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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
L’Italia di settembre
L’Italia di settembre

Con l’arrivo di settembre, si può dire che le vacanze estive, tranne che per pochi fortunati, sono ufficialmente finite. E ci troviamo a fare i conti con tutti i nodi che vengono al pettine. Si sapeva da mesi che, alla ripresa, la situazione economica e sociale del Paese sarebbe precipitata, che saremmo tornati a fare i conti con i precari che perdono il posto e con i giovani disoccupati, con i tagli inferti alla scuola dal duo Gelmini-Tremonti e con un contesto politico mai così allarmante come in questo periodo.
Eppure, ad agosto ci siamo cullati nell’illusione che settembre fosse lontano, che la discussione su problemi cruciali come quelli appena citati si potesse rimandare, che fosse opportuno concedersi e concedere agli italiani qualche giorno di pausa.
Che il periodo estivo compreso tra fine luglio e fine agosto andrebbe impiegato per riprendere le forze e ricaricare le batterie in vista dell’anno successivo, non ci sono dubbi; che gli italiani siano esausti di questo clima da perenne campagna elettorale, è altrettanto vero; ma va anche detto che mai prima d’ora l’Italia si era trovata a fronteggiare una crisi di queste dimensioni. E, quel che è peggio, mai, neanche nella prima stagione del berlusconismo, ci eravamo trovati a dover affrontare avversari così accaniti, così rabbiosi, così pronti a tutto – persino ad attaccare il Capo dello Stato e a chiedere/imporre una crisi di governo per tornare a nuove elezioni – pur di conservare il proprio potere.
Mai avevamo assistito ad un Berlusconi che, in pratica, rinuncia alle vacanze per organizzare le truppe in vista dell’autunno. Mai avevamo appreso dai mezzi d’informazione di vertici decisivi in pieno agosto. Mai come quest’anno abbiamo rischiato di doverci preparare al voto mentre gustavamo una fetta d’anguria sotto l’ombrellone.
In una fase tanto delicata, spiace dirlo, il centrosinistra non si è dimostrato pronto come l’avrebbero voluto vedere i suoi elettori e i suoi militanti. Ci sono state interviste, lettere ai giornali, qualche proposta sulle alleanze da stringere per salvare la Costituzione dalle picconate cui è sottoposta quotidianamente, apprezzabili interventi di Pierluigi Bersani che ha chiamato il PD all’unità, ma è mancata la scintilla che tutti ci saremmo aspettati, la fase successiva alle proposte.
Non c’è stato il necessario contatto con la base, non è stata promossa a livello nazionale la splendida iniziativa del PD dell’Emilia Romagna che è andato a portare i suoi messaggi tra gli ombrelloni delle spiagge della riviera, con centinaia di volontari, fra cui molti giovani.
Ha ragione il segretario regionale dell’Emilia, Stefano Bonaccini: questo è “un nuovo modo di fare politica”, ma soprattutto è un modo utile, simpatico e più che mai opportuno in uno scenario in continuo divenire, in cui la crisi politica della maggioranza potrebbe avvitarsi da un momento all’altro e riportarci alle urne prima del previsto.
Cito testualmente da un articolo di Onide Donati (“l’Unità”, 9 agosto 2010): “La linea, in fondo, l'aveva dettata Bersani in pieno inverno con l'annuncio che sarebbe andato al Festival di Sanremo: “Il PD è un partito popolare, senza snobismi, che va dove c'è la gente. Dove la gente ha dei problemi e soffre, ma anche dove si diverte”. In piena estate il PD dell'Emilia Romagna ha riscoperto quell'indicazione, si è messo (letteralmente) in calzoncini e canottiera per mescolarsi nel week end con la milionata di turisti in vacanza nei 120 chilometri di costa tra Cattolica e Comacchio. Insomma, tra la gente, non bastasse quella che incontra abitualmente nelle 360 Feste Democratiche che si svolgono in Emilia Romagna, c'è andato davvero: in spiaggia, sotto gli ombrelloni, anche in mare con una decina di pedalò (gli “equipaggi” indossavano una maglietta rossa con lo slogan “salvataggio à- prepariamo giorni migliori per l'Italia”), perfino in cielo con un aereo che al posto della pubblicità dell'abbronzante trainava lo striscione “No tagli no bavagli” e il simbolo del PD”.
