Site Map | Feed RSS | Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:21
Ricerca con Google
Web articolo21.info
 
 
Articolo 21 - Liberainformazione
L’Italia ha bisogno di veritŕ
L’Italia ha bisogno di veritŕ

Cisterna: una massa gelatinosa tenta di frenare l’azione della magistratura in Calabria

di Norma Ferrara 

Calabria estate del 2010. E’ il 25 agosto quando sotto l’abitazione del procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, una bomba esplode, danneggiando il portone e i vetri del palazzo. Nessun ferito per fortuna, l’attentato è l’ennesimo atto di intimidazione diretto verso un esponente della magistratura reggina, negli ultimi mesi. Una lunga scia di episodi inquietanti hanno portato ad un crescendo di tensione in una fase delicata in cui «alcune ‘ndrine potenti della provincia hanno alzato il tiro contro la magistratura». Della fase attuale e dei suoi possibili sviluppi abbiamo parlato con Alberto Cisterna, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia, fra i maggiori esperti del fenomeno ‘ndranghetista. 


Nel mirino delle cosche, ancora una volta, un magistrato della procura di Reggio Calabria. La ‘ndrangheta ha diretto un quantitativo di esplosivo verso l’abitazione del procuratore generale, Salvatore Di Landro. Che cosa sta accadendo? 

La prima cosa da dire su questo attentato è che si tratta di un atto grave, anche perché è la prima volta che la mafia attacca un magistrato già scortato e sottoposto a rigide misure di protezione. Fatta eccezione per l'epoca tragica del 1992, non era più accaduto che le mafie dirigessero la loro protervia criminale verso magistrati mentre sono sottoposti a tutela. Questo è sicuramente il primo dato da segnalare in questa vicenda. 

Poi ci sono anche tutte le altre intimidazioni di questi mesi. In molti sottolineano il cambiamento di marcia che si è innescato con l’arrivo di nuovi colleghi, alcuni provenienti da Palermo, all’interno della procura diretta da Di Landro e Pignatone. Quanto ha inciso questo fattore nel provocare questa reazione delle ‘ndrine? 

In sette mesi il Gip di Reggio Calabria ha emesso, su richiesta della Procura, ottocento misure cautelari. Questa cifra fornisce da sola un'idea di cosa sia complessivamente, in questo momento, l’attività di tutto l’ufficio. Perché - è importante ricordarlo - si tratta di una grande fase di produttività di tutta la magistratura inquirente e giudicante. Un’azione di contrasto che non fa piacere, di certo, alle cosche. Dire che dietro l’attentato a Di Landro ci sia stata questa unica motivazione è altra cosa. E’ vero che questo attentato al procuratore Di Landro avviene in un contesto di grande risposta e efficienza contro la ‘ndrangheta, ma ricordiamoci che colpisce personalmente Di Landro, calabrese che da sempre opera a Reggio Calabria, la sua attività presso l’ufficio che fra le altre cose cura l’accusa in appello. Non v’è alcun dubbio, in ogni caso, che il background che ha portato a questa reazione sia stato lo straordinario lavoro di questi mesi. 

Sul quotidiano La Stampa lei ricordava in un articolo a sua firma come la ‘ndrangheta necessitasse di una specifica risposta della magistratura, diversa da quella che è stata data in questi anni contro Cosa nostra e la Camorra. Quale? 

Continuo a dire da tempo che bisognerebbe colpire le, circa venti, ‘ndrine che sono fra le più potenti della Calabria, con priorità rispetto alle altre che hanno un coefficiente di pericolosità, diciamo così, inferiore; se andiamo a verificare quali famiglie tengono i contatti con la politica (basta vedere i processi in corso) si tratta sempre di quelle considerate fra le più potenti. Stessa cosa vale per gli investimenti all’estero. Contro la ‘ndrangheta in Calabria, innanzitutto, andrebbe fatta questa azione di potatura giudiziaria delle cosche, d’altronde ormai note: quelle che comandano a Reggio Calabria, ma anche quelle di Catanzaro, altrettanto potenti e minacciose. Fatta quest’opera di contenimento del fenomeno, però è indispensabile bonificare quei territori, ovvero accompagnare ad un’atti vità repressiva dello Stato un intervento che dimostri come lo stesso sappia prendersi “cura” di quei territori, attraverso il miglioramento dei servizi comunali, delle strade, delle scuole. Io dico sempre: «l’attività repressiva spetta alla magistratura ma sappia la politica accompagnare questa attività con il cambiamento». 

