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Giulio Regeni, noi non dimentichiamo. Il 2 maggio tutti all’ambasciata egiziana a Roma

 

L’assassinio di Giulio Regeni e la sistematica violazione dei diritti in Egitto non saranno oscurati. Il 2 maggio, alla vigilia della giornata internazionale per la libertà d’informazione, saremo tutti con Articolo 21 al sit in davanti l’ambasciata egiziana a Roma

Si contano a mala pena sulle dita di una mano i quotidiani che oggi hanno ancora l’assassinio di Giulio Regeni in prima pagina. Pochi di più quelli che dedicano alla vicenda spazio all’interno. Le luci piano piano si abbassano, se ancora ce n’è qualcuna accesa lo dobbiamo anche alle rivelazioni del New York Times, che smentiscono clamorosamente quanto raccontato dalle autorità del Cairo. E ieri, non è andata meglio ai presidi organizzati spontaneamente in alcune città, un atto di pura testimonianza a cui Articolo 21 ha partecipato convintamente, sapendo bene quanto sia difficile tener sveglia l’attenzione di informazione e cittadini su fatti, per quanto gravi, accaduti a migliaia di chilometri.

“Giulio, da domani tocca a noi”: così il sindaco di Fiumicello ha concluso il suo ricordo al funerale del giovane dottorando. Si, da domani, da oggi stesso tocca a noi. L’abbiamo fatto all’indomani del ritrovamento del suo corpo, lanciando l’appello per listare a lutto i nostri siti e profili e per un sit in virale che ha raccolto un’adesione incredibile, riempiendo web e social per chiedere #veritaegiustizia per #GiulioRegeni. Un bel messaggio al governo egiziano, ma anche alle autorità di casa nostra e ai media italiani: attenti a rimuovere troppo in fretta una questione che diventa ogni giorno più scottante.

E non si tratta più di verità e giustizia sulla morte di Giulio. L’Egitto è una gigantesca zona oscura dove libertà d’espressione, diritti civili, dignità del lavoro, ora persino libertà di svolgere ricerca sono chimere calpestate nei modi più brutali. Sempre il New York Times lo ha scritto chiaramente in un editoriale pochi giorni fa:  “La verità è che è giunto il momento per gli alleati dell’Egitto, Stati Uniti compresi, di far capire una volta per tutte a al-Sisi che gli abusi e i maltrattamenti che egli ha incoraggiato non saranno più tollerati.” Sono migliaia i Giulio d’Egitto ignorati da noi e inghiottiti dalle carceri e dai centri di detenzione specializzati in tortura e sparizioni. Amnesty ci ricorda, tra queste migliaia, un nome: Mahmoud Abu Zeid, fotoreporter noto nel suo paese come Shawkan, che, per aver fotografato la repressione contro i fratelli musulmani il 14 agosto del 2013, da quel giorno è in carcere senza sapere quando riuscirà ad avere un processo, anche in barba allo stesso codice di procedura penale egiziano che limita a due anni la detenzione preventiva.

Questa e le altre migliaia di storie simili (nel solo 2015 si contano oltre 1.700 scomparsi), non possono finire di nuovo nel dimenticatoio, lasciando campo libero alla diplomazia e agli affari. Non siamo i soli a pensarlo. La redazione del programma di Rai 3 Chi l’ha visto ha deciso di raccogliere i nomi degli scomparsi e dedicare a loro uno spazio sul sito e nella trasmissione. Una bella iniziativa nel nome della memoria e della denuncia, come è nel dna della squadra coordinata da Federica Sciarelli.

Da parte nostra, continueremo, come abbiamo sempre fatto, a denunciare ogni singolo caso di abusi di cui verremo a conoscenza. Ma non basta: il 2 maggio prossimo, alla vigilia della giornata internazionale per la libertà di stampa, saremo davanti all’ambasciata egiziana a Roma, con un sit in che coinvolgerà mondi e sensibilità anche molto distanti tra loro, sindacati e ong, organizzazioni per i diritti umani e associazioni di giornalisti, esponenti del mondo della ricerca e dello spettacolo, comunità straniere, accomunati tutti dalla consapevolezza che illuminare le periferie del mondo significa prima di tutto chiedere verità e giustizia per tutte le vittime di repressione e violazione dei diritti fondamentali, in Egitto come ovunque.

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