Divertenti anche le iniziative assunte: “Ieri sera c'è stata anche qualche puntata con volantinaggio nei luoghi della movida vacanziera a Cervia e Milano Marittima, sabato un mega volantinaggio al mercato ambulante di Rimini mentre a Lido degli Estensi si svolgeva un torneo di beach volley targato PD. Ma la trovata più efficace sono state le pesche, produzione tipica e business dell'entroterra cesenate, distribuite a quintali tra Cervia, Cesenatico, Gatteo e San Mauro, con volantini che ironizzavano sul “governo alla frutta”.
Un successone ovunque, tra iniziative nazional popolari e gadget, incoraggiamenti degli amici e accese discussioni guardate con curiosità da tedeschi e russi”.
Senza contare il fatto che a questo “bagno nella realtà” – come è stato saggiamente definito – hanno partecipato circa cinquecento militanti più tutti i dirigenti locali, molti dei quali già all’opera in vista della campagna elettorale per le Comunali di Ravenna, Rimini e Cesenatico che si terranno la prossima primavera.
Ha commentato Bonaccini: “Abbiamo avuto accoglienze calorose, parlato con amici e avversari. Siamo riusciti a spiegare diffusamente le nostre preoccupazioni per lo stato del Paese, per una manovra che colpisce solo i deboli, per un governo che perde i pezzi. I riscontri sono stati incoraggianti: non è vero che sotto l'ombrellone i turisti dimenticano quanto succede nel Paese”. Parole sante, ma altrove che si è fatto?
Con tutto il rispetto per quest’ottima iniziativa del PD emiliano, è noto che il centrosinistra in Emilia non abbia grossi problemi, anche se ultimamente ha perso qualche colpo e favorito l’avanzata dei grillini.
Ci sono, invece, realtà nelle quali una sana e notevole mobilitazione popolare servirebbe come il pane, ma chissà perché da quelle parti rimaniamo inerti, ci piangiamo addosso, aspettiamo che scenda non si sa quale manna dal cielo.
A meno che Bonaccini non sia un bugiardo matricolato, e non lo credo, le sue parole evidenziano una triste verità: non è la gente a non voler parlare di politica e tutte queste rinunce, queste ritrosie, questo continuo aspettare settembre è solo un alibi per nascondere un’impreparazione che, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti, specie di chi continua a credere e a battersi per questo progetto riformista che, se solo venisse attuato nella sua forma originaria, potrebbe veramente cambiare il Paese.
In questi giorni, vien da chiedersi quale sia il vero volto del Partito Democratico. È quello di Bersani che a Firenze afferma: “Al di là delle denunce di un governo che si denuncia da solo, in questo agosto terrificante abbiamo visto come il secondo tempo del Berlusconismo possa far regredire la politica alla fogna”? O è quello della Festa Democratica di Torino alla quale è stato invitato Schifani? Sia chiaro: mi unisco alle condanne che sono giunte unanimi da tutto il PD e dal Presidente della Repubblica (non da tutto il centrosinistra, purtroppo, perché c’è qualcuno che non rinuncia mai ad un titolo sui giornali né, evidentemente, ha il coraggio di fare a meno dei voti di chi si abbandona a questi gesti sconsiderati e intimidatori) per l’orrenda gazzarra messa in atto da un gruppo di provocatori durante il confronto tra Fassino e il presidente del Senato Schifani. Fatto sta che io non l’avrei invitato, non tanto per le presunte frequentazioni poco commendevoli che gli vengono contestate quanto soprattutto perché è uno dei massimi esponenti del berlusconismo, perché me lo ricordo in Senato quand’era capogruppo di Forza Italia e l’opposizione ingiuriava il governo Prodi e i senatori a vita ad esso favorevoli con toni ed espressioni irripetibili (speriamo).
