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Sui migranti attenzione a non confondere tra Svezia e Ungheria

 
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In questi giorni molti, anche a sinistra, confondono pericolosamente le scelte di Stoccolma con quelle prese dal governo ungherese

In Europa sta accadendo qualcosa di grave. Una consapevolezza che dovrebbe vincolare tutti noi ad usare maggior prudenza e attenzione nel dare giudizi o nel saltare a conclusioni affrettate. In questi giorni invece si continuano a dire cose parzialmente vere o infondate, mentre altre ancora sono semplicemente “dimenticate”. Il risultato di questo mix è il rischio di spianare il campo alle forze euroscettiche, le stesse che spesso esprimono orientamenti xenofobi o razzisti.

Un esempio di quanto detto è la grande rilevanza data alla decisione della Svezia di rimpatriare ottanta mila profughi. La Svezia a buona ragione è da sempre per noi europei – italiani compresi – uno dei paesi simbolo di civiltà per il suo welfare inclusivo e per il rispetto dei diritti civili. Da ieri invece viene raccontata alla stregua dell’Ungheria. Un accostamento non veritiero e fuorviante. Fermarsi a questa affermazione sarebbe limitativo, credo sia anche opportuno chiedersi il perché di questa narrazione.

Ritengo si tratti di una trappola insidiosa nella quale rischia di cadere – in buona fede – anche una parte di sinistra europea. Una rappresentazione che punta a distorcere la realtà dei fatti, con l’obiettivo di far divenire senso comune l’idea che la presenza dei profughi sia effettivamente un pericolo se anche la Svezia arriva ad adottare misure tanto draconiane da smentire la sua storia recente di Paese aperto e solidale. Al pari di questa mistificazione sarebbe dannoso non voler vedere le criticità esistenti. È innegabile che un problema esista ma non è legato né al numero dei profughi arrivati nel 2015 in Europa (1 milione su una popolazione Ue di circa 500 milioni) né dalla decisione presa dal governo svedese, peraltro ben diversa dal respingere i profughi come invece titolano alcuni media. È vero che siamo di fronte a una crisi umanitaria, ma non a una minaccia per l’Europa, così come non lo furono altre crisi simili come quelle della Bosnia o del Kosovo.

Due semmai i problemi seri dell’Europa a 28; il primo, esiziale, è la mancanza di volontà di molti Stati di agire e riconoscersi in una politica comune. Il secondo, a questo strettamente intrecciato, sta nella diffusa radicalizzazione delle destre europee – unite nell’idea del tanto peggio tanto meglio – cui nulla è più inviso della capacità della Commissione Ue di esprimere linee guida e politiche comunitarie vincolanti in materia di diritti o politica internazionale.  In questi due campi abbiamo assistito negli ultimi due anni a un nuovo protagonismo – fino a ieri sconosciuto – della Commissione. Richiamo qui solo tre questioni: il principio di redistribuzione dei rifugiati con quote per ciascun Paese;  avere trasformato Triton in una missione simile alla nostra Mare Nostrum; e soprattutto aver rimesso in discussione il trattato di Dublino. Un livello di iniziativa ancora insufficiente e in via di costruzione, e tuttavia in grado di generare una reazione ostile tanto forte da arrivare  in alcuni casi alla rimessa in discussione di Schengen. Una reazione scomposta e allarmistica capeggiata peraltro da Paesi come Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia che statistiche alla mano sono quelli meno toccati numericamente dalla presenza di migranti in generale e di rifugiati in particolare. Su questo poi si è innestata una campagna politica che per la prima volta ha visto le destre reazionarie europee coordinarsi in modo efficace su parole d’ordine e obiettivi, riscuotendo un consenso prima inimmaginabile nell’opinione pubblica, impaurita da una crisi economica che si protrae ormai dal 2008.

Un braccio di ferro questo che dura da mesi fra quanti ritengono l’Europa della libera circolazione di uomini una conquista indiscutibile e quanti la considerano  un optional a disposizione degli umori politici ed elettorali nazionali. Uno scontro che ha visto il nostro Paese schierarsi dalla parte giusta e dare impulso a una visione politica di Europa che andasse oltre gli egoismi nazionali.

Ora però assistiamo a un affondo impressionante. In tal senso va considerata la campagna tesa a costruire una percezione indistinta e generalizzata dei provvedimenti che vari Stati stanno adottando e che mette sullo stesso piano Svezia e Ungheria, Austria, Svizzera (non Ue) o Polonia. Una offensiva politico-culturale da contrastare in radice e subito. In Svezia infatti non si stanno respingendo i profughi né si sono costruite barriere di filo spinato presidiate da poliziotti in assetto antisommossa. Si vuole invece procedere al rimpatrio di circa 80 mila persone alle quali non è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Un provvedimento conforme alle leggi internazionali e alle direttive Ue. Una scelta quindi che va in una direzione molto diversa per forma e sostanza. La scelta della Svezia deve vederci moltiplicare gli sforzi mirati a rafforzare il ruolo della Commissione europea e a richiedere il pieno rispetto delle regole che ci siamo dati, anche  sanzionando quei paesi che considerano la Ue un bancomat a cui attingere salvo poi tirarsi indietro al momento della condivisione anche degli oneri.

La Svezia insomma si muove in un quadro di regole europee condivise a tutela della legalità che insieme alla solidarietà sono i valori indispensabili per una effettiva tutela a chi ne ha diritto. Su questa linea andrebbe impostato nelle prossime settimane il lavoro dei governi in preparazione del prossimo vertice. Sarebbe una risposta efficace e credibile a quanti oggi alimentano paure e divisioni . Occorre quindi un rafforzamento della Commissione Ue. Bisogna esigere da tutti, con la medesima inflessibilità avuta sui conti , il rispetto delle decisioni prese. Così la Ue avrà mostrato di avere un’anima e di essere in grado di respingere la retorica populista e xenofoba che la sta consumando da dentro.

Fonte: Unità

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