La beatificazione di Romero, che lo si voglia o no, interpella anche noi

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Mons. Oscar Romero, un martire cristiano che ancora oggi, alla vigilia della sua beatificazione, trova resistenze nello stesso paese, il suo paese, il San Salvador, dove è stato ucciso il 23 marzo del 1980 e dove durante il suo funerale gli stessi squadroni della morte che l’avevano assassinato spararono sulla folla che partecipava al suo funerale. Fu una strage. Siccome la spudoratezza non ha limiti, gli stessi ambienti reazionari che da quella matrice provengono sostengono oggi che è un errore beatificare Mons. Romero, come fu un errore ucciderlo. Non fu una grave, imperdonabile colpa. Non conveniva. Fu un “gesto” inopportuno, politicamente inopportuno.

Quando Giovanni Paolo II visitò il Salvador, il governo pose come condizione per accettare quella visita, che fosse ignorata la tomba di Mons. Romero. Giunto in San Salvador, il Papa non si diede per vinto. Decise di andare a pregare su quella tomba. La Gerarchia ecclesiastica lo sconsigliò di andare e tentò in tutti i modi di dissuaderlo. L’ uomo aveva deciso di pregare sulla tomba di un sacerdote che era stato ucciso mentre celebrava l’ eucarestia e non ci fu verso di fargli cambiare idea. Giunto alla chiesa trovò la cattedrale sprangata. Non si fece impressionare. Disse che non si sarebbe mosso di lì fino a quando non gli fosse stato consentito di pregare su quella tomba. Restò a lungo. Solo, piantato di fronte alla Chiesa la piazza deserta con  la polizia aveva fatto sgombrare la folla, trasformata la piazza in un deserto. Quando capirono che il Papa, lo stesso Papa che aveva affrontato il regime sovietico, sarebbe stato lì sul serio e che non si sarebbe mai mosso se non avesse ottenuto l’ apertura della Chiesa, la chiave saltò fuori e lui su quella tomba pregò a lungo.

Fu merito poi di Papa Benedetto XVI se venne sbloccata, nonostante le resistenze,  la causa di beatificazione e poi di Papa Francesco se oggi viene portata a conclusione. Ma perché Mons. Romero era tanto inviso a un regime tanto brutale e orribile da mandare i bambini a esplorare e a morire sui campi minati? Perché anche dopo la sua morte incuteva tanta paura?

Nato da una famiglia di umili origini, ordinato sacerdote, poi parroco, poi Vescovo, si pronunciò contro i privilegi di pochi che costringevano alla povertà i molti che abitavano il suo Paese. Difese i poveri, si pronunciò contro lo sfruttamento, contro il disprezzo della vita degli altri. Fu accusato di essere un marxista e un rivoluzionario. In Vaticano le sue omelie, i suoi scritti furono passati al setaccio, riga per riga e non risultò nulla che non fosse fedeltà alla Chiesa, Al Vangelo di Gesù Cristo. I tentativi di farlo passare per un agitatore politico caddero nel nulla. Infondati. Solo un fermo testimone della fede. Scrisse in una sua lettera: “La situazione sociale del Salvador è terribilmente ingiusta.Viviamo nel peccato sociale. La Chiesa sta cercando di far giungere la sua voce  a tutti gli ambienti affinché come cristiani ci assumiamo la responsabilità di vincere il peccato e costruire la fraternità in base alla giustizia”. Anche queste semplici parole non erano tollerate, erano considerate pericolose. Ma soprattutto preoccupava questa denuncia del fatto che il peccato non è solo un fatto individuale. Ciò che per il potere, per l’ esercito, per gli sfruttatori era intollerabile era che si potesse dire: “viviamo nel peccato sociale”. Se c’ è un povero e gli do un soldo mi lavo l’ anima, ma se il mio, il nostro comportamento, crea una situazione di ingiustizia, di povertà generalizzata, se creiamo una situazione di peccato sociale come possiamo lavarci l’ anima? Quella che una volta veniva chiamata “una buona azione”. Diventa una cosa ridicola, un dito levato per fermare una valanga.

Romero scrisse anche queste parole: “Il Salvador è un paese piccolo, sofferente e lavoratore. Qui viviamo grandi contrasti nell’ aspetto sociale, emarginazione economica, politica, culturale. In una parola INGIUSTIZIA. La Chiesa non può restare zitta davanti a tanta miseria perché tradirebbe il Vangelo, sarebbe complice di coloro che qui calpestano i diritti umani”.

Se ancora oggi in San Salvador, e forse in altre parti dell’ America latina, la beatificazione di Mons. Romero è vista con preoccupazione qui, nell’ Europa occidentale rischia di essere vista come una cosa che riguarda quel continente. Un altro continente. Ma in Europa, anche se in forme abissalmente diverse rispetto a quei paesi, si sta allargando un’ ingiustizia sociale, un ritorno all’ indietro rispetto a forme di assistenza sociale che nel passato le diverse popolazioni avevano conquistato, l’ allargarsi di una povertà che ormai sta assumendo aspetti sociali non più occultabili, anche se in modi e situazioni radicalmente drammaticamente diversi, tutto questo rende ancora forti le affermazioni di Mons. Romero. La sua beatificazione, che lo si voglia o no, interpella anche noi. Anche noi siamo costretti a chiederci se non viviamo in una situazione di peccato sociale che va dalla disoccupazione dei giovani, all’impoverimento delle classi sociali intermedie, al dramma, della disoccupazione delle persone di media età. All’ estendersi  di una povertà che per dei paesi civilizzati rappresenta uno scandalo. Mons. Romero ferma anche noi. Ci chiede: dove state andando?


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