| Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:21
Ha ragione Walter Veltroni nel definire l’estate che sta per concludersi “la più folle e orrenda estate politica che io ricordi”. Tra veleni, dossier, reciproci scambi di accuse e d’insulti, quasi tutti all’interno del centrodestra, ma purtroppo anche nel centrosinistra, non sono mancate le consuete scaramucce. Abbiamo vissuto un periodo d’attesa, senza che nessuno indicasse una strada realmente percorribile per uscire dalle sabbie mobili in cui il governo ha sprofondato il Paese.
Si è parlato a lungo di alleanze ad ampio raggio, di larghe intese, di alleanze democratiche e costituzionali, di un Nuovo Ulivo, di un maggiore impegno dei cattolici ma senza dimenticarsi dei laici; insomma, non sono mancate le idee, di idee ce ne sono state fin troppe, sono mancate idee concrete e realizzabili.
Sia chiaro: ogni proposta avanzata, da dirigenti nazionali e non, in se è valida; è il quadro d’insieme il grande assente della nostra politica.
Ad esempio, l’idea di Bersani – costruire un Nuovo Ulivo – è buona, anche perché il termine Ulivo rievoca una stagione felice per il centrosinistra: la stagione dei conti pubblici rimessi in ordine e dell’ingresso nell’Euro, la stagione di un vero riformismo progressista che trovava conforto in ciò che accadeva nel resto d’Europa, con la politica del primo Blair che stava trasformando la Gran Bretagna ed era considerata, a ragione, un modello da seguire.
Considero le riflessioni del segretario del PD (affidate ad una lettera a “la Repubblica” di giovedì 26 agosto) un esempio di quel che dovrebbe fare il centrosinistra nei prossimi mesi: “Per dare l’impulso decisivo a questo cruciale passaggio occorre l’impegno univoco, leale, convinto e coeso di tutte le forze progressiste, che sono adesso chiamate a mettersi all’altezza di una responsabilità democratica e nazionale. Come potrebbero queste forze essere credibili se in un simile frangente non dessero per prime una prova di consapevolezza, di unità e di determinazione comune? Ecco allora la proposta di un percorso comune delle forze di centrosinistra interessate ad una piattaforma fatta di lavoro, di civismo, di equità, di innovazione e disponibili ad impegnarsi ad una progressiva semplificazione politica e organizzativa che rafforzi il grande campo del centrosinistra”.
Dice bene ancora Bersani quando afferma: “Un dimile percorso dovrebbe lasciarci definitivamente alle spalle l’esperienza dell’Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo. Un nuovo Ulivo in cui i partiti del centro sinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l’Italia e per l’Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese. Dunque, un nuovo Ulivo ed una Alleanza per la democrazia. Su queste proposte il PD vuole esprimere la sua funzione nazionale e di governo”.
La direzione è giusta, ed ancor più apprezzabile è l’ampia convergenza che si è verificata in merito tra le diverse aree di pensiero del Partito Democratico.
Tuttavia, sorge un dubbio: non è che quest’ottimo progetto di un’alleanza democratica, in grado di restituire all’Italia dignità e certezze per il futuro, sia subordinato, nella mente dei leader del PD, alla “liberazione” da Berlusconi? Se così fosse, il progetto nascerebbe monco.
Intendiamoci: liberare il Paese da Berlusconi e dal berlusconismo è una priorità assoluta, ma non può esistere un prima e un dopo. Non ha senso dire: prima ci liberiamo di Berlusconi, magari attraverso un accordo in Parlamento con forze che non hanno nulla a che vedere col centrosinistra e col PD, e poi pensiamo all’alternativa. Per agire ed essere credibili agli occhi della gente, è necessario tirar fuori delle idee veramente innovative ed “altre” rispetto all’esasperante conservatorismo di questa destra in declino.
Per battere politicamente Berlusconi è indispensabile presentare un programma che abbia al primo punto l’uscita dall’Italia dal pantano della crisi economica; ma dev’essere anche un programma forte, che non tralasci argomenti fondamentali come la scuola, l’università e la ricerca: un programma intorno al quale raccogliere tutte le forze del centrosinistra e tornare alle urne per porre fine ad un’esperienza di governo tra le peggiori che il Paese ricordi.
