Stampa libera? Un’illusione se i giornalisti sono sfruttati e minacciati

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Un esercito di venticinquemila precari che produce il sessanta percento delle notizie di un qualsiasi giornale, online o cartaceo che sia. Un esercito che se posasse la penna e spegnesse il pc, metterebbe in ginocchio l’intero sistema dell’Informazione. Nel resto del mondo questi “soldati” si chiamano freelance e sono sinonimo di notizie indipendenti, libere, alternative. Da noi sono semplicemente giornalisti precari, o più brutalmente: sfruttati, sottopagati, sotto ricatto.

L’Italia della crisi, dei contratti atipici, degli stipendi infami, del «non arrivo a fine mese» e delle tutele inesistenti, passa anche (e soprattutto) da loro.  E da loro passa anche la libertà di stampa in un Paese che nel 2013 si è attestato al 57° posto nella classifica mondiale di Reporters sans Frontières. Sì, perché non esiste stampa libera né diritto del cittadino ad essere informato in modo democratico se i giornalisti sono pagati quattro euro al pezzo o poco più. E che siano nette o lorde cambia poco: è pur sempre una miseria ignobile. La libertà di stampa inizia da qui, dal ricatto di un giornalista che lavora così tanto per un compenso così insulso: quale professionalità e quale indipendenza avrà mai, se per 50 euro al giorno deve produrre 15 notizie?  E soprattutto, di che qualità saranno quelle notizie? Per anni, di tutto ciò non ne ha parlato nessuno.

Ai giornali non conveniva per evidenti motivi e le associazioni di categoria (OdG e FNSI), per loro stessa ammissione, se ne sono accorte troppo tardi. Ma queste proteste qualcuno le doveva pur raccogliere, qualcuno doveva pur incanalare questa rabbia per farla sfociare in qualcosa di concreto, e allora tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 sono nati i primi Coordinamenti di giornalisti precari: quello della Campania e quello romano di Errori di Stampa. Questa realtà si è allargata a macchia d’olio, tanto che oggi esistono in tutta Italia. Perché lo sfruttamento del lavoro giornalistico avviene ovunque, in molteplici forme, e a volte è difficilissimo persino da individuare, oltre che da contrastare. Dobbiamo ringraziare loro, la caparbietà con cui hanno raccolto testimonianze e fatto proposte se oggi abbiamo la legge sull’equo compenso giornalistico e la Carta di Firenze che punisce i direttori che contribuiscono allo sfruttamento dei collaboratori.

I Coordinamenti sono stati i primi ad alzare la voce contro lo sfruttamento dei colleghi, denunciando i ritmi disumani, i pochi euro ad articolo (alcuni, come Il Messaggero, addirittura, non danno neanche un euro per le notizie sotto le 800 battute), le telefonate a proprio carico, così come la mazzetta di giornali ed agenzie pagate di tasca propria. Non una scrivania in redazione, anzi, in redazione ci vadano il meno possibile, ché se arriva un’ispezione dell’Inpgi sono guai seri per tutti. I Coordinamenti hanno denunciato questa piaga sociale che ha ormai infettato l’intero sistema della stampa italiana, e di cui non c’è alcuna percezione nell’opinione pubblica. Il giornalista è, infatti, per molti, un professionista con uno stipendio solitamente sopra la media e che appartiene alla cosiddetta “casta”: esemplari le parole dell’ex Ministro del Lavoro Elsa Fornero, che parlò di «privilegiati». Eppure non sono solo i soldi a mancare.

Chi fa questo lavoro sa cosa voglia dire scrivere per più editori senza un contratto che preveda delle tutele. Sa cosa voglia dire fare inchieste e reportage, scrivere la “notizia scomoda”, discutere affinché venga pubblicata e aspettare, inerme, la reazione che essa certamente provocherà. Dal 2006 ad oggi, racconta Ossigeno per l’Informazione, l’Osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia promosso da Odg e Fnsi, sono stati 1329 i giornalisti che hanno subito minacce. Un numero esorbitante per una categoria che conta oltre 110mila iscritti di cui meno della metà “attivi”. Un numero che è cresciuto esponenzialmente di anno in anno, passando dai 200 dal 2006 al 2008 ai 324 del 2012.
E nei primi tre mesi del 2013, sono già stati 81 i cronisti che hanno subito minacce. La minaccia usata come arma di dissuasione dal pubblicare una notizia scomoda: «Non scriverla, potrebbe essere un problema», viene detto.

Oggi c’è anche chi usa la propria pagina facebook per mandare avvertimenti, come è successo a Monica Raucci con il candidato di Mir per un servizio andato in onda su L’ultima Parola il 15 febbraio scorso. Ormai l’intimidazione è entrata a far parte di questo sistema malato, e il non avere alcun tipo di tutela di certo facilita le cose a chi vuole nascondere la realtà.
Ma la condizione di precarietà, con stipendi bassi e senza tutele, aguzza l’ingegno anche di alcuni editori che non solo vogliono risparmiare sul lavoro del giornalista, ma vogliono guadagnarci in modo diretto quando scatta la diffamazione. È quello che è successo ad Amalia De Simone, giornalista precaria e freelance ex collaboratrice de Il Mattino. Una vicenda che ha dell’incredibile, e che sfocia, per De Simone, in una richiesta di risarcimento fatta dal suo giornale di oltre 48mila euro, cioè il 70% della cifra imposta dal Tribunale a Il Mattino spa per aver pubblicato una notizia falsa la cui rettifica, come spiega De Simone, è stata inadeguata nei tempi e nei modi, nonostante le pressioni stesse della cronista che oggi chiara: “questa vicenda rischia di diventare una seria ipoteca sulla mia vita”. Impossibile darle torto.  C’è un problema di libertà di informazione in Italia. C’è un problema di dignità professionale, di tutele mancanti, di compensi adeguati. Qualcosa è stato fatto, certamente molto altro deve essere fatto. Perché ad essere colpiti non è soltanto chi questo lavoro lo fa e cerca di farlo nel migliore dei modi possibili, ma sono soprattutto i cittadini: loro sono e rimarranno sempre il punto di riferimento per una stampa libera che deve necessariamente passare attraverso condizioni di lavoro dignitose. Sotto ricatto non esiste libertà per nessuno.

* Chiara Baldi è la vincitrice del Premio Tobagi 2013


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