In difesa di una Costituzione partigiana

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Tralasciamo la rabbia, la frustrazione, il disincanto, la legittima disperazione e il sentimento collettivo di sconfitta che ci pervade in queste ore e attiviamoci sin d’ora per contrastare al referendum il Senato delle non garanzie, o meglio ancora il non Senato, disegnato dal duo Renzi-Boschi e difeso a spada tratta da Napolitano e da una maggioranza costituente composta, fra gli altri, dagli amici di Verdini e Cosentino.

Tralasciamo qualunque commento su quanto è accaduto nelle ultime settimane: è inutile, non ci ascolteranno. Concentriamoci, piuttosto, su cosa rappresenta la Carta costituzionale nata dalla Resistenza, su quei monti e in tutti quei luoghi nei quali Piero Calamandrei consigliava ai giovani di recarsi in pellegrinaggio per comprenderne lo spirito e i valori fondanti, ben cosciente del fatto che solo una forte passione civile e una sana formazione democratica avrebbero potuto trasformare un Paese tendenzialmente anarchico e individualista come il nostro in una comunità coesa e disposta a remare nella stessa direzione, rispettandosi a vicenda malgrado le ovvie divergenze di pensiero e di visione della società.

Per comprendere l’attualità e la grandezza, etica e giuridica, dei princìpi basilari della Carta, consiglio alla mia generazione di recarsi nei luoghi della nuova Resistenza: non più le montagne o le pianure dove settant’anni fa vennero fucilati ragazzi della nostra stessa età ma le fabbriche e le scuole, le aree degradate, i quartieri del disagio e dell’alienazione, i centri d’accoglienza dove i migranti non vedono riconosciuti i propri diritti, le carceri dove ai detenuti non è garantita la propria dignità, le piazze nelle quali chi dissentiva è stato manganellato e le sezioni di partiti e sindacati di cui oggi viene disconosciuta l’importanza.

Rechiamoci nelle piccole redazioni di provincia, andando a portare solidarietà e affetto a quei tanti colleghi che si battono in terra di frontiera contro ogni forma di criminalità; rechiamoci dai volontari di Libera che trasformano i beni confiscati alle mafie in nuove opportunità di lavoro e d’integrazione; rechiamoci nelle scuole che crollano in testa ai nostri studenti e nelle fabbriche che stanno chiudendo l’una dopo l’altra a causa di una globalizzazione disumana e selvaggia, irrispettosa dei diritti umani, dell’essenza stessa della persona, nemica di uno sviluppo autenticamente libero e democratico, proficuo per la collettività e al servizio della crescita della comunità nel suo insieme; andiamo a trovare i ragazzi che animano manifestazioni e cortei, sit-in e feste estive, ragazzi che si definiscono “partigiani” e avvertono fortissima la necessità di battersi per gli stessi ideali che indussero i loro nonni a rischiare la vita per rendere l’Italia più buona e più giusta.

Parliamo dell’articolo 3, individuato dal professor Franco Modugno come la chiave della Costituzione, in quanto contiene in sé tutta la modernità di una Carta redatta apposta per le generazioni che sarebbero venute quando nessuno dei padri costituenti sarebbe stato più in vita: una vitalità, una forza e una bellezza politica e democratica che si invera nella possibilità di aggiornare i diritti e di includerne di nuovi, compresa la neutralità della rete, straordinario strumento di conoscenza e d’incontro che nel ’48 non era neanche in mente di Dio.

E ricordiamoci di questi anni trascorsi nelle strade e nelle piazze, con in mano una bandiera tricolore e una copia della Costituzione di Parri e di Calamandrei, di Pertini e di Terracini: uomini che, in alcuni casi, affrontarono la galera e rischiarono la vita per consentire a chi sarebbe venuto dopo, cioè a noi, di manifestare liberamente il proprio pensiero.

Infine, poiché è giusto che questa battaglia venga condivisa dal più ampio numero di persone possibile, anche perché altrimenti sarebbe persa in partenza, andiamo a parlare con umiltà e rispetto a tutti quei militanti storici della sinistra che ancora oggi si commuovono quando sentono parlare di Ingrao e di Berlinguer, risvegliandoli dal torpore, dal disincanto e dalla disillusione nei quali sembrano essere precipitati.

Senza dimenticarci dei nostri avversari, che in questa battaglia dovranno essere i nostri alleati, in nome del principio per il quale nessuno deve poter subire, a causa dell’arroganza di pochi, alcuna forma di sopruso né deve poterne compiere a sua volta quando il potere giunge, democraticamente, nelle sue mani.

Coinvolgiamo attivamente gli stellini, loro che sono entrati in parlamento per mandare “tutti a casa” e probabilmente coltivano ancora questo sentimento ma, altrettanto probabilmente, hanno cominciato a rendersi conto che solo dal dialogo, dal confronto e dall’attenzione verso le idee e le ragioni dell’altro può nascere e consolidarsi una democrazia matura. Chiamiamo al nostro fianco questi ragazzi nati nella bufera di anni maledetti, in piazze nelle quali i partiti si sono rifiutati troppo a lungo di farsi vedere, in scuole cadenti, in un’università ingiuste e devastate da tagli e soprusi d’ogni sorta.

