Bruno Ambrosi, un maestro del piccolo grande schermo

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Non sentiremo più dal vivo la sua voce calda, non vedremo più il suo viso, elegante e sensibile. Bruno Ambrosi se n’è andato per sempre, a 84 anni, senza voler accanirsi contro un male che lui, esperto di medicina, sapeva non contrastabile. Se ne è andato stamane a Milano, con la serenità e la dignità dei forti e dei giusti. E intorno ha avuto in questi mesi giornalisti e discepoli che da lui hanno imparato come ci si mette al servizio di un’informazione libera dalla parte di chi non ha voce. Bruno se n’è andato, ma lascia in eredità molti capolavori della televisione italiana e un’arte di narrare i fatti che ha affascinato milioni di spettatori. Eleganza e semplicità, cultura senza ostentazione, curiosità professionale e umanità profonda. Cronache in diretta, documentari, reportage, dove la notizia si fonde con il racconto, prende corpo con le immagini e il tono della voce, descrive una storia vera attraverso infinite sfumature sensoriali.

Dalle dirette per il telegiornale, ai film in bianco e nero sui cavatori di marmo oppure su Giò Ponti, l’archistar degli anni Cinquanta che progettò il famoso grattacielo di Milano, il Pirellone, Ambrosi si muoveva con sapienza non saccente in tutti i campi, lasciando sempre un segno riconoscibile, mai superficiale. Un vero maestro di televisione, lui che aveva dato un contributo fondamentale alla nascita del primo telegiornale della Rai proprio a Milano, quel lontano 3 gennaio del 1954. Il direttore era Vittorio Veltroni e, come ricordava Ambrosi pochi mesi orsono in occasione del 60° della televisione e del 90° della radio, a quel tempo era la radio il grande mezzo mediatico e alla neonata televisione (con soli 80 mila apparecchi in tutta Italia) allora nessuno credeva.
Ecco perché questa piccola redazione tv non era neppure ospitata nel palazzo di corso Sempione 27 ma lavorava, quasi clandestinamente, nel palazzo di fronte.

Con gli anni tutto è cambiato e l’Italia si è trasformata da paese agricolo a paese industriale. Una crescita veloce e tumultuosa con eventi torbidi, stragi impunite, scontri sociali forti. E durante una manifestazione fu picchiato e ferito dai manganelli della Celere. Bruno Ambrosi è stato di tutto ciò un testimone e un cronista d’eccezione. Dall’incidente aereo in cui perse la vita Enrico Mattei, al crollo della montagna nella diga del Vajont, alle proteste studentesche e operaie del ’68, allo scoppio dell’Icmesa a Seveso con la sua nube di diossina. Ha lavorato con Sergio Zavoli, Andrea Barbato, Sandro Curzi, grandi giornalisti della Rai a Roma.

Molte volte gli proposero di andare a lavorare nella capitale ma lui, toscano di nascita, fu sempre fedele a una Rai non accentrata, indipendente dalla politica e vicina alla realtà produttiva e sociale: quell’Italia del Nord che deve la sua grande forza ai suoi abitanti e ai suoi immigrati con la valigia di cartone negli anni del boom economico.

Negli anni Settanta, quando è nato il Tg2 redatto in modo preponderante a Milano, Ambrosi era lì in prima fila a raccontare questo Paese in movimento. E’ stato più avanti un caposaldo di Rai 3 e del Tg3 strutturato per raccontare tutte le realtà regionali italiane. E ha diretto agli inizi degli anni Novanta il primo Tg3 nazionale delle ore 12 da Milano. Sognava come molti che la Rai portasse a Milano una intera testata giornalistica, per dare al servizio pubblico un’informazione più equilibrata e differenziata da quella romana. E se mai dovesse accadere, ma è difficile, dovrebbe essere intitolata a lui.
Lui che ha creduto in questo Paese, nei suoi giovani, nelle battaglie civili e sindacali per migliorare la nostra società. Era una voce libera e alcuni direttori lo hanno osteggiato e discriminato. Ma alla fine di questa generosa vita vissuta fino all’ultimo giorno con passione, milioni di persone lo ricordano quando entrava in diretta nello nostre case con queste parole: ”Siete con noi da…..” Questa è la televisione che ci ha lasciato: informazione, partecipazione, condivisione. Portiamola avanti.


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