| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
Il Partito Democratico vissuto da un ragazzo di vent’anni
Una società multietnica, quella verso cui finalmente anche l’Italia si sta dirigendo mentre in Francia e in Inghilterra è una realtà da decenni, è una società bellissima, composta da persone di razze differenti, con usi, costumi e tradizioni che s’incontrano e formano tutte insieme una società nuova, più aperta, nella quale nessuno si sente escluso.
Per definire il nuovo Sudafrica di Nelson Mandela, libero dalla piaga dell’apartheid dopo oltre quarant’anni, l’arcivescovo e premio Nobel per la Pace Desmond Tutu coniò un’espressione rimasta celebre: “The Rainbow Nation” (La Nazione arcobaleno) in cui potevano convivere in pace e armonia etnie diverse.
Ecco, io vorrei che questo accadesse anche nel principale partito d’opposizione italiano, il PD, con l’auspicio che possa diventare in breve tempo il principale partito di maggioranza perché altrimenti svanisce la sua stessa ragion d’essere.
In quest’orrenda fase politica (dove orrenda è un eufemismo), caratterizzata dalla paura, dalla xenofobia, dal razzismo, dal trionfo degli istinti peggiori degli esseri umani, credo che si debba dare alla popolazione un forte segnale di cambiamento: non un cambiamento utopistico, non la realizzazione del “migliore dei mondi possibili” ma un grande cambiamento al proprio interno, anche perché, se non si è capaci di invertire la rotta al proprio interno, è un inganno raccontare ai cittadini di avere proposte valide per cambiare il Paese.
Un PD multietnico presuppone, anzitutto, l’abbandono da parte di tutti delle vecchie e consolidate posizioni: ci vuole molto coraggio, quello che finora è mancato, ma è indispensabile se si coltiva un’ambizione enorme come quella di costruire un’Italia migliore.
Non ha alcun senso perdere tempo ed occupare pagine di giornali per discutere se sia opportuno chiamarsi ancora “compagni” o non sia meglio utilizzare un termine nuovo per definirsi. Ci si può chiamare in qualsiasi modo purché si abbiano obiettivi comuni perché sennò il nome con cui ci si definisce è solo un’etichetta posta sopra un contenitore vuoto.
Non ha alcun senso nemmeno perdere tempo a discutere se i vari gruppi che si sono formati all’interno del PD vadano chiamati correnti o aree di pensiero, se correnti non spaventi gli elettori e se aree di pensiero, invece, non risulti poco comprensibile a chi segue o fa politica dai tempi della Prima Repubblica. Chiamiamole come meglio aggrada a ciascuno di noi e ricordiamoci che le aree di pensiero (io preferisco il termine moderno) sono una straordinaria risorsa in ogni partito riformista che abbia un peso a livello internazionale.
Smettiamola da prima di subito di dividerci su come chiamare la Festa del partito. Festa Democratica, Festa dell’Unità, Festa dell’Unità Democratica: vanno tutti bene, purché siano feste piene di contenuti, di proposte, di progetti e anche di ambizioni e di speranze perché in questo momento c’è più che mai bisogno di un Partito Democratico attivo e visibile sul territorio.
Infine, specie in alcuni comuni del Nord, dove certi amministratori del PD sono stati tentati (o, purtroppo, hanno già attuato) dalle ricette peggiori di quelle della Lega Nord in materia d’immigrazione e sicurezza pubblica, è fondamentale riconoscere i propri errori e ritirare determinati provvedimenti perché un vero partito riformista non può affidarsi a soluzioni contrarie al rispetto della dignità umana sancita dai trattati internazionali solo per venire incontro alle richieste di un elettorato imbarbarito da vent’anni di propaganda leghista.
Innalzare muri o porre divieti assurdi e impossibili da far rispettare, in quanto discutibili sul piano costituzionale, è il peggior modo di fare politica. Chi si difende elevando steccati, produce solo malcontento e insicurezza poiché abbandona a se stesse le categorie sociali più deboli; e, prima o poi, il malcontento esplode e si trasforma in una furia devastatrice che spaventa – quella sì a ragione – ancora di più gli abitanti. Così si ottiene l’effetto opposto a quello sperato: si somma terrore a terrore, insicurezza a insicurezza, diffidenza a diffidenza, creando una miscela d’odio e rancore che può provocare danni incalcolabili.
Tra il 1964 e il 1979 fu sindaco della mia Monterotondo un uomo che attuava una politica coraggiosa e assai diversa da quella attuale.
Si chiamava Renato Borelli e suo figlio Stefano l’ha ricordato in un bel libro intitolato “Mio padre”.
