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Russia 1975 – 2015 Che resta del comunismo?

 
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Della Russia di 40 anni fa – la Russia di Breznev- mi è rimasta in memoria la generale sciattezza e mancanza di colore: grigie le facciate degli edifici pubblici e dei casermoni popolari, smorti i colori degli abiti. Pochi i negozi, pochissimi i caffè; mai un guizzo di fantasia a ravvivare le amplissime e semivuote prospettive di Mosca o Leningrado. Una torpida uniformità sembrava avvolgere il paese. Cercare nei pochi supermercati e negozi qualche oggetto non dozzinale, o avanzare al ristorante richieste non contemplate era fatica sprecata; ti saresti scontrato con inesorabili ”niet”, emessi con suprema indifferenza e quasi senza alterare i muscoli facciali dai vari commessi, impiegati, camerieri. Alla fine capivi che era meglio lasciar perdere, metterti l’animo in pace e, in mancanza di altri intrattenimenti, dedicarti a quanto c’è di piu’ semplice e in fondo congeniale all’uomo, ossia conversare con chi ti sta attorno. Ovviamente curando, in presenza di Russi, di evitare temi politici, per paura di orecchie indiscrete. Oppure al canto, se qualcuno suonava o cantava (i Russi amano raccontare e cantare).

Finivi per scivolare gradualmente nel clima letargico dell’ Unione sovietica brezneviana e poco a poco trovarlo rassicurante – parlo da straniero naturalmente. Ora, agosto 2015 , volando da Mosca a Irkutsk, città di 600000 abitanti presso il lago Bajkal, capitale di un distretto della Siberia orientale, risuscito vecchi ricordi e attendo con curiosità di vedere come sia cambiata in 40 anni l’Unione Sovietica – “pardon”- la Russia. Già all’uscita dell’aeroporto mi accoglie il libero mercato, ma in versione russa. Numerosi taxi attendono sul piazzale, ma sono tutti occupati, dicono gli autisti (da chi non si capisce), cosicchè alla fine devo accettare l’offerta di un privato che mi porterà in città al prezzo doppio del dovuto – come imparerò in seguito.

La città non ha quasi niente delle vecchie città sovietiche. Anche qui in Siberia, nel lontana periferia dell’Impero, a più di 5000 Km da Mosca, l’economia di mercato celebra il suoi fasti ed Irkutsk assomiglia ad una città centroeuropea . Il traffico è vivace, le auto abbastanza nuove, per lo più di marca giapponese. Praticamente sparite le vecchie Gigulì e Lada , le Fiat russe e polacche; ne vedro’ alcune parcheggiate in poveri cortili, che paiono relitti su spiagge deserte. I deprimenti quartieri dell’ era sovietica – i più recenti costruiti a blocchi prefabbricati secondo la tecnica Plattenbau mutuata dalla DDR – con i piccoli appartamenti spartani e standardizzati, popolarmente nominati Stalinka, Kruschiovka e così a seguire, secondo il leader del tempo, si trovano ora solo ai margini della città: nel centro le case non appaiono trasandate e molte hanno recuperato la loro originale eleganza primo ‘900 ; una pubblicità invadente ne ha riempito le facciate di insegne e luci, come del resto anche le strade e le piazze, e quindi il colore non manca.

Neanche le chiese mancano, una volta pochissime e spesso trasformate in musei, di nuova costruzione o ben restaurate con l’intonaco bianco e le cupole dorate a cipolla dello stile ortodosso. Né mancano i supermercati, ben forniti e con molte merci d’importazione: c’è perfino la frutta tropicale, quella frutta sognata ed agognata per decenni dai cittadini sovietici, quando i rari carichi di banane da Cuba si esaurivano in poche ore.

Ma la sorpresa più grande sono le donne. Se ne vedono di bellissime per strada, e tante. Sono alte, slanciate, hanno pelle diafana, zigomi alti, occhi chiari ed espressione decisa. Vestono con una certa eleganza – i negozi di abbigliamento abbondano – hanno unghie laccate e portano scarpe con tacco alto. Alcune, di etnia mista slavo-asiatica sono di bellezza memorabile. Mai visto tante belle donne in altri paesi. Da dove sono uscite? Nelle strade di Mosca o Leningrado a tempi del comunismo raramente si vedevano belle donne; avevano aspetto un po’ contadino e corporature massicce che ricordavano quelle delle olimpioniche di lancio del peso. Quel tipo di fisico che potevi vedere molti anni fa anche da noi in campagna, quando la dieta si basava prevalentemente su pane e pasta. Gli abiti poi, spartani e sciatti, non avrebbero potuto in nessun modo far risaltare una eventuale bellezza. Evidentemente moda, eleganza, cura del corpo non rientravano nei canoni dell’etica socialista.

