| Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 17:51
“A volte – sostiene Claudio Baglioni – più che di un mondo nuovo, c’è bisogno di occhi nuovi per guardare il mondo”. È la stessa cosa che ho pensato anch’io recandomi nel mio vecchio liceo a salutare gli insegnanti cui devo tutto, grazie ai quali sono diventato un uomo e un cittadino, che non mi hanno fatto scoprire solo la bellezza e l’importanza dell’italiano, del latino o della matematica ma soprattutto la bellezza e l’importanza di pensare con la propria testa, di riflettere e ragionare sul mondo che ci circonda.
Mi viene in mente in particolare una di esse che – fissandomi intensamente negli occhi – ad un tratto mi ha chiesto di dare loro una mano, di non lasciarli soli in questo momento così difficile, di fare qualcosa, almeno dal punto di vista della sensibilizzazione popolare, sapendo che sono appassionato e mi dedico attivamente alla politica.
“Solo tu puoi aiutarci” è arrivata a dirmi, come se stesse parlando con un esponente di primo piano a livello nazionale. C’era nei suoi occhi una fiducia eccessiva (date le mie modeste possibilità di essere ascoltato e di incidere sulle decisioni politiche, tanto meno su quelle nazionali) ma comprensibile perché quanto meno stavo dedicando un po’ di tempo ad ascoltarla, a cercare di comprendere le sue ragioni, a confortarla e ad incitarla ad andare avanti. Anche di conforto e di incitamento hanno bisogno oggi tutti coloro che, per un misero stipendio, spendono la propria vita per formare caratteri, speranze, ambizioni: per costruire, in poche parole, un futuro positivo per quest’Italia in affanno.
C’è uno slogan del Partito Democratico che mi trova pienamente d’accordo: “Prepariamo giorni migliori per l’Italia”. È ciò che fanno ogni giorno i nostri insegnanti, a dispetto dei tagli, dei soprusi, delle umiliazioni cui sono sottoposti da un governo che ha per la cultura la stessa considerazione che i vampiri hanno dell’aglio o i gatti dell’acqua.
Mi tornano in mente spesso quegli occhi, quelle parole, quel sentimento di sconforto misto a rabbia, disperazione, sfiducia da parte di una persona che mi ha insegnato a guardare la vita con ottimismo, a pensare sempre positivo, a fare mia una celebre massima di Solone: “Invecchiando imparo sempre più cose”.
Mi tornano in mente i giorni trascorsi a scuola, quando ancora faticavo a immaginare che potesse verificarsi un simile sfacelo. Non che la Gelmini non fosse già al potere, non che non si parlasse già di tagli economici e di personale (che poi è una diretta conseguenza), non che non ci fosse già una situazione pericolosa e allarmante; ma conservavo ancora l’illusione che quei professori così motivati, così umani, così dediti all’ascolto, così capaci di trasmettere il proprio sapere a noi studenti potessero compiere il miracolo di supplire anche a questa scelta deliberata di abbattere la cultura e tutto ciò che può trasformare i ragazzi in cittadini anziché in sudditi.
Spesso, mi sono trovato a discutere con i miei coetanei e l’aspetto che mi ha quasi sconvolto è che loro sono i primi a non credere in se stessi; credono molto di più in noi le persone che hanno cinquanta-sessant’anni o anche di più, rispetto a quanto noi ci fidiamo delle nostre capacità.
Quando un giorno tracceremo il bilancio dei danni che il berlusconismo ha causato all’Italia, dovremo per forza concentrarci sul concetto alla base del suo “pensiero”: “Uno studio corrente dice che la media del pubblico italiano rappresenta l’evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media e che non sta nemmeno seduto nei primi banchi”.
