Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere

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«È una storia troppe volte, colpevolmente, dimenticata». Christian Nasi, Elena Ciccarello e Davide Pecorelli definiscono così la storia di Bruno Caccia. Ed è anche per questo, del resto, che hanno deciso di raccontarla con un documentario molto bello realizzato nel 2013, e prodotto da Libera di Don Ciotti: Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere.

«Il documentario – spiegano i tre autori – nasce come risposta ad un appello lanciato dai figli del procuratore ucciso. Dopo trent’anni hanno chiesto che si smettesse con le celebrazioni e si iniziasse un serio cammino di ricerca della verità». Bruno Caccia muore la sera del 26 giugno 1983. Sono circa le undici e trenta, quando decide di portare il suo cane a fare una passeggiata. È domenica, e Caccia non ama farsi accompagnare dalla scorta, al di fuori dell’orario di lavoro. È solo. Viene ucciso da un commando di ‘ndranghetisti, che lo accostano con la loro auto e lo crivellano di colpi. È il 1983, e la ‘ndrangheta uccide un illustre magistrato. Ma non ci troviamo a Reggio Calabria. Bruno Caccia muore a Torino, dove dirigeva la Procura della Repubblica. Il suo è un omicidio che fa scalpore, sulla stampa dell’epoca. Ancora oggi, il tribunale del capoluogo piemontese è intitolato a lui. Eppure, il documentario di Nasi, Ciccarello e Pecorelli, si apre con una scena nella quale vengono intervistate parecchie persone, per le vie di Torino, che dimostrano di non conoscere affatto Bruno Caccia.

Come si spiega una simile amnesia collettiva?
L’omicidio Caccia avviene nell’ultima fase dei cosiddetti “anni di piombo”. Torino, con Genova e Milano, è certamente una delle realtà più colpite dal fenomeno terrorista. La città è in qualche modo stanca ed assuefatta agli episodi di violenza e l’omicidio di Bruno Caccia viene inserito da subito in questo contesto. Benché la matrice terrorista sia rapidamente smentita e le indagini si dirigano in breve tempo verso la criminalità organizzata, il contesto di quegli anni nasconde questi sviluppi e porta all’oblio. Infine, c’è sicuramente un elemento di rifiuto, comune a tutto il nord Italia, verso l’ammettere la presenza delle organizzazioni mafiose. Nonostante gli omicidi, lo scioglimento del comune di Bardonecchia nel 1995, primo ad essere sciolto per mafia al nord, fino a tempi più recenti il problema mafioso è stato ritenuto tipico del sud Italia o legato ad un periodo delle migrazioni meridionali, ormai superato; ci sono volute le recenti grandi inchieste delle procure di Milano, Torino e Genova per riaccendere l’attenzione di istituzioni e cittadini sull’argomento. La storia di Caccia paga sicuramente questa distrazione.

E la vicenda giudiziaria legata al suo omicidio resta piuttosto tortuosa. Giusto?
Il caso Caccia si snoda attraverso 5 gradi di giudizio: primo grado, appello, cassazione, di nuovo appello e di nuovo cassazione. Unico condannato è Domenico Belfiore, ‘ndranghetista, accusato di essere il mandante dell’omicidio. Gli esecutori materiali non si sono mai scoperti. Un esito giudiziario di questo tipo non può che risultare insoddisfacente. Manca un movente preciso e la storia delle indagini è molto complessa. Tira in ballo servizi segreti e boss siciliani disposti a fornire informazioni per inchiodare il leader dei calabresi. E poi non si è mai capito chi ha premuto il grilletto.

Insomma, come il vostro documentario spiega chiaramente, a distanza di oltre trent’anni la vera ragione per cui Caccia è stato ucciso non è stata accertata.
Caccia è stato protagonista di alcune fra le inchieste di maggior rilievo svolte a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo: dal processo ai capi storici delle BR allo “scandalo petroli”, dalle indagini sulle tangenti a Torino alla guerra fra mafia catanese e ‘ndrangheta per il controllo degli affari nel nord Italia, fino al riciclaggio di denaro nei casinò. Si muove per altro all’interno di una Procura attraversata da ombre e rapporti molto sospetti con rappresentanti della mala. La sua attività ha toccato poteri ed interessi molto forti, che certamente non hanno favorito il corso delle indagini. L’avvocato della famiglia, Fabio Repici, ha svolto un grande lavoro di ricerca all’interno delle carte processuali e si è accorto che diversi elementi rilevanti non sono stati presi in considerazione. Ha quindi preparato una memoria chiedendo alla procura di Milano la formale riapertura del caso, ma al momento quest’azione non ha dato esiti.

Mentre guardavo il documentario, mi chiedevo: non è che la figura di Bruno Caccia è così difficile da accogliere nel novero delle vittime eccellenti, dei cosiddetti “eroi dell’antimafia” (orrenda espressione, lo so), proprio perché la sua vicenda obbligherebbe a rivedere alcune delle verità di comodo assai diffuse intorno al fenomeno mafioso? Innanzitutto, si dovrebbe ammettere, una volta per tutte, che la criminalità organizzata è attiva e radicata, nel Piemonte e nel resto del Nord Italia, già negli anni ’70. In secondo luogo, nella storia di Caccia è difficile applicare la facile, e banale, divisione tra bene e male: stato e antistato non sembrano affatto così distinguibili.
Sicuramente Caccia ha ben presente la connivenza di pezzi dello Stato con il potere mafioso e, durante la sua attività professionale, mette più volte in luce questo rapporto, agendo per contrastarlo. Alcuni magistrati della procura di Torino di allora hanno rapporti “intimi” con vari boss e per questo sono deferiti da Caccia al CSM. Gli elementi raccolti negli anni ci portano a credere che la “zona grigia” di contatto fra istituzioni e poteri forti sia il bagno di coltura nel quale l’omicidio Caccia è maturato. Le indagini per scoprire la verità sui fatti della sera del 26 giugno 1983 si sono lentamente arenate, accontentandosi di un “capro espiatorio”: Domenico Belfiore, sicuramente coinvolto e colpevole, ma che descrive solo una parte dell’accaduto.

Quali sono state le reazioni al documentario che più vi hanno sorpreso, sia in positivo sia in negativo?
Grande emozione e sorpresa c’è stata alla prima cittadina, organizzata con il Museo del Cinema di Torino, vedendo la sala piena di più di 400 persone interessate e curiose di scoprire un pezzo di storia della propria città. È come se Torino avesse scoperto la vera storia insieme a noi. Siamo il pezzo di un mosaico: famiglia, associazioni e alcuni rappresentati delle istituzioni che stanno cercando di sollevare il caso. Anche se dopo tanti anni è difficile. Ma insistere è un dovere di verità e di giustizia. Per la storia di un procuratore eccezionale, per i suoi figli e per l’Italia tutta. Che non può sempre accontentarsi di verità parziali o di storie dette solo a metà.

https://www.youtube.com/watch?v=EL64EQranUc


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