All’inizio dell’opera, raccontando le prime giornate da sindaco del padre, Stefano Borelli scrive: “Essa, mi diceva, specialmente durante l’estate cominciava di primo mattino e terminava a tarda notte. Quasi sempre insieme con l’assessore Mario Zancolla, si incontravano con la gente in un cortile, in una piazzetta, in un bar, in un caseggiato nelle periferie più abbandonate per scoprirne le necessità e le priorità. Venivano le donne che lamentavano l’abbandono in cui erano lasciate le loro case, senz’acqua, senza luce, con le strade buie piene di buche, le scuole lontane, i doppi turni, le pluriclassi (un solo maestro con bambini dalla prima alla quinta). Venivano poi i mariti, i padri e fratelli, a mano a mano che tornavano dal lavoro. Papà ascoltava, Mario Zancolla (allora assessore ai lavori pubblici) prendeva appunti, riempiendo fogli su fogli; poi faceva le proposte e concludevano che bisognava mettersi insieme con la popolazione per la risoluzione dei problemi. C’era entusiasmo, mi diceva papà; tutti li volevano in casa, dove gli uomini sturavano le bottiglie e le donne offrivano una pagnotta del loro forno e due uova di giornata e l’incontro finiva in una grande festa. Papà, quanto sarebbe bello se oggi si potesse riprendere a fare politica ed amministrare in questo modo a diretto contatto con la gente delle sperdute periferie delle grandi città, in cui si parla solo della propria sicurezza e si ha paura di uscire di casa la sera!”.
Spero che queste parole arrivino sulle scrivanie di quei sindaci che, invece, barattano i propri ideali (e sono sicuro che ne hanno) per guadagnare qualche voto in più: è un mostruoso segnale di debolezza piegarsi alle idee – si fa per dire – dei propri avversari, accantonando le proprie. Il messaggio che passa è: vorremmo dire cose diverse ma abbiamo paura di dirle; se vinciamo, faremo più o meno le stesse cose che vorrebbero fare i nostri avversari, ma noi – statene certi – le faremo meglio.
Se per qualcuno proporre di organizzare meglio le ronde è un titolo di merito, per me è un’ottima ragione per disertare le urne o annullare la scheda.
Quando si ha paura di se stessi, il competitore dello schieramento opposto è un amico rispetto alla propria anima, incapace di prendere una decisione, incapace di assumere posizioni nette, incapace di dire no a vergogne cui è doveroso opporsi per motivi etici prim’ancora che politici. È, in poche parole, la morte della politica.
Si è detto spesso, in questi anni, che se il PD vuole andare al governo deve conquistare consensi al Nord. È verissimo, il problema è che quasi nessun commentatore ha spiegato come guadagnarli; anzi, molti hanno suggerito implicitamente di seguire il modello leghista, cioè un misto di conservatorismo, provincialismo e netta chiusura verso chiunque potrebbe alterare gli equilibri di quel microcosmo immaginario che i seguaci di Bossi chiamano Padania. La parola microcosmo non si riferisce alle dimensioni (so benissimo che la cosiddetta Padania è abbastanza grande e influente sul territorio nazionale) ma al progetto in sé: creare una sorta di macroregione autonoma, non di diritto ma di fatto, che, anziché sfruttare la produttività e le risorse economiche del proprio territorio, si arrocca, ponendo uno sbarramento virtuale tra sé e il resto del Paese.
È quanto di peggio si possa fare in un periodo come questo, in cui si può uscire dalla crisi solo se si rimane uniti, in cui la Grecia ha bisogno di aiuti economici da parte degli altri paesi europei per non sprofondare nel baratro, in cui la disoccupazione è alle stelle e le industrie chiudono, in cui si può migliorare solo se si fa tesoro degli errori commessi, in cui si è obbligati a creare dei consorzi tra aziende che operano nello stesso settore se non si vuole andare tutti a casa.
Recuperare il Nord significa tornare a vincere in una città come Milano – storicamente socialista e progressista prima che arrivasse il diluvio berlusconian-leghista – e valorizzare comuni come Torino, Venezia, Genova, Bologna che non ci hanno voltato le spalle neanche quando il risultato nazionale è stato a dir poco deludente.
Quando dico che ci manca il coraggio, mi riferisco soprattutto ad alcune scelte che mi hanno dato l’impressione di un PD rassegnato a perdere in partenza. Penso, ad esempio, alla regione Lazio: eravamo stati colpiti dallo scandalo Marrazzo, è vero, ma il PDL era talmente lacerato e privo di un progetto politico che non è riuscito neanche a presentare la propria lista a Roma. Perché nessuno si è fatto avanti? Perché ci siamo rassegnati a candidare la Bonino? Perché continua a prevalere in noi l’idea che un’eventuale sconfitta sia una catastrofe e una bocciatura definitiva quando, al contrario, è un elemento naturale, anche se triste per chi la subisce, della politica?
Penso alla Campania: il PDL aveva pensato di candidare un personaggio come Cosentino; ha dovuto ripiegare su Caldoro quando ha capito che Cosentino era impresentabile e li avrebbe esposti a rischi eccessivi, nonostante il crollo di consensi della giunta Bassolino. Perché puntare su De Luca e non su persone giovani, oneste e preparate come Pina Picierno e tante altre che amministrano bene territori estremamente difficili da governare?