Quest’affermazione mi preoccupa e m’indigna assai di più del Lodo Alfano, della legge bavaglio e di tutti gli altri provvedimenti-vergogna che il suo governo ha varato da quando gode della fiducia degli italiani, perché le varie leggi per cui centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare sono tutte la diretta conseguenza di questa teoria. L’italiano – secondo Berlusconi – è praticamente un idiota (se vota per il centrosinistra è pure un “coglione”) e chi si sforza di pensare con la testa propria dev’essere contrastato in ogni modo, sia perché potrebbe costituire un esempio per gli altri sia perché, ovviamente, non si fa manipolare né adulare dai solenni proclami cui non seguono mai realizzazioni concrete.
Sarà banale quello che sto dicendo, chi legge costantemente Articolo 21 lo sa già da sé, ma ormai sono diventato un seguace della massima latina “il ripetere giova”, dato che ci troviamo a fare i conti con un governo che ha messo in atto con precisione scientifica i tre slogan del partito del “Socing” che campeggiavano sulla facciata del Ministero della Verità inventato da Orwell in “1984”: “La guerra è pace, La libertà è schiavitù e L'ignoranza è forza”.
Diceva il compianto Norberto Bobbio: “Non vi è cultura senza libertà, ma non vi è neppure cultura senza spirito di verità”. Libertà, cultura, verità: la libertà d’indagare dei magistrati, la cultura che nasce sui banchi delle scuole e delle università, la verità che i giornalisti hanno il dovere di raccontare; non sono i princìpi cardine della democrazia che tre riforme di questo governo – una per settore (Lodo Alfano, DDL intercettazioni e conseguente legge bavaglio, riforma Gelmini-Tremonti su scuola e università) – mettono a serio rischio?
Non bisogna appellarsi a chissà quali esempi, basta un libro pubblicato per la prima volta nel 1949 per spiegare tutto.
E sapete come si chiamava l’organo chiamato a governare il partito? Si chiamava MINAMOR (Ministero dell’Amore; sarebbe perfetto per il Partito dell’Amore fondato da Berlusconi), “la cui funzione – si legge su Wikipedia – è di controllare i membri del partito e di convertire i dissidenti alla sua ideologia, ed è dotato di una polizia politica, la psicopolizia, che interviene in ogni situazione sospetta di eterodossia e di deviazionismo”.
Gli occhi di quell’insegnante mi inducono a riflettere su cosa non ha fatto il centrosinistra per la scuola quando è stato al governo e su cosa dovrà fare quando vi tornerà, ma anche e soprattutto su cosa dobbiamo cominciare fin da subito a fare tutti noi: dobbiamo impegnarci con tutte le forze, con passione e orgoglio a ricostruire una società civile.
Ha pienamente ragione Curzio Maltese quando su “il Venerdì di Repubblica”, in un articolo intitolato “Aspettando la rivolta dei giovani”, afferma: “Eppure quanto avviene da noi nel rapporto fra generazioni merita attenzione, perché non accade altrove. Non esiste un Paese europeo dove il governo possa tagliare fondi all’istruzione senza provocare rivolte di piazza. I giovani europei sanno benissimo che l’unica speranza di avere un futuro nel mondo globalizzato consiste nel ricevere una buona formazione in scuole e università di eccellenza”. E infine ci incita: “Ma, insomma, ragazzi svegliatevi, non fidatevi di delegare a qualche furbastro la protesta, scendete in piazza, fate qualcosa arrangiatevi. Oppure smettetela di arrangiarvi. Che cosa avete da perdere?”. Già, dobbiamo svegliarci, smetterla di arrangiarci, piantarla di vivere senza un progetto per il futuro, affidando le nostre scelte al caso e alla sorte come se stessimo giocando un’infinita partita alla roulette. La vita non è una roulette, questo soprattutto mi hanno insegnato i miei docenti. Mi hanno portato a capire col ragionamento e non con l’imposizione dall’alto, mi hanno insegnato a pescare e mi hanno insegnato anche a non accontentarmi, al ristorante, di un bel contorno con insalatina e pomodorini quando invece ho ordinato una bistecca. Non mi basta che il cameriere sia sorridente; voglio la bistecca e la voglio tutta, visto che la pago perché nulla a questo mondo è gratis.
