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Epidemie e povertà: la salute negata nelle “periferie del mondo”

 

Sanità, diritto ancora negato a gran parte della popolazione. La denuncia nel dossier di Caritas per la Giornata del malato: malaria, tubercolosi, Hiv e il caso Ebola, “lezione da non dimenticare”. Epidemie responsabili del 40% di morti nei paesi in via di sviluppo, dell’1% nei paesi ad alto reddito

ROMA – L’accesso alla sanità è un  diritto ancora negato a gran parte della popolazione nelle “periferie del mondo”. E’ la denuncia del dossier “Salute negata. Epidemie, specchio delle disuguaglianze del mondo. La lezione di Ebola”, lanciato dalla Caritas Italiana in occasione della XXIV Giornata mondiale del Malato che si celebra oggi, 11 febbraio. Lo studio, il dodicisimo realizzato dall’organizzazione su temi internazionali “sottolinea la necessità di agire sulle cause delle fragilità, di un maggiore impegno politico e sociale, di costruire sistemi sanitari resilienti, di puntare sulla formazione”. “La salute è un diritto umano fondamentale, strettamente legato allo sviluppo dei popoli e alla pace. Non c’è pace senza diritti, non c’è sviluppo senza salute. È una questione di giustizia. E di umanità”, si legge nel testo.
Le malattie infettive sono ogni anno la causa del 16% dei decessi a livello mondiale 3 , e costituiscono i 2/3 dei decessi tra i minori di 5 anni; sono responsabili di circa il 40% di morti nei paesi in via di sviluppo (a basso reddito), a fronte dell’1% nei Paesi industrializzati (ad alto reddito). Nei paesi ad elevato reddito, 7 decessi su 10 riguardano persone con età superiore ai 70 anni, solo 1 decesso su 100 riguarda minori di 15 anni. Si muore soprattutto a causa di malattie croniche (es. malattie cardiovascolari, tumori, diabete, …), mentre tra le principali dieci le infezioni respiratorie sono l’unica causa di decesso di origine infettiva (31 decessi su una popolazione di 100 mila persone). Nei Paesi a basso reddito, invece, quasi 4 decessi su 10 riguardano minori di 15 anni, mentre solo 2 su 10 quelli di persone con età superiore ai 70 anni. Si muore soprattutto a causa di malattie infettive: infezioni respiratorie (91 decessi su 100 mila abitanti), Hiv/Aids (65/100 mila), malattie diarroiche (53/100 mila), malaria (35/100 mila), tubercolosi (31/100 mila) 10.
MALARIA. L’Africa sub-sahariana detiene ancora l’89% dei casi di malaria e il 91% dei decessi a livello mondiale. La malaria è endemica in 97 paesi; 3,2 miliardi di persone – circa la metà della popolazione – sono considerate a rischio, che diventa elevato per 1,2 miliardi. Nel 2015 la stima è di 214 milioni di casi di malaria, che hanno provocato 438 mila decessi.
TUBERCOLOSI. Più del 95% dei decessi dovuti alla tubercolosi avviene in Paesi a reddito basso o medio-basso.
HIV/AIDS. Il numero di persone viventi con HIV è in aumento (36,9 milioni di persone a livello globale), grazie alla crescita delle persone con accesso a terapie antiretrovirali (+84% dal 2010 al 2015), che vivono più a lungo e con parametri di salute migliori. Ma l’HIiv/Aids ricorda il rapporto è lo specchio delle disuguaglianze del mondo: basti solo pensare che nel 2014 il 70% dei nuovi casi di infezione si sono verificati nell’Africa sub-sahariana, che è anche la regione più colpita, con 25,8 milioni di persone 36 che convivono con l’HIV.
EBOLA. Sembrano i numeri di un conflitto ma si riferiscono a un’epidemia senza precedenti, quella di Ebola in Africa occidentale: a due anni dall’inizio dell’epidemia, la più grave al mondo, oltre 28 mila casi e 11 mila vittime. Secondo il rapporto, Ebola all’inizio è stata sottovalutata dalle autorità pubbliche e dalle agenzie specializzate: il caso zero è stato identificato in Guinea nel dicembre 2013, mentre la dichiarazione ufficiale dell’epidemia da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è arrivata solo il 23 marzo 2014. “Ebola ha sconvolto le vite di 22 milioni di persone in aree considerate focolaio attivo del virus in Guinea, Liberia e Sierra Leone. – si legge nel rapporto – Città e villaggi hanno cambiato volto: case di famiglie in quarantena sorvegliate da militari, molti ospedali e centri sanitari chiusi, scuole chiuse, coprifuoco notturni. Tutti in casa, spostamenti vietati. Ma non è bastato. Si è creato un effetto domino che ha trovato terreno fertile in Paesi estremamente poveri, dalle democrazie fragili, dai servizi limitatissimi”. In Guinea ci sono voluti tre mesi perché si annunciassero ufficialmente i primi casi di Ebola, mentre le persone ignare continuavano a spostarsi In Liberia le popolazioni hanno mal visto in molti casi le forze militari inizialmente dispiegate dal governo per far rispettare le consegne di quarantena: ci sono state fughe, rivolte nei mercati, accuse, strade bloccate, cliniche saccheggiate, soldati attaccati. D’altronde i governi hanno risposto con ciò che avevano a disposizione nell’immediato: soldati e non medici In Sierra Leone e Liberia al termine del conflitto il sistema sanitario era molto frammentato e pressoché distrutto, anche fisicamente. Una lezione da non dimenticare quella di Ebola, perché secondo la Caritas per “rispondere a crisi complesse sono necessari interventi multisettoriali e di lungo termine”.
Una raccolta di testimonianze e nuovi dati aggiornati mostrano il legame tra epidemie e povertà, l’importanza di conoscere i contesti e la cultura locale, il ruolo cruciale degli attori locali per un intervento mirato ed efficace. “Mentre si affaccia una nuova “emergenza sanitaria globale” causata dal virus Zika, le lezioni di Ebola non devono essere dimenticate: tempestività, coordinamento, prevenzione, ricerca. Per il bene comune”, si legge nel testo.

Da redattoresociale

 

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