“Il grande male” di Georges Simenon

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Uno degli argomenti preferiti di Fellini quando conversava liberamente in macchina, era il suo amico Georges Simenon, le abitudini, i vezzi, le bizzarrie, e quella capacità sovrumana dello scrittore  di calarsi nei personaggi che raccontava, diventando tutt’uno con loro. Federico avvertiva in questa attitudine una misteriosa affinità; spesso sosteneva che per lui girare un film era come smaltire una malattia, attraversare una lunga convalescenza. Chiunque abbia assistito sul set, o nei video di backstage, a come il regista dirigeva gli attori, si sarà accorto che Federico non guidava l’interprete con le sole parole ma utilizzando la mimica facciale e corporea in una sorta di trasfigurazione con il carattere che abitava dentro di lui.

Di ogni personaggio riproduceva il sembiante, le smorfie, i movimenti, esercitando una forma di ‘possessione’ nei confronti dell’attore il quale si lasciava invadere in un leggero stato ipnotico. Il dispendio energetico che Fellini impiegava nella realizzazione di un film era davvero ponderoso, e alla fine della giornata riemergeva dalle riprese piuttosto scosso e provato. Simenon trasferiva sulla pagina una simile materializzazione dei suoi fantasmi: al pari del suo amico riminese era un potentissimo medium. La riprova palpabile, per chi ne avesse bisogno, risiede in quest’ultimo romanzo uscito da Adelphi, “Il grande male” che, ci avverte il risvolto di copertina, apparve nel 1933 insieme ad altri quattro capolavori: Il fidanzamento del signor Hire, Colpo di Luna, La casa sul Canale, Le finestre di fronte.

E’ quantomeno insolito che un comune essere umano sia in grado di affrontare una tale impresa – un romanzo ogni due mesi! – se non si suppone una condizione paranormale, una scrittura quasi sotto dettatura da parte di una forza superiore. Ha dichiarato recentemente Pier Vincenzo Mengaldo: “Nel Novecento non ce n’è altri di quella statura. Simenon rimane unico”. La copertina del libro di cui parliamo presenta un’illustrazione enigmatica di Léon Spilliaert (La nuvola), una figura ectoplasmatica in stile espressionista; non c’era miglior suggestione per una storia che sembra sprigionarsi dalle tenebre del sottosuolo e che non ci stanchiamo di domandarci da quale fantasia lo scrittore l’abbia evocata. Siamo nella profonda provincia francese, le grandi regioni agrarie avvolte in un tempo fermo, immutabile. Qui tutto può avvenire, il lettore ripensi a quel capodopera che è La Vedova Couderc. Questa volta la protagonista, indecifrabile e incombente, è ancora una vedova, la signora Pontreau. Alta, austera, vestita di nero, ligia a un decoro inderogabile che, benché quasi priva di mezzi finanziari dopo la morte del marito, continua ha imporre con severa disciplina alle tre figlie.

La secondogenita, Gilberte, è sposata con Jean Nalliers, l’unico rampollo di un grande possidente della zona, individuo gracile e malaticcio minato dall’epilessia. Durante la trebbiatura in una fattoria del genero, Pré-aux-Boeuefs, la vedova che presiede ai lavori con polso di ferro, approfitta della confusione per compiere a sangue freddo un delitto odioso, in modo di entrare a pieno diritto nell’asse ereditario. Venendosi a  trovare sola con il giovane, nel sottotetto dell’alto granaio, approfitta di un attacco del male per spingerlo fuori della finestrella a sfracellarsi nel cortile sottostante. La caduta appare fortuita, sia ai gendarmi che al medico del paese accorso a constatare il decesso, sebbene tutti sappiano chi sia il vero colpevole. Alla cerimonia funebre  “il caldo era tale che l’aria crepitava come durante un incendio, e il mare, in fondo ai campi, era uno sconfinato riverbero che feriva gli occhi.” Alle esequie partecipa l’intero paese, uomini e donne, “tutti respiravano a fatica, i colli si gonfiavano nei solini rigidi; la merciaia, per non svenire, dovette sedersi sul ciglio della strada”.

E noi possiamo passare in rassegna i presenti, uno a uno, come in un film: “Le quattro donne portavano il crespo nero. Il signor Naillers, vestito a lutto, con la pettorina inamidata, i polsini rotondi che cadevano sulle mani scure, non camminava accanto alle Pontreau, ma un po’ più avanti, da solo. Ansimava”. Sarà lui, il padre della vittima, a tuonare alla fine della cerimonia dal fondo della chiesa: “Vedremo se Dio esiste!” A mezzogiorno in punto le Pontreau rientrano nella loro casa, “l’ultima a destra sulla strada che portava al mare, una delle abitazioni più grandi e imponenti del paese”.  La madre si toglie cappello e guanti di filo nero; Gilberte si lascia cadere esausta su una sedia. “Dentro faceva più fresco perché le persiane erano chiuse, i muri spessi. Nella penombra i mobili ben lucidati splendevano, e tutti i soprammobili brillavano sul bianco dei centrini ricamati, come brillavano i tasti del piano di Hermine, dove lo spartito era sempre aperto”.

La vita ricomincia, la madre riprende a comandare a bacchetta le figlie che obbediscono come automi, succubi al suo fianco. Tranne la minore Viève (Geneviève) che per aiutare il bilancio familiare si reca tutti i giorni in bicicletta a lavorare in una libreria di La Rochelle. Al Cafè Louis, sulla piazza di Nieul, non si parla d’altro che dell’accaduto e l’odio monta rabbioso nei confronti della vedova che neanche per un attimo abbassa la sua arroganza e presto diventerà padrona di gran parte dei beni del genero assassinato. Ma c’è una serva a ore, una matta stravagante che farfuglia da sola e gira con scarponi militari e l’ombrello aperto, la quale forse ha visto tutto. Se si deciderà a parlare, potrebbe imprimere una svolta all’inchiesta del giudice che non approda a nulla. A ogni riga della narrazione la vedova giganteggia implacabile, senza mai vacillare di fronte all’ostilità del paese, e con gelida durezza piega tutti alla sua diabolica volontà, incurante delle tragiche conseguenze. Le haut mal è lei, non soltanto l’epilessia: dove l’avrà mai incontrata il grande Sim?


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