Dobbiamo, specie noi giovani, tornare a piantare gli alberi e imparare ad aspettare che mettano le radici perché un albero non può nascere dalla chioma così come una casa non può nascere dal tetto.
Rischiamo di essere la prima generazione senza fondamenta e questa sarebbe un’assoluta tragedia dato che ci condanneremmo fin da ora a perdere sempre.
Il mito berlusconiano del vincere sempre, a tutti i costi, senza ideali, senza valori, in partiti liquidi e apolitici, in scuole di basso livello e università che non producono ricerca, questo mito ci condannerà sempre a perdere, come dimostra la nostra Nazionale che – non appena lui se ne va – guarda caso ottiene sempre ottimi risultati. Non è un miracolo; è che i giocatori si sentono apprezzati, ammirati, sostenuti, è che gli esponenti del mondo istituzionale vanno ad incitarli, è che l’intero Paese ritrova fiducia e di conseguenza riscopre l’orgoglio di essere italiani.
È la fiducia che non vedevo più negli occhi di quell’insegnante, è la speranze che era svanita dalle sue pupille. Sono, questi, gli stessi sentimenti che ho visto, invece, negli sguardi dei ragazzi di una squadretta locale che disputava la finale di un torneo calcistico tra i vari quartieri del mio paese.
Ad incitarli, c’erano due assessori di quel quartiere e l’intero quartiere si era riversato sulle tribune; avevano addirittura già organizzato la festa perché, anche se avessero perso, ritenevano comunque di aver dato tutto e di meritarsi l’abbraccio della propria gente, fiera di loro.
Sono andati sotto due volte, hanno pareggiato a pochi minuti dal termine, hanno vinto ai rigori, hanno festeggiato con la propria gente quella notte e l’indomani e il sindaco – essendo fuori – ha telefonato per congratularsi con loro.
Non avevano l’obbligo di vincere ad ogni costo e senza valori; hanno vinto con gioia e umiltà, facendo squadra, battendosi con grinta fino alla fine. C’era in palio un torneo di paese eppure hanno giocato come se dovessero vincere la Coppa del Mondo.
Sono ragazzi come tanti altri, ma in più hanno la fiducia in se stessi che può fare miracoli, come ha dimostrato la spensierata gioventù tedesca che ha demolito 4 a 0 la favorita Argentina di Maradona, col suo attacco stellare ma incapace di fare gruppo nel momento decisivo.
C’è una frase del mio amico Carlo Nesti (tratta dal libro “CalcIO”) che mi viene in mente pensando agli obiettivi che mancano alla mia generazione: “Quella sera diventammo campioni del mondo, perché le imprese sono tali non per quello che sono, ma per ciò che uno ci mette, e noi avevamo dato tutto per scrivere la nostra favola più bella”. Non commentava la finale di Berlino né quella di Madrid; commentava una partita del 1975 tra gli stabilimenti balneari del Real Bagni Sacchi e dei Bagni Eden: una partita che la sua squadra, sulla carta più debole ma assai più umile, composta da ragazzi “con lo spirito compatto del gruppo: magari scarsi, ma tutti amici”, vinse addirittura per 8 a 2 perché ci aveva creduto di più rispetto ad avversari che “spocchiosamente e scelleratamente persero la testa: azioni individuali, tiri velleitari, piccoli screzi, mentre noi eravamo solidi come querce”.
Era l’epoca degli olandesi e del calcio totale: un calcio che può esistere solo se si crede ciecamente in se stessi e nelle proprie capacità.
L’ideologia era: “Scambiare ruoli, esaltare la fantasia, e correre, sempre correre, correre sempre”. Quello che dovrebbe tornare a fare la nostra scuola, quello che dovrebbe tornare a fare la nostra generazione, anche grazie a quella professoressa che – vi assicuro – a me non ha insegnato solo l’universalità del latino e del greco ma l’universalità della vita.
Roberto Bertoni
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