È così che io intendo la proposta di Bersani; e spero che la intenda così anche lui, che non pensi davvero di poter dar vita a governicchi senza capo né coda, ad alleanze improbabili, ad “ammucchiate” che finirebbero col confondere e col disorientare ulteriormente un elettorato già messo a dura prova da anni di insuccessi.
Sono sicuro che il buon senso, le capacità e la grande esperienza del segretario del PD sapranno rispondere al meglio a tutti i timori di un popolo – quello delle Primarie, dei Girotondi, delle manifestazioni per il rispetto della libertà di stampa, della legalità, della Costituzione – che da troppo tempo si sente ignorato ed inascoltato.
Riformare la legge elettorale è la priorità delle priorità perché la legge attuale è assai peggio di una “porcata”; è una gabbia, un insulto alle battaglie democratiche che hanno portato alla nascita dell’Italia libera e repubblicana, un’inaccettabile privazione per i cittadini del diritto costituzionale di scegliersi i propri rappresentanti.
Il secondo imperdonabile errore commesso dal centrosinistra quand’era al governo (forse, ancor più grave della mancata legge sul conflitto d’interessi) è di non aver avuto il coraggio di mettere mano al “porcellum”, di non aver voluto accantonare i propri interessi particolari in favore di un interesse generale che non avrebbe pagato, forse, subito ma che di sicuro non avrebbe regalato, in seguito, a Berlusconi una maggioranza oceanica che gli consente a tutt’oggi di restare alla guida del Paese. È indebolito, ha numeri incerti e traballanti, non ha più nulla da dire e si affida a slogan triti e ritriti, è pronto a gettare l’Italia nel tritacarne di una campagna elettorale massacrante, infischiandosene del fatto che molte famiglie faticano ormai ad arrivare alla terza settimana, ma è ancora sull’arcione a causa dei due sbagli sopra citati.
È in questo contesto che s’inseriscono le parole di Walter Veltroni (affidate ad una lettera al “Corriere della Sera” di martedì 24 agosto): “In quest’estate orrenda non per caso la frase più citata dai leader politici è stata <<Mi alleo anche con il diavolo pur di…>>. Lo ha detto Calderoli parlando del Federalismo, lo hanno detto alcuni leader del centrosinistra parlando della necessità di una santa alleanza contro Berlusconi. Io rimango dell’idea che invece le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica. In fondo il repentino declino del centrodestra conferma proprio questo. È giusto semmai che, in caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l’emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo. Perché poi, alle elezioni prodotte dal dissolvimento della destra, si presenti uno schieramento alternativo capace di assicurare all’Italia quella stagione di vera innovazione riformista che questo nostro Paese non ha mai conosciuto. Perché questo Paese deve uscire dall’incubo dell’immobilità che perpetua rendite e povertà. Deve conoscere un tempo di radicale, profondo cambiamento. È questo, da decenni, il frutto dell’alternanza nei diversi Paesi europei. Il nostro è un meraviglioso Paese. Amare l’Italia e gli italiani dovrebbe essere una precondizione per partecipare alla vita politica. Chiunque alzi gli occhi nella Cappella Palatina di Palermo o nella Galleria di Diana di Venaria Reale non può non sentire tutto l’orgoglio di essere figlio di questo Paese e della sua straordinaria e travagliata storia. Lo stesso orgoglio che si prova pensando agli italiani che lavorano per la nazione, imprenditori od operai, insegnanti o poliziotti. Questo nostro Paese merita di più. Merita di più dei dossier e dei veleni. Di più della politica ridotta a interesse di un leader. Di più delle alleanze con il diavolo. Il nostro Paese deve smettere di vivere dominato solo da passioni tristi. È difficile. È possibile”.
È sulla capacità di affrontare le grandi sfide che questo tempo complesso pone che si misurerà il valore politico del Partito Democratico e della sua classe dirigente. Una, straordinaria, l’ha lanciata in questi giorni la direttrice de “l’Unità” Concita De Gregorio: organizzare “le primarie in ogni circoscrizione perché siano i cittadini a dire chi vogliono in lista. Ribaltiamo nei fatti la logica aberrante dell’imposizione dall’alto, antidemocratica. Siate voi, siamo noi a scegliere chi deve essere candidato, si presentino le liste in ordine gerarchico in base ai risultati ottenuti dal voto: risulteranno eletti coloro che sono stati preferiti dalla base elettorale. Se la base vuole il rinnovamento lo avremo”.
