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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Un "semplice" ricordo di Biagi
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Quando si rivolgeva ai giovani, i suoi occhi si illuminavano come lanterne dopodiché, con la voce resa flebile dall’età e dalla salute malferma, donava loro una parola di conforto, di speranza, un’esortazione a non mollare, a credere in se stessi, a rispettare il prossimo e a dire sempre la verità – come gli aveva insegnato la madre quand’era bambino. A un anno dalla scomparsa (avvenuta il 6 novembre 2007), Enzo Biagi ci manca molto. Ci manca la sua schiettezza, il suo carisma, il suo modo dolce e pacato di entrare nelle case degli italiani, il suo sorriso appena accennato e, più d’ogni altra cosa, noi ragazzi che ci accingiamo ad intraprendere questa complessa professione avremmo bisogno della sua guida e del suo esempio per non cedere alla tentazione d’inseguire il successo a tutti i costi mettendo da parte ideali e valori.
Come insegnava Biagi, mente spudoratamente chi afferma che le piccole storie di ciascuno di noi non contino nulla di fronte alla grande storia e ai grandi eventi del mondo. Per questo, per rendere omaggio a un maestro di libertà del quale mi considero allievo pur non avendolo mai conosciuto di persona, ho deciso di raccontare la mia semplice ma significativa storia.
Quando ero bambino, avevo circa sei anni, mia madre stette molto male e fu ricoverata per diversi mesi in ospedale. Si pensava addirittura che fosse un tumore maligno all’intestino e solo ora mi rendo conto di come si potesse sentire sapendo che, se fosse morta, avrebbe lasciato orfano un bambino piccolo e un marito che aveva già patito il dramma di rimanere vedovo. In quei giorni la vedevo triste, sconsolata e, anche se ancora non mi rendevo bene conto di cosa avesse, capivo dal suo volto solitamente solare e all’epoca desolato, che il male che la affliggeva era più grave di quel che si pensasse all’inizio. Per fortuna, poi, si scoprì che non si trattava di un tumore e che sarebbe guarita ma prima di questa diagnosi dovette passare ancora del tempo e in quel periodo d’attesa a salvare mamma dalla depressione furono proprio le parole di Enzo Biagi, i suoi libri carichi di speranza ed ottimismo. Glieli portò mia nonna, credendo che le riflessioni di quell’anziano giornalista che aveva girato il mondo ed era giunto alla conclusione che “tutti gli uomini piangono allo stesso modo”, l’avrebbero rasserenata. E questo avvenne. Non so quante volte mamma avrà sfogliato “L’albero dai fiori bianchi” e “Lunga è la notte”, trasformando un periodo drammatico in un utile momento di riflessione e traendo forza, coraggio e sostegno dai messaggi di un giornalista che, pur avendo conversato con premi Nobel e geni universali, si è sempre considerato “un semplice cronista” e, col cuore e con la mente, non si è mai allontanato dal piccolo borgo di Pianaccio in cui nacque e trascorse la prima infanzia. Le pagine di questi due libri sono quasi consunte per tutte le volte che mamma, e in seguito io, le abbiamo sfogliate, ma ancora rileggo con un pizzico di commozione frasi tipo: “Mi dissero: <<Vai all’Abetone a intervistare Zeno Colò. Ma prima passa da Modena: hanno appena chiuso i casini>>. Zeno Colò era un campione degli sci, i casini una rispettata istituzione”.
Due anni dopo, nell’autunno del 1998, la mia famiglia e la mia infanzia furono segnate da un altro dramma: mio nonno, vedovo, non ebbe la forza di rialzare la testa e continuare a lavorare che ha dimostrato Biagi quando gli è venuta a mancare la sua Lucia e si spense lo stesso giorno del giugno del 1996 in cui nonna fu stroncata nella notte da un infarto. Quell’autunno, dunque, fu uno dei più tristi perché a tutti noi veniva quasi da piangere nel sentirlo dire frasi come: “Voglio solo morire” e “Non ce la faccio più, sono stanco di stare al mondo”. Per me, poi, si trattava di un dramma ancora maggiore perché non riuscivo a capire cosa avesse quel nonno che avevo conosciuto allegro, spiritoso, pieno di vita, ancora molto attivo nonostante fosse del 1919 e le gambe cominciassero a non farcela più. Quando avevo quattro-cinque anni, ero rapito dai suoi racconti sulla guerra, sul ciclismo epico di Binda, sulla Roma del campo Testaccio, sugli infiniti duelli tra Coppi e Bartali, sulla Juve del quinquennio d’oro e grazie a lui mi appassionai ai due sport che tutt’oggi amo di più: il calcio e il ciclismo. Non accettavo proprio che quel nonno che in gioventù era sopravvissuto alla prigionia degli inglesi e aveva evitato i lavori più pesanti grazie alla sua abilità nel suonare il violino si spegnesse così, senza più voglia di vivere né di reagire. Eppure, nonostante la malinconia, c’era un momento della giornata in cui lo vedevo felice: quando sfogliava qualche libro di Biagi e rileggeva le pagine che gli tenevano compagnia, ricordandogli esperienze e avventure di una giovinezza ormai lontana.
Assistevo di nascosto a questa specie di miracolo perché sapevo che il nonno non amava farsi vedere felice, ma in cuor mio provavo un senso di gioia e iniziai a considerare il mestiere di giornalista come un qualcosa di taumaturgico, una professione con poteri speciali.
Un po’, a pensarci bene, lo è per davvero dato che un buon giornalista nel raccontare i fatti può anche far capire le proprie opinioni, far “vedere” al lettore un paesaggio, emozionarlo, consolarlo in un momento difficile come fece Biagi con i miei familiari.
Non so come e quando, ma sono certo che quando Enzo Biagi leggerà queste parole rimarrà contento perché, in fondo, le storie come la mia sono quelle che ha sempre cercato e raccontato in giro per il mondo.
Grazie Enzo. Il tuo esempio, la tua saggezza, la tua signorilità saranno sempre un esempio per le nuove generazioni che si avvicinano a questo splendido mestiere e, come te, intendono rispondere agli ordini di un solo padrone: il lettore.

Roberto Bertoni

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