I numeri degli arresti e dei sequestri insomma vanno accompagnati da una presa di responsabilità perché siano davvero efficaci sul territorio? 

Credo che un fenomeno che dura da decenni ponga delle responsabilità alla classe politica. Quando c’era il muro di Berlino, sino al 1989, c’erano i Commisso, Piromalli, Iamonte. Quel muro è crollato ma loro sono ancora qui. Sono scomparse nazioni ma sono rimaste le stesse famiglie della ‘ndrangheta, con gli stessi nomi. Quale fenomeno storico ha questa persistenza? Poco o nulla è sopravvissuto delle epoche passate, eccetto la mafia. Mi rifiuto di credere che la mafia sia strutturata nella società italiana, piuttosto si tratta di una forma di violenta imposizione che fino ad oggi non è stata contrastata nel modo radicale che essa richiederebbe. Questo pone un problema altrettanto radicale: come accompagnare all’indispensabile lavoro di repressione, un’azione di recupero di quei territori? In caso contrario ha ragione il collega Gratteri – e lo cito volentieri – quando afferma nella sua intervista al Fatto: «non sono preoccupato di quelli che mettiamo dentro ma dei quei quindicenni che vengono affiliati mentre arrestiamo gli altri». 

Sempre più spesso ci troviamo a raccontare di una ‘ndrangheta che fa affari in tutto il mondo con le radici saldamente piantate in Calabria. Il livello economico – finanziario, in particolare, oltre a quello politico sono la “zona franca” che permette alle famiglie di diventare una potenza economica nel Paese. Come sciogliere questo nodo che le lega segmenti di società. E chi li tiene saldamente legati? 

Bisogna dire, innanzitutto, con fermezza che quello che si sta contrastando in questo momento in Calabria non è solo la mafia ma anche gruppi parassitari, per fortuna minoritari, che vivono anche di incarichi e commesse pubbliche, di fondi pubblici, nella sanità, nell’edilizia, ovunque, i quali temono un’azione di miglioramento e innalzamento del livello di legalità. Sia chiaro, quindi, non è soltanto la ‘ndrangheta a sentirsi minacciata a Reggio. Io l’ho detto chiaramente: se non ci fosse la cecità colpevole di una parte della elitè calabrese, la ‘ndrangheta non avrebbe l’arroganza di attaccare il procuratore generale di Reggio. Quello che si è creato è un clima di a-legalità o illegalità che vede coinvolta una parte minima, ma significativa, di ceti professionali, della politica, dell’amministrazione, dell’economia locale, che fa finta che non ci sia la ‘ndrangheta o opera come se essa non ci fosse. E che di fatto agisce in conservazione dello status quo. C’è una “massa gelatinosa” che frena l’azione della magistratura in Calabria; ed è una parte rappresentativa di alcuni interessi organizzati nella società. Il passo avanti da fare quando si usa il termine “zona grigia” è cominciare a dire cosa la riempie, cosa c’è dentro questo buco nero. Spesso si semplifica parlando di poteri occulti, invece la sensazione è che i poteri ci siano certo ma siano molto palesi. L’operazione che serve a mettere in chiaro queste cose non è facile, né molto gradita. Ma in parte spetta anche a noi. 

Trafficano droga, riescono a ripulire soldi sporchi, vincono appalti con prestanomi e rilevano attività commerciali. Qual è oggi il volto delle‘ndrine al nord? 

Il volto delle ‘ndrine al nord è la scommessa vera del codice antimafia che si dovrà fare in questo anno. Il piano straordinario antimafia è stato approvato all’unanimità nelle due Camere. L’ordine del giorno che accompagna questa legge prevede la modifica del reato di voto di scambio (denaro in cambio di voti) allargando la fattispecie allo scambio fra voti e altre attività. Nel nord Italia dove le mafie non mostrano il loro volto militare, ma usano la corruzione, l’ammiccamento e la collusione, il 416 ter è più importante del 416 bis, ma ciò nonostante non consente di punire queste condotte. Il codice antimafia quindi si pone come una grande occasione per porre mano ad una legislazione molto severa su quella che, nella normativa internazionale, viene chiamatao“il traffico d’ influenza”. Una norma non ancora recepita dal nostro Parlamento (che ha perso l’occasione di farlo dopo la Convenzione di Merida) consentirebbe di colpire non le P2 -3 ma tutte le Pn che esistono in questo Paese: pieno di queste lobby, saturo di questi intrecci che non si riescono più a reprimere perché ci mancano i delitti che colpiscano queste condotte. E’ questo è un vuoto in cui la mafia si inserisce e fa il proprio gioco, specie al nord, dove spesso si presenta con volto pulito, e non sempre con attività illegali. 

