Pasolini, lo si faccia conoscere nelle scuole, nei cinema, in televisione…

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L’anniversario – sono passati quarant’anni – della morte di Pier Paolo Pasolini pare segnalarci una contraddizione. Che pure si era manifestata negli anni passati, ma in proporzioni diverse. L’artista a lungo espulso dalla comunità dei chierici ufficiali pare quattro decenni dopo definitivamente “riabilitato”. Colui che più si è battuto contro l’omologazione, culturale e dei costumi, sembra ricollocato nell’artificioso Pantheon a porte girevoli, proprio nell’epoca in cui conformismi e piaggerie sembrano dominare. Pressoché incontrastati. C’è un’aria strana attorno ad uno dei pensatori più autonomi e liberi che abbia avuto l’Italia, quasi la cooptazione di chi ora è riposto sugli scaffali innocui della memoria asettica.

Il conflitto è rimosso: tanto la lotta strenua e incessante verso Potere e Palazzo (termini profetici di stringente attualità) centrati sulla visione del mondo di rito democristiano, quanto il disagio nei confronti della chiesa comunista da cui era stato allontanato per un moralismo greve e reazionario. La storia è fatta dai vincitori, come è noto. E acqua ne è passata sotto i ponti, ma fino a un certo punto. Il meanstream continua ad essere lontanissimo dal rigore “luterano”, dagli atti di accusa contro la degenerazione consumistica, dall’”io so” del romanzo delle stragi; dal rigore della scrittura, della poesia e del racconto cinematografico. Lucidissima la rappresentazione realistica delle periferie della terra, terribilmente prefigurante la “biopolitica” delle sue creazioni immaginifiche, fino a quelle maledette di Salò. Tremendo il Petrolio. Il Fascismo come metafora del controllo autoritario e assolutista. La mente obnubilata da una brutta scuola e da una corriva televisione, insieme ai corpi mercificati e vilipesi nella loro bellezza autentica: questo il capitalismo dell’opulenza. Da contrastare con la ricerca dei valori essenziali della vita e delle comunità non ancora contaminate. C’è il meglio della Scuola di Francoforte. Si sente il parallelismo con la lezione di Foucault. Si avverte, sempre incombente, Antonio Gramsci. Chissà oggi come ci avrebbe raccontato il dramma degli ultimi, dei migranti, dei rifugiati. Degli homeless.

Una personalità di rara finezza, di così evidente proiezione europea (dai confini friulani, a Bologna, a Roma), abiurata per un tempo infinito perché autentica, controcorrente. Omosessuale. E sì, quest’ultima è stata -nel paese intriso di clericalismo gretto- la caratteristica di maggior impeto eversivo: secondo stilemi dominanti tenaci e persino attuali, se si pensa al faticosissimo iter parlamentare delle unioni gay.
Pasolini ora è celebrato e persino la morte violenta (di cui mai è stato chiarito tutto e i dubbi rimangono) appartiene alla cerimonia della ricostruzione accomodante e senza gli spigoli di quel volto che parlava da solo.
Se si vuole ricordare degnamente Pasolini, allora lo si faccia conoscere nelle scuole, nei teatri, nei cinema. In televisione, dove avrebbe grande significato riproporre i “Comizi d’amore”. E ha ragione Dacia Maraini: si riaprano davvero le indagini sulla morte. Infine. Come fece il “Corriere della sera” di Piero Ottone, qualche quotidiano potrebbe (ri)pubblicare i magnifici editoriali, che all’epoca ben pochi vollero comprendere.


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