“Good bye Lenin” allora? Nel celebre film di W. Becker sulla DDR una madre tedesca, convinta comunista, cade in coma e riprende coscienza dopo la caduta del muro di Berlino. Il figlio caritatevole si sforza con ogni mezzo di nasconderle i segni del nuovo corso per evitarle pericolosi shocks, mentre la figlia, sull’onda del cambiamento, si sbarazza senza indugio di mobili, arredamenti, abiti e tutto quanto è in benché minimo odore di DDR e comunismo. E intanto un elicottero si alza in cielo, solleva e porta via la statua di Lenin. Ma pare che qui lo sconvolgimento sia stato meno drastico. E infatti: mi trovo sull’arteria principale di Irkutsk, che si chiama“uliza Lenina” (via Lenin), la quale interseca l’altra via principale: la uliza Karla Marxa. All’incrocio una gigantesca statua di Lenin dall’alto del suo piedistallo tiene con la sinistra l’orlo del cappotto svolazzante mentre la destra si alza verso un punto lontano (indica il Nord, direzione Magadan, dice con amara ironia un amico russo – Magadan è il porto dell’estremo Nord sul mare artico dove sbarcavano i deportati da Stalin per essere avviati a scavare e morire di freddo e fame nelle miniere d’oro). La via Karl Marx incontra la Proletarskaia, dove su una rossa facciata fra effigi di visi emaciati è scolpito il testo dell’Internazionale. Non mancano le vie Kirov e Dzerginski, illustri rivoluzionari compagni di Lenin.

Tutto l’Olimpo comunista (senza Stalin e Trozki per i quali vige la damnatio memoriae) è presente nella toponomastica locale. Ma è ad Ulan Ude’, grande citta’ al di là del lago Bajkal, vicina alla Mongolia, che hai l’impressione che il comunismo sia addirittura al governo: incontri una profusione di stelle rosse, onorificenze all’ordine di Lenin, falci e martello. Una colossale testa di Lenin, alta, piedistallo incluso, 7 metri sorveglia fra il severo e il compiaciuto la piazza principale(anche a suo nome) e potrebbe sfidare per imponenza la Sfinge d’Egitto. La permanenza dei simboli non significa adesione all’ideologia comunista; i giovani anzi paiono molto lontani da quel passato. Alcuni vecchi ne parlano con una vena di nostalgia, in cui si mescola il rimpianto per la giovinezza e la diffidenza verso un mondo tumultuoso e indecifrabile. Però al di là delle apparenze più vistose del consumismo, moda, pubblicità, auto, qualcosa in cui mi pare di riconoscere una certa persistenza della vecchia Unione Sovietica si oppone alla supremazia del capitalismo. I supermercati sono, sì, ben forniti, ma a parte gli alimenti, non ci sono prodotti russi; evidentemente, come ai tempi dell’URSS, non si è formata ancora un’industria capace di sfornare beni di consumo.

L’imprenditoria privata non pare sviluppata, i negozi sono pochi e piuttosto spogli. Sembra inoltre che sia ancora parzialmente estranea ai Russi l’idea che lo scambio commerciale implichi intesa e accordo fra venditore e cliente. I venditori non tentano di rendere i prodotti appetibili : quasi mai sorridono, danno risposte secche e col minimo di spiegazioni. Nella burocrazia statale poi, poste o ferrovie per es., questo atteggiamento è la regola. Niente è cambiato dai tempi di Breznev ; la rigidezza e severità dei funzionari pare fatta apposta per metterti a disagio e farti sentire importuno. Perfino in banca quando ti cambiano gli euro in rubli gli impiegati hanno l’aria di chi ti fa una concessione. Se la signora del film al suo risveglio avesse avuto incertezze sulla permanenza del comunismo, l’incontro con tali personaggi sarebbe bastato a dissipare ogni dubbio. Intanto le chiese sono di nuovo frequentate, i bambini vengono battezzati, molte coppie si sposano in chiesa. L’ortodossia , perseguitata ai tempi di Lenin e Stalin, poi messa silenziosamente ai margini, è riaffiorata vigorosamente. Osservo qualche coppia di novelli sposi che esce dalla cerimonia celebrata nella cattedrale. Lo sposo indossa un vestito da festa, lei è in abito bianco con velo e strascico; parenti ed amici ben vestiti e scesi da macchine piuttosto costose li festeggiano. Come da noi. Un ritorno alle tradizioni più autentiche ? Certo. Ma c’è un elemento particolare, tipicamente russo, che va ad aggiungersi all’aspetto religioso. Presso la chiesa si erge un poderoso monumento squadrato tipicamente sovietico: è il memoriale della vittoria nella grande guerra patriottica (così chiamano in Russia la seconda guerra mondiale). Davanti arde una fiamma tra vaste aiuole di fiori accuratamente disposte.

Parallelamente al memoriale una lunghissima fila di tabelloni sormontati dalla scritta “Ricordati di me” reca migliaia di fotografie di caduti e vittime : giovani donne e uomini in uniforme militare, famiglie con vecchi, donne e bambini morti durante il conflitto, ritratti a volte presso le loro case o isbe. Di alcuni caduti si possono leggere le ultime lettere. .Qui non c’è niente della abituale trascuratezza russa, siamo di fronte a qualcosa di laicamente sacro. Qui si recano gli sposi uscendo dalla chiesa, si baciano e fanno fotografare con gli amici davanti alla fiamma. Hanno dato testimonianza di fede in chiesa ed ora testimoniano la loro appartenenza ad una nazione forgiata da lutti immani e sofferenze indicibili. Registro con emozione questa simbiosi fra ortodossia e patriottismo che parla dell’ identita’ di un popolo. Ritorno sui miei passi con la sensazione di aver sfiorato qualcosa che sta molto nel profondo dell’anima russa.

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