Servono quindi nuovi strumenti quindi per poterla colpire su tutto il territorio nazionale… 

Noi siamo fermi al 1982, abbiamo bisogno di aggiornare questa norma perché in trent’anni l’Italia, L’Europa, il mondo, sono cambiati. Abbiamo bisogno di leggi integrate che ci consentano di bonificare l’acquitrino dentro cui la mafia si muove. Perché, se è vero che usano l’esplosivo in Calabria, altrove non ne hanno bisogno, poiché si muovono da perfetti sconosciuti in un contesto che non sa isolarli, tutto questo mentre in piena crisi economica «i soldi puzzano molto di meno». C’è quindi bisogno di nuovi strumenti che colpiscano quella “cecità colpevole”, sanzionando anche solo a livello patrimoniale o attraverso sanzioni interdittive, chi assume condotte di questo genere. 

L’inchiesta “Crimine” ha colpito mafiosi ma anche segmenti di società contigui ai loro interessi in Lombardia. I cittadini, gli amministratori locali, gli imprenditori, a suo avviso, hanno percepito l’arrivo delle mafie nelle regioni un tempo immuni dal fenomeno? 

Ho il timore che l’ attività di denuncia generica non in grado di indicare alle persone anche gli strumenti con i quali attuare una vigilanza, rischi di fare il gioco del nemico. Non vorrei che in questo Paese una parte dell’antimafia, suo malgrado, diventasse una sorta di “agente pubblicitario della mafia” perché se diciamo che tutta è mafia, che sta vincendo in tutto il mondo, la gente penserà che non c’è partita, “vincono loro”. Gli strumenti per contrastarla invece esistono. Però accade sempre più spesso che sindaci del nord si impegnino a sposare politiche sulla sicurezza che mettano al centro la “caccia ai Rom” e facciano finta di non sapere chi rileva le attività commerciali, le licenze, vince subappalti. E’ grave che il concetto di sicurezza al nord coincida con questa idea. Nel 2010 invece sicurezza al nord dovrebbe intendersi come sicurezza dalla criminalità organizzata. I sindaci che hanno voluto poteri “straordinari” in merito si occupino di chi fa man bassa di lottizzazioni, apertura di centri commerciali e quant’altro. 

Nel provare ad indicare gli strumenti di contrasto cui lei fa riferimento un ruolo centrale lo svolgono i giornalisti, al sud come al nord. Anche loro, da tempo, nel mirino delle ‘ndrine. Perché la ‘ndrangheta teme così tanto l’informazione? 

Il compito dei giornalisti è fondamentale. Come ho sottolineato più volte, serve un’informazione che non sia soltanto cronaca, ma anche analisi. Quello che manca in Calabria non sono cronisti coraggiosi, ce ne sono e si vede, ma un ceto intellettuale che dia un contributo di analisi sulla situazione calabrese. Non è possibile che l’analisi sia affidata ai magistrati, ai poliziotti e i tanti colleghi impegnati in prima linea; questa, piuttosto, spetterebbe ad un ceto intellettuale in grado di spiegare, parlando a tutti. La Calabria ha bisogno, in questa fase, sia della verità dei cronisti che di una verità ulteriore. E’ qui che ha ragione, mille volte, Roberto Saviano, quando dice che con Gomorra è stata “una operazione di verità”, ovvero la cosa che più temono le mafie. In un contesto di overdose di informazioni, i cittadini ricevono solo le notizie di cronaca ma nessuno spiega le ragioni o tenta un’analisi. L’Italia ha bisogno, in questo momento, di un doppio livello di verità: quella dei fatti e quella delle idee. E talvolta mancano sia l’una che l’altra. Ecco perché il primo nemico della criminalità organizzata continua a rimanere il giornalista. Lo è ancora prima del magistrato, poiché i fatti che rende noto con il suo lavoro, rimangono indelebili, non vanno a giudizio da un giudice ma dalla collettività, il giudizio che le ‘ndrine temono di più. In Tribunale dalle accuse dei magistrati la ‘ndrangheta sa difendersi, ha imparato come fare, ma con la società civile no. Non conoscono strumenti efficaci per difendersi dai cittadini quando questi prendono consapevolezza.
Dalla rete di Articolo 21