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Yemen: si chiamava Hashim al Omrane e aveva 17 anni

Sanaa, attacco kamikaze contro 2 moschee

Si chiamava Hashim al Omran, 17 anni, è stato colpito mentre filmava l’assalto delle truppe dell’Arabia Saudita contro un gruppo di civili, tra loro donne e bambini. Le bombe hanno centrato anche un convoglio umanitario, e per l’ennesima volta hanno messo nel mirino le strutture e gli operatori di Medici senza Frontiere.

Lo Yemen è diventato teatro di una sanguinosa guerra, e le truppe saudite, sostenute dalla coalizione occidentale, in cambio di una presunta guerra ai terroristi, stanno utilizzando l’occasione per regolare i conti con i loro oppositori e con chi non gradisce la presenza dei militari di un regime oscurantista e spietato.

Tra un bombardamento e l’altro non manca mai una “particolare attenzione” verso le strutture di Medici senza Frontiere che hanno il ‘torto’ di continuare a ospitare chi ha bisogno “senza distinzioni di razza, colore della pelle, fede religiosa…”, come recita il loro statuto e come è dovere deontologico di ha scelto di salvare e non di distruggere la vita degli altri. Sino ad oggi sono restate lettera morta, e non solo nello Yemen, tutte le raccomandazioni internazionali volte a proteggere le strutture e le organizzazioni che hanno il compito di portare e prestare soccorso.

Tragedia nella tragedia, in questo ultimo scontro, la morte del giovane Hashim che, armato della sua videocamera, ha voluto continuare a documentare l’assalto e le violazioni che si stavano consumando davanti ai suoi occhi, e neppure dopo essere stato colpito ha mollato la presa, anzi ha girato istante per istante, ha ripreso anche i colpi contro l’ambulanza di Medici senza Frontiere, lo ha fatto sino alla fine, in senso simbolico e letterale.

Forse questo ragazzo yemenita meriterebbe di essere ricordato ed onorato da chiunque creda nel diritto a vivere in pace e nel rispetto di ogni differenza e diversità. Il prossimo 3 maggio, Giornata mondiale della libertà di informazione, dovrà avere anche il volto di Hashim al Omran.

Fonte: “Il Fatto Quotidiano”

23 gennaio 2016