Torniamo per qualche mese ai nostri diciott’anni, quando ci riunivamo nelle sedi dell’A.N.P.I. e ci definivamo “partigiani del Terzo Millennio”, ritrovandoci l’indomani al fianco dei nostri insegnanti, dei nostri genitori, dei nostri nonni e dei nostri bidelli in quelle strade e in quelle piazze nelle quali scoprimmo la bellezza di essere una comunità e di camminare insieme, ribaltando l’insulso dogma thatcheriano, tuttora purtroppo in auge, secondo cui la società non esiste e gli individui devono saper badare a se stessi: un’aberrazione che ha distrutto il valore imprescindibile della solidarietà e il concetto, non meno importante, di uguaglianza.

Torniamo ventenni nelle nostre università occupate e torniamo in quei catini ribollenti di rabbia e malessere sociale nei quali tante volte ci siamo trovati a contatto con operai, precari, disoccupati e lavoratori sfruttati e umiliati per esprimere, al tempo stesso, un messaggio di protesta e di proposta, per provare a costruire insieme un’altra idea di società e di futuro.

Diceva don Lorenzo Milani che “il problema degli altri è uguale al mio: sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia”. Da troppo tempo, ormai, l’avarizia ha finito col prevalere sulla politica, con lo svuotarla, col renderla un coacervo di affaristi e di persone in carriera le quali, con le debite eccezioni, hanno indotto milioni di persone ad allontanarsene.

Votare convintamente NO, dunque, deve servire non solo a respingere una riforma sbagliata, dannosa e pericolosissima in prospettiva futura ma anche a ricostruire un tessuto sociale, un legame fra i cittadini e un rapporto d’amore con quella componente essenziale di ogni contesto democratico guarda caso invisa a tutti i regimi.

La scuola, il lavoro, l’immigrazione, il disagio, la solidarietà, la fratellanza, l’uguaglianza, la dignità degli esseri umani, la tutela dell’ambiente, del paesaggio e del territorio, la difesa della coesione nazionale e il mantenimento di quello spirito resistenziale di cui la prima parte della Carta è la fonte d’ispirazione e la seconda l’attuazione concreta: in nome di tutto questo dobbiamo mobilitarci sin d’ora per difendere la nostra Costituzione partigiana dallo stravolgimento operato a suo danno da una classe dirigente neanche lontanamente paragonabile a quella che si riunì alla Costituente nel biennio ’46-’47; una classe dirigente che, evidentemente, ha smarrito il senso dello Stato e delle istituzioni necessario per metter mano alle fondamenta del nostro stare insieme; una classe dirigente composta, al massimo, da politici ma non certo da statisti, in quanto nessuno degli artefici di questo progetto di riforma si sta minimamente preoccupando di come sarà la società fra venti, trenta o cento anni.

Soprattutto noi giovani siamo chiamati a compiere questa difesa, a batterci in prima linea, tenendo ben presente la lezione di un ragazzo di ieri, Giacomo Ulivi, fucilato a Modena il 10 novembre 1944 a soli diciannove anni. Ulivi, poco prima di essere ucciso, scrisse a proposito dell’importanza dell’impegno politico: “È il tremendo, il più terribile risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per venti anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporcizia” della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di specialisti (…) Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. (…) Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi. (…) Credetemi, la cosa pubblica è noi stessi: ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota. (…) Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, che ogni sua sciagura è sciagura nostra… per questo dobbiamo prepararci”.

Quando scrisse queste parole, sapeva che lui la nuova Italia, libera e democratica, purtroppo non l’avrebbe vista; eppure ci tenne a consegnare questo messaggio ai suoi coetanei, affinché non dimenticassero mai quanti sacrifici, sofferenze e lutti era costato il ritorno alla pace e alla normalità.

La Costituzione è stata scritta così, fra il ’46 e il ’47, proprio in onore dei tanti Giacomo Ulivi caduti per consentirci oggi di essere liberi: è stata scritta per dire concretamente “mai più” a qualunque forma di barbarie.

Non a caso, nel ’56, Calamandrei la definì in un celebre discorso “il programma politico della Resistenza”, asserendo: “Andiamo dunque avanti, lavorando affinché ogni italiano, fino all’ultimo pescatore di Partinico, sia messo in condizione di provare la soddisfatta fierezza di sentirsi una persona umana: e, serbando ognuno dentro il cuore la propria fede nelle mete ultime, camminiamo intanto sulla strada che, senza tradir quella fede, ci siamo impegnati a percorrere in schiera. Che cosa è la vita, se non un breve tratto di strada da percorrere con altri viandanti? Ogni tanto, durante il cammino, uno si accascia sulla proda, e scompare. Ma gli altri non se ne accorgono: guardano in avanti e continuano il loro viaggio. Verso quali mete ultime ci porta il viaggio? La sua risposta ognuno la porta chiusa nel cuore: ma intanto, senza rinnegare questa risposta, continuiamo, finché si può, a camminare insieme”.

E insieme prepariamoci a difendere il più grande dono che ci sia mai stato consegnato: la possibilità di essere un popolo e di vivere insieme in armonia, frutto della lungimiranza di chi aveva visto con i propri occhi l’abisso della dittatura e delle sue conseguenze e aveva deciso di regalare alle nuove generazioni una libertà di fatto, innervata da quella coscienza civile che sola può consentirci di andare lontano.


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