| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
di Antonella Sciocchetti
Un ammanco di luce elettrica a Villa Pamphili, durante lo spettacolo “Recital” di e con Gianfranco Jannuzzo, ed ecco come uno spettacolo di circa due ore si trasforma in un salotto familiare, a lume di candela. E’ quello che è accaduto a Roma giovedì sera, 8 luglio, nel secondo dei tre appuntamenti previsti dalla Rassegna “Serata d’Attore”.
L’attesa performance dell’attore siciliano inizia puntualmente, in presenza di un pubblico nutrito, catturato da Jannuzzo fin dal primo intervento . Tra i presenti – è lo stesso Jannuzzo a puntualizzarlo con giusta fierezza - Elio e Cinzia, due dei suoi cinque fratelli, ed affezionate fans venute ad applaudirlo da Verona. Per via dell’aria particolarmente afosa, senza tradire la consueta eleganza, l’attore benedice le sue copiose gocce di sudore con una confidenziale e ben riuscita battuta. Le risate e l’applauso autorizzano uno dei presenti ad urlargli a gran voce: “Spegni le luci!”. Evidente il riferimento al ricco parco luci del grande palco.
Eppure, passati due minuti appena, le luci si spengono davvero! Nessuna trovata registica con complicità di figurante: un vero e proprio black-out della storica Villa romana. Le scuse dell’attore accompagnano la necessaria pausa. Il direttore del teatro interviene personalmente e ne spiega le cause di…forza maggiore. L’attesa, coperta qua e là da applausi, concede il tempo di una sigaretta ai fumatori più accaniti come me, ma viene interrotta dalla felice proposta di una gentile signora: “Se questo grandissimo attore è d’accordo, a noi sta bene che prosegua anche in penombra. Staremo tutti in rigoroso silenzio!” L’immediato applauso e un coro di ‘sì’ decretano la concordanza dell’intento: “Per niente al mondo ci perderemmo una performance di Jannuzzo!”.
Non saprei dire quanti attori italiani avrebbero accettato di recitare al buio (perché di buio si trattava, più che di “penombra”. Neppure un raggio di luna accorreva in aiuto!), né quanti avrebbero accettato di farlo a voce viva, in un teatro all’aperto… non una cavea dall’acustica sperimentata. Gianfranco Jannuzzo non ci pensa che un attimo e prosegue il suo spettacolo senza imbarazzi, umilmente onorato della fiducia e dell’amore del suo pubblico, ma precisando con trascinante simpatia: “Oh! Va bene il rigoroso silenzio, ma se dovete ridere o applaudire fatelo, mi RRaccomando!”
E via … una carrellata di racconti da sud a nord dell’Italia, passando con sapienza da un accento dialettale all’altro e sottolineando le sfumature che distinguono i dialetti di una stessa regione geografica. Improvvisa anche, Jannuzzo, ironizzando ulteriormente sulla condizione di “forza maggiore” che di altro ‘lutto’ veste - tre specie di lumini posti d’emergenza ai suoi piedi - l’esilarante narrazione di un napoletano intento a scegliere la bara ideale per il suo benefattore. Racconti che vestono di nuove sonorità vecchie barzellette, teatralmente rielaborate, e racconti di bella invenzione poetica, costruiti su personaggi amabili: tutti cesellati nella camminata, nei tic, nelle reiterazioni, nella mimica e nella gestualità: qualità che hanno battezzato Jannuzzo ‘talento puro’ fin dagli esordi.
Nel suo “Recital”, tra cavalli di battaglia ed inediti, ci regala una elegantissima prova d’istrione. Un istrione misurato, mai compiaciuto di sé, che, negli anni, per esperienza, studio, scelta di repertorio, gusto, dimostra di saper affinare e gestire con invidiabile naturalezza ogni sua dote artistica. Ma di questo fin troppe illustri firme scrivono sovente e con ben altro peso.
Il lettore si chiederà, piuttosto, come sia stato possibile cogliere, al buio, le raffinate sfumature proposte e i tratti di quella mimica e micro mimica che notoriamente possiede. Una risposta è nella potente energia di Gianfranco Jannuzzo, nella capacità rara di farsi dono totale alla sua platea stabilendo con essa, anche in occasioni così paradossali, un’incontenibile senso di familiarità e di complice partecipazione. Se avessi avuto la forza poetica di Borges avrei potuto scrivere un elogio all’impertinenza del buio di Villa Pamphili, in un afoso 8 luglio romano.
L’elogio, con cui chiudo va senza dubbio a Gianfranco Jannuzzo e alla sua generosità che hanno reso unico, irripetibile e magico il clima della serata, ma al contempo si rivolge al suo amabile pubblico. Se da una parte, infatti, il brillare di luce propria aiuta a non temere l’oscurità, dall’altra, il saperlo riconoscere negli altri permette di “vedere” … nonostante il buio.
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