Site Map | Feed RSS | Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:21
Ricerca con Google
Web articolo21.info
 
 
Articolo 21 - Libri e Giornalismo
Taci infame ( di Walter Molino)
Taci infame ( di Walter Molino)

In libreria dal 10 giugno
Walter Molino
Taci infame
Vite di cronisti dal fronte del Sud
il Saggiatore


Chi sapeva dell'esistenza di Mauro Rostagno o Giancarlo Siani o Peppino Impastato prima che fossero uccisi? Sui cronisti vittime di mafie si sono scritti molti libri. Questo è il primo libro sui giornalisti vivi. Perché di santini, questo Paese, ne ha già avuti abbastanza.

Tra i protagonisti di Taci infame vi sono Antonio Sisca, il giornalista del paese calabrese dei casi di «lupara bianca», Filadelfia; Arnaldo Capezzuto e Rosaria Capacchione, testimoni e delle imprese della camorra nelle viscere di Forcella e delle infiltrazioni dei Casalesi nella politica e nell’economia; Dino Paternostro, cronista dell’ascesa criminale dei corleonesi; Michele Albanese, che ha fatto conoscere i segreti delle cosche di Gioia Tauro; Carlo Ruta, a cui si devono molte delle verità sull’omicidio di Spampinato, il giornalista ucciso per aver denunciato le commistioni tra mafia e politica nella provincia di Ragusa. O ancora Lirio Abbate, che ha seguito accanto alla Squadra mobile di Palermo l’arresto di Bernardo Provenzano; Gianni Lannes, il giornalista pugliese vittima di attentati incendiari e censurato dall’informazione per essersi occupato di criminalità istituzionali; Angela Corica, la giovane corrispondente calabrese intimidita con cinque colpi di pistola contro la sua automobile.
Nei territori dominati dalle mafie, i giornalisti che indagano e denunciano diventano bersaglio di minacce, intimidazioni e aggressioni. Lavorano solitamente in testate locali, in condizioni di minorità economica e intellettuale; sono indifesi e vulnerabili, rimangono sconosciuti nonostante la passione che riversano nel loro lavoro. Il libro non è una galleria di eroi civili che si battono a mani nude contro i mafiosi, ma un viaggio nelle periferie dell'informazione dove raccontare può essere pericoloso, dove né la mafia né l'antimafia sono sempre uguali. Questo libro è un reportage esemplare sulla più inquietante periferia dell’informazione italiana in tutti i suoi aspetti, quella del Mezzogiorno, grazie al quale vengono sottratte dal silenzio e dall’isolamento persone e storie altrimenti invisibili.
Ma Taci infame non è solo un libro sui giornalisti e non parla solo di informazione antimafia, è una specie di sonda che attraversa la criminalità, la politica e l'economia dallo straordinario e in alcuni casi inedito punto di vista delle periferie dell'informazione.
Trent'anni fa Peppino Impastato urlava dalle frequenze di radio aut che la mafia era una montagna di merda, ed era sovversivo. Oggi la mafia è cambiata, ma l'informazione antimafia è rimasta ancorata alla rappresentazione dei padrini slegata dal contesto politico-economico e finanziario. In questo senso il legame con le più recenti inchieste sulle stragi Falcone e Borsellino è esemplare: mentre per anni tutti - la magistratura, la politica, l'informazione e quindi l'opinione pubblica – hanno rappresentato e raccontato nei minimi dettagli la ferocia e la personalità dei corleonesi, si è evitato per pigrizia, malafede, furbizia, di indagare e raccontare il contesto, le connessioni, le connivenze. Al contrario Taci infame non si limita alle inchieste e alle esistenze condotte dai cronisti; vuole bensì essere un punto di partenza per fare luce sul contesto da cui nasce e si sviluppa la criminalità organizzata nel Mezzogiorno d’Italia.

Walter Molino è un giornalista siciliano. Sue inchieste e reportage sono stati pubblicati su Diario, Il Sole 24 Ore, Il Fatto quotidiano, Il Venerdi di Repubblica, Linus.

il Saggiatore
Collana Infrarossi
€ 15,00 / pp. 239
ISBN 978-88-428-1625-6


Di seguito un estratto dal libro:

