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“La Shoah fu un delitto italiano”. Intervista a Furio Colombo

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Sono passati 15 anni dalla votazione della legge italiana che su proposta del senatore Furio Colombo, istituì il 27 gennaio la “Giornata della Memoria”, dedicata alle vittime dell’Olocausto; 70 anni dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz avvenuto il 27 gennaio del 1945. Così il giornalista e scrittore, autore del volume “Il paradosso della Giornata della Memoria” analizza quanto accaduto nelle coscienze degli italiani e apre una riflessione allargata anche all’attualità politica italiana e europea.

Senatore Colombo che cosa è cambio nella percezione degli italiani in questi anni?
Sono cambiate tre cose. La prima è che, indipendentemente dal valore di quella iniziativa unica ad essere votata all’unanimità alla Camera e al Senato, la coscienza è più viva e il discorso meno inconsueto. Prima se ne stava perdendo traccia. Esisteva il rischio della dispersione nella nebbia dei generici ricordi degli storici e delle vittime e loro famigliari, per non parlare del rischio del negazionismo. Sono dunque aumentate la coscienza e la consapevolezza di tutti, anche di chi ne fa un uso malevolo. In secondo luogo è cresciuta l’intensità del discuterne e conseguentemente più forte è la consapevolezza di quanto accaduto. Il terzo aspetto molto importante, riguarda il renderci conto che la Shoah fu un delitto italiano.

Cosa intende?
É stato un delitto che non avrebbe potuto compiersi senza la complicità dell’Italia. Non è stato soltanto un’estensione delle leggi razziali tedesche, Mussolini fece approvare delle leggi peggiori di quelle di Hitler. Da noi ci sono state delle eccezioni nella loro applicazione certo, tante persone hanno rischiato la vita per salvare gli ebrei, ma resta comunque grave il fatto che sono state votate in parlamento all’unanimità, firmate dall’unico re in Europa che ha così agito contro i suoi cittadini.

Questo cosa significa?
Ogni parlamentare votò le leggi razziali e questo fece in modo, come attestato dal Centro di Documentazione ebraica di Milano, che la maggior parte degli ebrei catturati e consegnati ai tedeschi, soprattutto a Auschwitz, furono denunciati da italiani.

Lei però avrebbe scelto una data diversa?
Avevo proposto il 16 ottobre per ricordare un evento spaventosamente italiano avvenuto a Roma, a 500 metri dalla cupola di San Pietro. In quella notte furono razziate 1007 persone, tutte scomparse per sempre, tranne 3 sopravvissuti al campo di Auschwitz. Non vi fu nel Paese intero una reazione a questa tragedia e questo silenzio è stato un altro punto forte a sostegno della mia proposta di legge.

Perché questo silenzio?
Le ragioni sono molte, ma soprattutto non vi fu una resistenza intellettuale o religiosa al fascismo. Noi non abbiamo avuto il nostro Thomas Mann e questo non c’entra col fatto che molti aiutarono gli ebrei mettendo a rischio la propria vita.

Chi furono i grandi complici delle leggi razziali?
L’opportunismo dei professori universitari, chi aveva voce e non parlò, la chiesa. I primi presero le cattedre diventate disponibili dopo l’allontanamento dei docenti ebrei. Grave è inoltre la responsabilità di chi aveva voce e microfoni nel mondo e tacque. Ci sono prove inoppugnabili che se avessero parlato non avrebbero corso rischi, perché i regimi di tipo fascista e conservatore non possono mettersi contro le classi dominanti, possono solo intimidirle. Il re di Bulgaria davanti all’ostilità del suo parlamento fascista dovette fare marcia indietro sulle leggi razziali. Non è vero che il Vaticano temeva per i cattolici, se avesse parlato si sarebbe rivolto a un terzo dell’esercito tedesco di fede cattolica.

Quali sono le differenze con la “Giornata del Ricordo” che dedica il 10 febbraio alle vittime delle foibe?
Le foibe sono state un delitto infame, una strage di civili non combattenti. Fu un atto spaventoso di guerra fra due paesi nemici, non fu perpetrato da italiani su italiani. Mentre la shoah si verificò all’interno di ciascun paese europeo. Certo le foibe furono l’inizio dell’idea di strage fra i civili che ha segnato la seconda guerra mondiale.

L’Europa è unita e forte contro il terrorismo?
Nonostante le sue ossessioni economiche e i suoi leader modesti, indietro non si può tornare e dunque anche la moneta unica rafforza l’unità e non la divisione. Certo sarebbe tempo che i valori economici diventassero anche morali. La marcia di Parigi dei giorni scorsi è stata un grande esempio di reazione dell’Europa contro il terrorismo e non un giorno della memoria. Penso che è stato bene che Obama non abbia partecipato. Così i capi di governo hanno dimostrato di non aver bisogno del grande tutore americano.

Non è certo però l’unità che contraddistingue la sinistra italiana in queste ore?
La sinistra sta evolvendo, è tempo che nasca una proposta politica diversa dall’attuale partito personale, guidato da Renzi con energia e bravura nel gioco politico, come una squadra di calcio. Il terzino e la punta hanno il loro ruolo ma la strategia è fatta dal capitano al quale non bisogna rompere le scatole. Non sarà una nuova proposta né di destra né di sinistra, ma una risposta all’emergenza della mancanza di un partito di sinistra.

Chi sarà il leader?
All’orizzonte non lo vedo, dubito che sia negli scaffali dove al momento si trovano solo libri di Renzi, in tante copie uguali. Io nonostante tutto sono ottimista e credo che all’improvviso uscirà il nome giusto a sorpresa.


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