Esteri

Parigi propone una conferenza internazionale per il conflitto israelo-palestinese

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Laurent Fabius, ministro degli esteri francese, ha annunciato che Parigi nei prossimi giorni inizierà i lavori per organizzare una conferenza internazionale per rilanciare il processo di pace tra israeliani e palestinesi, a un punto morto dall’Aprile 2014 quando i negoziati condotti sotto l’egida degli Stati Uniti avevano portato a un nulla di fatto. Quello di Fabius è un passo di sostanza perché – ha dichiarato il 29 Gennaio durante la conferenza del corpo diplomatico al Quai d’Orsay– se l’iniziativa dovesse fallire, la Francia si farà comunque carico delle sue responsabilità in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza e riconoscerà unilateralmente lo Stato della Palestina.

L’iniziativa arriva dopo l’approvazione da parte israeliana (la notizia è stata diffusa dal quotidiano Haaretz il 25 Gennaio) di un piano per la costruzione di 153 nuove unità abitative in Cisgiordania, a cui ha fatto seguito l’intervento del Segretario Generale delle Nazioni Unite, allarmato da una politica di occupazione che continua ad ostacolare una soluzione al conflitto e a generare risentimento nella popolazione palestinese. Ban Ki-moon condanna le violenze dell’Intifada dei coltelli (è di poche ore fa la notizia di un giovane israeliano accoltellato a Gerusalemme), ma ricorda al contempo che gli insediamenti israeliani continuano a muoversi nell’illegalità oltraggiando la dignità della popolazione palestinese e la comunità internazionale. Una situazione che fa tutt’altro che accreditare un impegno israeliano nel processo di pace e che, sempre secondo il Segretario ONU, porta a una reazione inevitabile: che un popolo oppresso reagisca all’occupazione, è nella natura umana. Nei giorni scorsi Netanyahu si è espresso dicendo che le dichiarazioni di Ban Ki-moon fomentano il terrorismo e segnalano la perdita di neutralità delle Nazioni Unite, mentre in commento all’iniziativa lanciata da Parigi, il governo israeliano ha espresso la sua contrarietà: la condizione di riconoscere lo Stato Palestinese a prescindere dall’esito dei negoziati costituisce non solo uno scacco a Israele, ma anche una proposta che si presta ad essere sabotata in principio dai palestinesi facendo fallire gli sforzi negoziali per ottenere automaticamente il riconoscimento da parte francese.

Deplorando le accuse che Netanyahu ha rivolto a Ban Ki-moon per aver ribadito l’illegalità dell’occupazione israeliana, Fabius ha puntualizzato che la sicurezza degli israeliani è e rimane un’esigenza assoluta, ma che senza giustizia, non c’è processo di pace. Il capo della diplomazia francese ha anche ricordato come in merito alla questione israelo-palestinese Parigi si sia mossa in solitudine nell’ultimo anno e mezzo: nell’autunno 2014 la Francia aveva formulato una proposta di risoluzione, da votare in sede ONU, che prevedeva un’agenda vincolante per giungere al mutuo riconoscimento tra i due stati, entrambi con Gerusalemme capitale, e che contemplasse il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. L’iniziativa però, oltre a non aver ricevuto il sostegno degli Stati Uniti, è stata scalzata da una proposta alternativa e più ambiziosa da parte palestinese, presentata dalla Giordania e bocciata dal Consiglio di Sicurezza nel Dicembre 2014. E lo stallo è rimasto tale.

Intanto a Parigi, nel Novembre 2014, l’Assemblea Nazionale aveva adottato la mozione socialista che invitava il governo a riconoscere lo Stato palestinese in quanto “la soluzione dei due Stati, sostenuta dalla Francia e dall’Europa, presuppone il riconoscimento dello Stato di Palestina”. Il voto francese ha fatto seguito alle analoghe decisioni (non vincolanti) di Gran Bretagna, Portogallo, Spagna, Belgio e Irlanda, a differenza della Svezia che invece ha riconosciuto la Palestina a pieno titolo nell’Ottobre dello stesso anno. E a differenza pure di quanto concretizzato dal parlamento italiano. Con la votazione del 2015 infatti la Camera è riuscita ad approvare 2 mozioni diverse: una, presentata dal PD, chiede al Governo di promuovere in tutte le sedi “la costituzione di uno stato Palestinese che conviva in pace, sicurezza e prosperità accanto allo stato d’Israele, sulla base del reciproco riconoscimento e con la piena assunzione del reciproco impegno a garantire ai cittadini di vivere in sicurezza al riparo da ogni violenza e da atti di terrorismo”, e un’altra di NCD e UdC che invece subordina il riconoscimento della Palestina alla ripresa dei negoziati diretti tra le parti e a un’intesa tra Fatah e Hamas, creando prima le condizioni per la cessazione delle violenze e il riconoscimento di Israele da parte palestinese. Concretamente quindi l’Italia per ora resta solo impegnata a promuovere il processo di pace come precondizione per il raggiungimento di un accordo che porti alla soluzione di due stati.

È possibile sperare che l’iniziativa francese (o un’altra qualsiasi) trovi riscontro e veda un maggior allineamento intorno al tavolo che dovrebbe riunire insieme alle parti in causa l’Unione Europea, la Lega degli Stati arabi e gli Stati Uniti? Verrebbe da rispondere “speriamo”. Per poi soffermarsi un istante sul (corto)circuito dialogico in cui alla domanda se è possibile sperare si risponde con di nuovo con uno sperare; un cortocircuito che fa tornare alla mente quel “monologo travestito da dialogo” di cui parlava Martin Buber 60 anni fa.

30 gennaio 2016