È superfluo sottolineare che la battaglia lanciata da “l’Unità” ha trovato la piena adesione di migliaia di lettori, inducendo l’attrice Ottavia Piccolo a dire: “E non è potere quello di definire i lineamenti fisici e culturali della rappresentanza? Sai cosa scatena un’apertura simile? Gioia, e sai cosa vuol dire la gioia in politica come nella vita? Che tutte le cellule del corpo riprendono vita, si cambia, si fa, si torna in campo a spettinare il recente passato e la sua malinconia. Era ora”.
Già, era ora che si tornassero a pronunciare con tanta intensità parole come futuro, gioia, cultura perché questa battaglia è anzitutto culturale.
Basta col tempo della rabbia e dello sconforto, delle “passioni triste”, delle persone che a malapena si salutano pur abitando sullo stesso pianerottolo; basta col tempo degli insegnanti in lacrime perché precari e buttati via come fossero suppellettili; basta – e questo è un appello rivolto soprattutto al centrosinistra – con riforme sbagliate o timorose: per fare politica ci vuole coraggio, lo stesso che anima Obama o la Merkel, tanto per citare due leader di schieramenti opposti.
Su “l’Unità” di domenica 29, Concita De Gregorio ha scritto un editoriale dal titolo “Il senso del futuro”. C’è un passaggio, la conclusione, che merita di essere citato: “Ecco. Io non so dire se voteremo né quando. Non so naturalmente neanche dire chi vincerà, eventualmente. Però so con certezza che milioni di persone sono lì, in attesa di qualcuno che dia loro voce e che si faccia carico delle loro attese, delle paure e delle speranze. Voltar loro le spalle sarebbe l’unico modo certo per perdere. Non solo le elezioni, parlo del senso del futuro. Non sarà facile, troveremo cento e mille resistenze. Noi siamo qui. Se saremo tanti, tantissimi, ce la faremo”.
Bisogna avere ben presente che nulla è facile in democrazia; che ogni scelta comporta discussioni e prese di posizione; che non si può e non si deve mai essere tutti d’accordo, tranne su un punto: il rispetto e la difesa ad oltranza del concetto stesso di democrazia.
Qualcosa comincia a muoversi, comincia a nascere. È una riscossa civile prima ancora che politica; è il risveglio di quel poco di senso civico che sedici anni di berlusconismo non sono riusciti a distruggere; è il guanto di sfida lanciato da gente perbene che non chiede, pretende, di essere rappresentata da persone altrettanto costruttive e perbene.
Se il centrosinistra, se il Partito Democratico vorrà davvero tornare a governare questo Paese dovrà anzitutto recuperare i giovani, la mia generazione, a cominciare da coloro che il 14 ottobre 2007 si sono messi in fila per esprimere il primo voto della propria vita. Erano una miriade, oggi sono molti di meno. Avevano la luce negli occhi, oggi si sentono trascurati e maltrattati da una politica incapace di fornire loro il minimo entusiasmo.
“Politica vuol dire realizzare” sosteneva Alcide De Gasperi; e qui torna il concetto di costruire, mattone dopo mattone, un’Italia migliore, un’Italia in cui tutti, compresi i più deboli, si sentano rappresentati e difesi purché onesti.
Per fortuna, il centrosinistra e il PD, pur avendo perso parecchi treni, hanno ancora la possibilità di costruire la mia generazione, di attrezzarla moralmente e culturalmente per prendere il testimone di chi è stato giovane negli anni delle grandi conquiste sociali (dallo Statuto dei Lavoratori ad una scuola più equa e moderna) e si è speso affinché il Paese potesse compiere i passi avanti che ha compiuto, sia pur tra mille ostacoli e difficoltà.
Una generazione da costruire e un’Italia da riconquistare attraverso la vera politica: cos’altro può chiedere un leader di centrosinistra o un semplice cittadino – come il sottoscritto – animato da quella passione civile senza la quale la vita è più povera?
Roberto Bertoni
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