Perché in Calabria non si è cercata la collaborazione del movimento antimafia “Ammazzateci tutti”: il più grande movimento giovanile italiano impegnato nella diffusione della cultura della legalità e nella lotta alla mafia tra le giovani generazioni?
Se si è cercata, non lo si è fatto abbastanza. E poi, una domanda al Partito Democratico: perché non candidare alla presidenza della Regione Maria Grazia Laganà, vedova di Francesco Fortugno, ucciso dalla ‘ndrangheta il 16 ottobre 2005? È una deputata del PD, una persona splendida per come ha reagito a quel terribile episodio e per l’invito che il giorno dei funerali di suo marito ha rivolto ai calabresi: reagite. Non ha abbandonato la sua terra, non è fuggita, ha ricevuto minacce di morte e ha reagito con queste parole: « Niente fermerà il mio sforzo per la verità. Continuano le attività di aggressione, i tentativi di delegittimazione e di condizionamento nei miei confronti. Però voglio che sia chiaro a tutti che niente, nulla e nessuno mi fermerà nel mio sforzo, affinché siano individuati tutti i responsabili della morte di mio marito Franco e affinché le indagini proseguano ad ogni livello ed in ogni direzione. » La sua candidatura non sarebbe stata un bel segnale per quella terra martoriata dalla malavita?
Ho sempre considerato il PD, fin da quando è nato con le Primarie del 14 ottobre 2007, una delle migliori intuizioni nella storia della politica italiana.
Mi affascinava – e mi affascina tuttora – l’idea che le grandi culture e i movimenti di pensiero di questo Paese possano finalmente cooperare insieme, prefiggersi degli obiettivi comuni e realizzarli con l’apporto delle idee di tutti.
Sosteneva lo scrittore, poeta e aforista polacco Stanisław Jerzy Lec che “dall’incrociarsi di strade nascono spesso le piazze”.
Quando voglio associare un’immagine al PD, mi viene in mente proprio una piazza, una bella piazza come può essere piazza Navona a Roma o piazza Duomo a Milano. Rifletto su quanto sarebbe bello se questo partito divenisse veramente un luogo d’incontro e di condivisione di ideali per le migliori intelligenze del nostro Paese: scrittori, poeti, medici, sportivi (perché anche lo sport è importante e spesso il centrosinistra se ne è colpevolmente dimenticato), insegnanti: tutti coloro che hanno delle buone idee devono essere ben accetti.
E rifletto anche su quanto sarebbe bello se il PD diventasse un punto di riferimento per gli immigrati, specie per quelli di seconda generazione: italiani a tutti gli effetti cui il nuovo Commissario tecnico azzurro Cesare Prandelli ha saggiamente aperto le porte della Nazionale.
Sono i nuovi italiani, il nostro futuro, proprio come i giovani della mia generazione sono il futuro del PD: un futuro di cui Berlusconi e i suoi hanno giustamente paura perché sanno benissimo che, per sopravvivere al potere, hanno bisogno di ragazzi che non vadano oltre il “Grande Fratello” o “L’isola dei famosi”.
Ha scritto Curzio Maltese su “il Venerdì di Repubblica”: “È la fierezza di appartenere a una minoranza di <<apoti>> quella che oggi sembra mancare. Se un movimento, una protesta non hanno successo, non vanno in prima serata, tutto si sgonfia nello spazio d’un mattino”.
È questo il compito principale del PD in una fase così delicata della politica italiana: portare in prima serata chi non ha voce, renderlo visibile come è avvenuto per gli eritrei trattenuti in condizioni disumane in Libia o per i poveracci dell’Aquila presi a manganellate solo perché manifestavano contro le promesse non mantenute del governo.
Un PD multietnico in tutti i sensi è un partito che ha il coraggio di lanciare una sfida, di guardare al domani, di aprire e di aprirsi nuovi orizzonti. È il partito che la mia generazione attende e desidera perché non è vero che i giovani odiano la politica o sono distanti e disinteressati; è che non la capiscono o non la accettano così com’è e, in molti casi, si sono arresi perché stanchi di continuare ad essere una minoranza.
Da sempre, nella storia, è l’unione delle minoranze che diventa maggioranza a cambiare il corso delle cose. Se il Partito Democratico lo capirà e crederà davvero nella possibilità di divenire la piazza in cui confluiscono tante strade diverse, allora arriverà al governo prima di quanto non creda. Altrimenti, non gli rimarrà che aspettare la rottura definitiva da parte dei finiani e rimanere all’opposizione di una destra liberale ed europea – certamente migliore di quella berlusconiana – ma incompatibile col progetto di una sinistra riformista che è la base su cui è stato fondato il Partito Democratico.
Ai lettori: Come lo scorso anno, questa rubrica si concede un po’ di meritate vacanze. Ci rivediamo ai primi di settembre, con l’auspicio che gli scenari politici del prossimo anno siano – anche grazie all’iniziativa politica del centrosinistra – un po’ meno torbidi di quelli che hanno caratterizzato questi mesi.
Roberto Bertoni
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