diritti e doveri”  analoghi alle coppie sposate.

«È un fatto storico» per l’Italia e vince “l’amore”, ha commentato il presidente del Consiglio e segretario del Pd, dopo la fine di un lungo scontro durato oltre un mese al Senato. È uno scontro che lascia pesanti segni sul governo e sul Pd. Renzi, dopo il dissenso di circa 30 senatori cattolici del partito e dei centristi di Alfano (è stato secco il no alla possibilità di adottare il figlio biologico del compagno  omosessuale),  ha cercato invano l’accordo con il M5S.  Sembrava a portata di mano l’intesa con i pentastelalti, invece non è arrivata. Di qui alla fine la decisione di ricompattare la maggioranza  ”stralciando” la norma sull’adozione, rinviata ad un provvedimento ad hoc e chiedendo la fiducia su un testo modificato rispetto al disegno di legge presentato da Monica Cirinnà, Pd.

Renzi ha vinto, ma paga lo scotto dell’ingresso nella maggioranza di Ala (Alleanza liberalpopolare autonomie) fondata dal senatore Verdini. La novità è rilevante. Con il sì alla fiducia dei verdiniani cambia la maggioranza di governo che in Parlamento due anni fa votò la composizione e il programma dell’esecutivo Renzi. Il cambiamento, fortemente contestato dalle sinistre del Pd, era nell’aria da tempo. Le conseguenze ora sono imprevedibili.

Verdini ad ottobre, subito dopo aver lasciato Silvio Berlusconi, cantava le lodi del presidente del Consiglio e segretario del Pd: «Renzi è preparato, simpatico, empatico, ha caratteristiche da leader». Ha difetti? «Forse un neo», aggiungeva ironicamente l’ex braccio destro del Cavaliere, ex coordinatore del Pdl e di Forza Italia.

A gennaio seguivano i fatti: i senatori verdiniani di Ala votavano a favore delle riforme costituzionali, e contro la mozione di sfiducia delle opposizioni al governo, sul caso della Banca Etruria. Quei voti furono determinanti: permisero al governo, come adesso sulle unioni civili, di superare la soglia 161, la maggioranza assoluta dei consensi di Palazzo Madama. Sia Renzi e sia Verdini respinsero gli attacchi delle sinistre del Pd e delle opposizioni: la maggioranza politica non cambiava, perché Ala aveva votato contro la sfiducia e non la fiducia al governo.

Adesso non è più così. Le minoranze del Pd da tempo puntavano il dito contro Verdini, gravato da tanti guai giudiziari, dicendo no al suo possibile ingresso nella maggioranza perché avrebbe snaturato l’esecutivo, spostando il baricentro verso destra. Pier Luigi Bersani, ex segretario democratico, aveva messo le mani avanti: no all’ingresso di Verdini “nel giardino” di casa del Pd. In molti, nelle minoranze del partito, avevano suonato l’allarme rosso contro uno snaturamento dell’identità politica e programmatica del Pd per l’invasione di Ala.

In tanti avevano posto un aut aut a Renzi: o noi o loro. Contestando le riforme di “destra” di Renzi c’era stata una emorragia “a sinistra”: Stefano Fassina, Pippo Civati e Sergio Cofferati l’anno scorso hanno detto addio al partito. Cosa succede? Vincenzo D’Anna, senatore di Ala, nei giorni scorsi ha sollecitato rapporti stretti con il presidente del Consiglio: «Renzi propone le nostre riforme». Verdini vorrebbe creare una nuova formazione centrista (si parla di una unificazione con Alfano) per “affiancarsi” al Pd di Renzi nelle elezioni.

Bersani, Speranza, Cuperlo paventano la nascita del Partito della nazione ipotizzato da Renzi. Il presidente del Consiglio ha ribattuto: il Pd «non ha una maggioranza al Senato», servono accordi per realizzare le riforme. Il Pd, ha precisato, punta ad allargare i tradizionali consensi, acquisendo i voti degli elettori delusi del centrodestra e del M5S. Ma lo stesso presidente del Consiglio si deve porre degli interrogativi. Non a caso all’assemblea dei senatori democratici ha precisato: il gruppo di Verdini e Sel «sono quelli che ci hanno dato una mano sulle unioni civili. Lo so, sono strani amori». Già, “strani amori” soprattutto con il leader di Ala. Renzi si tinge di Verdini.

 

Rodolfo Ruocco

 

25 febbraio 2016