Esteri

Burundi, fosse comuni. La denuncia di Amnesty e i timori di un nuovo genocidio

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 Ormai in Burundi l’orrore è senza fine. Decine di fosse comuni piene di cadaveri sono state scoperte nei pressi della capitale Bujumbura. A denunciarlo Amnesty International. Secondo l’organizzazione per i diritti umani, in possesso di immagini satellitari e video, oltre che di numerose testimonianze, quasi un centinaio di persone sarebbero state uccise dalle forze di sicurezza nel mese di dicembre in una repressione seguita ad alcuni attacchi armati a basi militari  e sepolte fuori città.

A riprova che la crisi stesse degenerando in crimini atroci gli oltre 100mila burundesi che da ottobre hanno abbandonato il paese e gli altrettanti che si apprestano a farlo.
Un disastro umanitario che oltre a causare centinaia di migliaia di sfollati conta già duemila morti. Le organizzazioni per i diritti umani hanno lanciato da tempo l’allarme: in Burundi si rischia un nuovo Ruanda.
Tantissimi i profughi che stremati stanno attraversando il confine con la Tanzania, dove si stanno ammassando in scuole e chiese nell’attesa dell’apertura di nuovi campi di accoglienza.
L’esodo dei rifugiati burundesi sta mettendo a dura prova le capacità del governo tanzanese, che ne ha accolti oltre 70mila, e delle associazioni umanitarie di rispondere all’emergenza.
A raccontare quanto drammatica sia la situazione i volontari di Oxfam. L’ong, presente nel Paese, rileva come giorno dopo giorno gli operatori stiano incontrando sempre maggiori difficoltà a soddisfare le crescenti richieste di acqua potabile, cibo e riparo necessarie per assistere i profughi in fuga dal Burundi.
Il campo profughi di Nyarugusu è ormai ben oltre le proprie capacità di accoglienza e tutte le strutture pubbliche della zona sono state trasformate in rifugi improvvisati, nell’attesa che vengano realizzate sistemazioni più appropriate.
“Tantissime sono le famiglie, che dopo viaggi lunghi fino a tre settimane in condizioni estreme sono ora ammassate in centinaia in scuole o nascoste sotto gli alberi per sfuggire al sole cocente” si legge sul sito di Oxfam che chiede l’aiuto della comunità internazionale.
Il governo della Tanzania e i cooperanti sono al lavoro per tentare di soddisfare i bisogni primari delle persone: manca materiale essenziale come tende, tubature idriche, barili per lo stoccaggio dell’acqua e materiale medico.
“I profughi sono distrutti dalla sete e dalla fatica e molti di loro sono malati. Si contano già migliaia di casi di colera. – spiega la responsabile dell’ufficio Africa di Oxfam Italia, Silvia Testi – Hanno attraversato di tutto per arrivare fin qui, e hanno ora bisogno di acqua potabile, cibo e un riparo. Oxfam è pronta a incrementare la sua risposta, ma sono necessari maggiori aiuti”.
La ong è al lavoro nei campi profughi di Kagunga e Nyarugusu, in collaborazione con il partner locale TWESA per fornire acqua potabile, installare latrine e formare i profughi burundesi sulle norme igieniche necessarie per ridurre il rischio di diffusione delle malattie e prevenire la diffusione dei casi colera, che sono stati confermati proprio nelle due località.
Per ciò che concerne la sicurezza e la protezione dei civili si  sono attivate le Nazioni Unite, che hanno disposto il potenziamento della missione Onu nella Repubblica democratica del Congo. Le postazioni della Monusco sono state, al momento, potenziate lungo il confine con il Burundi. Almeno 150 unità sono state dispiegate nell’area più a rischio per prevenire possibili infiltrazioni in territorio congolese da parte di ribelli burundesi. Negli scorsi mesi, infatti, i servizi di sicurezza di Kinshasa avevano intercettato decine di uomini armati provenienti da Ruanda e Burundi.
La circostanza è stata confermata dal portavoce di Monusco, Prosper Felix Basse, secondo cui la zona di pattugliamento è stata ampliata di circa 70 chilometri. Il timore che la situazione possa degenerare è palpabile.
Anche International crisis group ha rilanciato l’allarme sulla gravità del conflitto in atto in Burundi, che sta vivendo una profonda crisi politica che potrebbe avere gravi conseguenze per la  stabilità e l’armonia inter-etnica in tutta la Regione dei Grandi Laghi.

Fonte: “Illuminare le periferie”

30 gennaio 2016