Stai zitta tu, figlia di infame

«Sempre a contatto con queste canaglie. Li vedi in giro, li arrestano, scrivi di loro e due giorni dopo sono fuori che si leggono il giornale e fanno le pulci a quello che hai scritto. Dopo un anno li incontri e si ricordano di te. Ti guardano storto incrociandoti per la strada. Ti conoscono, sanno tutto della tua famiglia, ti trovano quando vogliono. Questa redazione, lo vedi, è sulla piazza. Ogni santo giorno qualcuno sale le scale e viene qui a gridare. La piccola ha otto anni, il suo compagno di scuola le dice “Stai zitta tu, figlia di infame”. Piange, “che significa papà?”, come glielo spieghi che quello è figlio di uno di cui mi sono occupato. Giornalista peggio degli sbirri, gli sbirri lo fanno per il pane, noi campiamo sulle loro disgrazie. Le loro sono sempre disgrazie, non ho mai visto uno che si dicesse consapevole di aver sbagliato. Tutti innocenti e noi farabutti a speculare sui loro guai.
«Corrado Alvaro cosa scrive, ce l’ho sulla scrivania: la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile. Vale la pena oggi vivere rettamente o devi essere ladro farabutto figlio di puttana truffaldino? Oggi essere persona perbene non paga, sei un derelitto ecco, un cazzone, ma guarda quello stupido. La Calabria è perduta, non c’è ambito sociale, civile, imprenditoriale che non sia condizionato dalla ’ndrangheta. E il popolo è completamente assuefatto. La mia voglia di raccontare viene dall’urgenza di riuscire a catturare un minimo di attenzione dalla società civile. Svelare, contestualizzare, provocare i corpi intermedi della società che dovrebbero fare argine e contrapporsi alla ’ndrangheta. Ma quando mai. Partiti, sindacati, associazioni, la Chiesa che tace, non si salva nulla. Le lobby e la massoneria decidono i destini di due milioni di persone, e insieme alla ’ndrangheta azzerano le libertà e costringono tutti alla rassegnazione e all’indifferenza.»

’ndrangheta: rosarno, minacce morte a giornalista quotidiano
– reggio calabria, 27 gen – Una lettera con minacce
di morte al giornalista del Quotidiano della Calabria Michele
Albanese è stata inviata alla redazione centrale del giornale. Nella
missiva si avverte il giornalista di «stare attento, in particolare,
quando scrive di fatti di ’ndrangheta riguardanti il territorio di
Rosarno». Ad Albanese e al Quotidiano della Calabria ha espresso
solidarietà il segretario del Sindacato dei giornalisti della Calabria,
Carlo Parisi. «Le minacce alla libertà personale, così come
a quella di parola o di pensiero» ha detto Parisi «non riusciranno
certo a imporre la vergognosa cultura improntata al sopruso e
alla prepotenza.» Secondo Parisi, «quella nei confronti di Michele
Albanese non è altro che l’ennesima minaccia senza firma
a chi fa bene il suo lavoro. Soltanto continuando a lavorare,
quotidianamente, con serietà e passione nel pieno rispetto delle
regole etiche e deontologiche della professione, si può sperare
di scardinare le assurde pretese intimidatorie di chi pensa di
condizionare, così, l’esercizio della libera informazione». (ansa).
27-gen-10 20:21