Non sono d’accordo con chi sostiene che sia sbagliato invitare esponenti dello schieramento avverso alle proprie feste; è sacrosanto ed è un’espressione di civiltà e di democrazia. Però vanno selezionati bene. Ad esempio, io non inviterei mai il ministro Gelmini che sta destrutturando la scuola, cacciando via dei poveri cristi, rei soltanto di essere precari e di cercare di rendere meno ignorante questo Paese, costringendo gli alunni a studiare in classi sovraffollate e – all’istituto professionale “Bertarelli” di Milano – addirittura a portarsi la sedia da casa. Ripeto per chi fosse svenuto nel leggere questa notizia: a Milano (non nel profondo Sud ma nella capitale dell’industria italiana) gli studenti di un istituto professionale saranno costretti a portarsi la sedia da casa perché dal 1965, anno d’inaugurazione della scuola, non è stata acquistata una nuova fornitura di arredi.
Bisogna porre fine prima di subito a questa vergogna. È questa l’Italia di settembre, un’Italia stanca e arrabbiata, un’Italia incapace di guardare avanti, di pensare al futuro, un’Italia che non può essere competitiva con gli altri paesi d’Europa perché questo governo sfarinato, che va avanti con decreti legge e a colpi di fiducia in Parlamento, non glielo consente.
Viene da piangere quando si legge – su “la Repubblica” di sabato 4 settembre – che “fino a oggi al Bertarelli, che ha 750 iscritti di cui oltre la metà stranieri, i ragazzi hanno sopperito alla mancanza di sedie trasferendo quelle disponibili da un’aula all’altra durante il cambio dell’ora. Quando uno studente era assente, la sua seggiola veniva “prestata” alla classe di fianco, spesso assieme al banco, visto che anche quelli scarseggiano”. E ancora: “Prima dell’estate la preside ha dato fondo alle casse della scuola, e assieme a un bidello ha acquistato in un grande magazzino cento sedie pieghevoli per 5 euro l’una. Ma non basta, ne mancano ancora altrettante”. Questa preside, la cui scuola – mi preme ricordarlo – si trova in pieno centro a Milano, Corso di Porta Romana per l’esattezza, è stata costretta addirittura ad accantonare la propria dignità e a chiedere “ad altre scuole se hanno sedie da regalarci, anche un po’ malandate”. Non solo: la signora Giuditta Pieti è stata costretta persino ad attrezzarsi per la tinteggiatura delle pareti, acquistando le vernici con i fondi dell’istituto e affidando ai bidelli l’incarico di dipingere aule e corridoi in attesa dell’inizio delle lezioni.
Racconta la preside che per tutto lo scorso anno ha scritto e telefonato alla Provincia per denunciare “la cronica mancanza di arredi scolastici” e che “ogni volta ci è stato risposto che le sedie sarebbero state consegnate a giorni”. Le stanno ancora aspettando, mentre la Gelmini illustra la sua riforma “epocale” (nel senso che nessuno aveva mai fatto peggio?) della scuola secondaria di secondo grado.
Tralasciando le polemiche, è opportuno concentrarsi sulla storia di questa preside che tenta in ogni modo di restituire alla sua scuola un briciolo di decenza, che lotta contro l’assoluta mancanza di sostegno da parte di un centrodestra e di un ministro che definiscono persone come lei “militanti politici”, anzi persone “politicizzate”, e si rifiutano di incontrare i precari che stanno facendo lo sciopero della fame per opporsi ai tagli alla scuola.
È questa l’Italia di settembre, mettiamocelo bene in testa, ma quest’Italia esisteva anche a luglio e ad agosto, solo che allora non abbiamo avuto il coraggio di rendere palese a tutti come stessero le cose.
Per fortuna, la disperazione è dirompente, è più forte di ogni calcolo politico e si è palesata da sola in tutta la sua sconvolgente drammaticità.
È questa l’Italia che si aspetta risposte dal centrosinistra, dal Partito Democratico, da tutti coloro che vogliono davvero salvare la Costituzione e l’Italia dalla deriva in atto.
Le vacanze sono finite, settembre è arrivato e non si può più dire “ci pensiamo a settembre”. Un’opposizione seria, credibile e “affascinante” (mi si passi il termine inconsueto per la politica italiana) bisogna iniziare a costruirla da subito, seguendo il bell’esempio che ci viene dall’Emilia e ritrovando il coraggio di mettere in moto una capillare azione politica, perché oltre ai pochi fortunati, ci sono troppi italiani ancora in “vacanza” che vorrebbero tornare a lavorare.

Roberto Bertoni

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