«È arrivata una lettera alla redazione centrale del mio giornale con minacce di morte alla mia persona, lettera che è arrivata facendo riferimento a Rosarno. Sbirro e amico degli sbirri, quando scrivo di quel paese devo lavarmi la bocca. Ne avevo ricevute altre che avevo denunciato all’autorità giudiziaria, ma il mio giornale non aveva
raccontato nulla e neanche di questa vicenda avrei voluto parlare, perché immaginavo la reazione in famiglia. Mia madre, mia moglie, le mie figlie. La grande ha sedici anni ed è terrorizzata; sapevo che sarebbe stato difficile, ma non potevo più tenerlo nascosto, sarebbe stato imprudente. Ne sono arrivate soprattutto negli ultimi due anni, perché qualcosa sta cambiando nella mentalità della ’ndrangheta, hanno capito che l’informazione è strategica, colpiscono giornalisti, cameramen, fotoreporter. E invece di fare squadra l’informazione peggiora. Ora è il momento di studiare la filigrana dei fatti e invece c’è la corsa a chi urla di più. Titoli sparati e contenuti vuoti. Analisi e strumenti per l’interpretazione della realtà zero. Ma ai criminali, a fargli paura sono i ragionamenti e le connessioni. Il giornalismo è di denuncia se è capace di scardinare il conformismo, proporre nuove narrazioni e provocare la reazione della società civile, sennò è solo un inutile strepitare. Le grosse famiglie di ’ndrangheta non vogliono pubblicità, a loro fa gioco il silenzio. Non lo so se arriveranno a sparare contro qualcuno di noi, credo che calcolino l’effetto mediatico, ma c’è una zona grigia che sta al centro fra mafia, politica, affari e massoneria che in Calabria guadagna e ingrassa. È quello il confine, il circolo degli intoccabili. Se lo calpesti salti in aria.
«Se ti dicessi di no direi una bugia, se dicessi che non ho paura mentirei. Vorrei solo fare il mio lavoro, diciamo tutti così, lo so, ma non so quanto potrò resistere. Sono responsabile di una redazione periferica in un territorio a rischio. E qui non sbattiamo mostri in prima pagina, cerchiamo di arrivare in profondità nelle cose. Andiamo al ritmo del passista, crediamo alla goccia che scava la roccia, costante, puntuale, misurata e precisa. Ma siamo isolati. Spesso ho difficoltà anche a comunicare col mio direttore o coi colleghi di Cosenza. Il contesto è drammatico, loro da fuori forse non ne sono consapevoli fino in fondo.
«Mi occupo di cronaca, omicidi e faide nella piana di Gioia Tauro dai primi anni ottanta, per tanti anni alla Gazzetta del Sud, poi nel 2001 sono stato assunto dal Quotidiano di Calabria che mi ha affidato l’ufficio di corrispondenza qui a Polistena, seguiamo i trentatrè comuni della Piana. Ho quarantotto anni e sono il più anziano qui nella zona. Molti di questi ragazzi che lavorano in giro li ho formati io, ma oggi vedo troppo arrivismo. Ho cercato di trasmettergli un certo tipo di metodo, ma forse come maestro non valgo granché.
«In Calabria prima c’era solo la Gazzetta, adesso di giornali ce ne sono troppi e si fanno una concorrenza spietata per vendere dieci copie in più. Ma se un giornale non vende a sufficienza da rendersi autonomo dai poteri forti, volente o nolente si mette al servizio dei devastatori della Calabria. Forse dovremmo chiederci perché ne nascono così tanti di giornali: per soddisfare un bisogno d’informazione reale o per servire gli appetiti di alcune lobby? Il Quotidiano è un giornale vero, l’estate scorsa abbiamo toccato la soglia delle ventimila copie, eppure con questi numeri siamo in difficoltà, abbiamo accettato un contratto di solidarietà per evitare licenziamenti.
«Mi chiedo come fanno a stare in piedi quotidiani da cinquemila copie con redazioni in tutte le province: dov’è il trucco? E intanto la facoltà di Scienze della comunicazione continua a sfornare giovani che vogliono fare i giornalisti e la prima cosa che ti chiedono è: che contratto mi fai? Oggi il mito è il giornalista rampante, il cronista coraggioso che diventa famoso, ma questo non c’entra niente con il nostro lavoro. Noi siamo pure in un posto particolare, il nostro lavoro lo dobbiamo mettere al servizio del territorio non al servizio di noi stessi.
«Mi chiamo come mio nonno. Michele Albanese a Cinquefrondi è una figura mitica. Sei anni di prigionia in guerra, torna al suo paese distrutto e non ci pensa un secondo, si mette alla testa del movimento per l’occupazione delle terre, apre la prima sezione del Partito comunista. Allora, se vuoi sapere chi me lo fa fare ti dico la passione e la testa poggiata sul cuscino la sera con la sensazione di aver fatto il tuo. E la speranza che qualcosa cambi. È come una piccola voce interiore che ancora un poco ci crede, finché la sento vado avanti. Da giovane ero un ribelle e mi ha salvato un prete, io di famiglia comunista, omonimo del leggendario Michele Albanese, ho fatto politica nella Dc e poi il sindacalista nella Cisl, fino a uscirne esausto e nauseato. Quando ho scelto di fare il giornalista ho deciso di restare in Calabria, perché aveva senso farlo qui. Sto crescendo i miei figli tra sofferenze e fatiche, perché qui sono nato e qui ho da svolgere il mio compito e fra vent’anni saprò di aver fallito ma di essere arrivato in fondo, fino in fondo anche sbagliando. Anche se da noi lo sport preferito è quello di crescere figli, fargli fare la scuola superiore qui e poi mandarli all’università sognando che loro restino fuori e magari seguirli. Drammatico, no? Prima scappavano i giovani, adesso sono gli adulti che sognano di fuggire. Mi domando se non sia già tutto finito.
«Sbagliano gli altri o sono io che sono pazzo. Il giornale non ti paga da tre mesi e tu sai che ci sono delle difficoltà e stringi i denti, in fondo devi ritenerti pure fortunato perché tua moglie fa l’insegnante e almeno uno stipendio entra, ma poi hai due figlie e ci sono i momenti complicati che si rompe lo scaldabagno e vai in crisi, i conti non tornano. I bavagli e le battaglie per la libertà d’informazione mi fanno girare i coglioni. Santoro, Floris, Vespa, venissero loro a fare sei mesi della vita che faccio io a 1200 euro al mese, pagandoti la benzina e il computer, rischiando tutti i giorni che qualcuno ti spezzi le ossa. Ma è la solitudine il prezzo più alto. Io sono completamente solo, una solitudine culturale che fa paura. Il tempo lo riempio tutto con il mio lavoro, ho difficoltà a inserirmi nel contesto sociale del mio paese perché non condivido un cazzo. Ho pochissime frequentazioni, è difficile trovare uno con cui dialogare, con cui sentirti in sintonia. Se vuoi parlare con un amico devi fare trenta chilometri, sempre che sia libero. Qualche mese fa ho conosciuto Roberto Saviano, voleva informazioni sulla ’ndrangheta di queste parti e il direttore mi ha chiesto di incontrarlo. Sono andato pensando di trovare un saputello e invece ho incontrato un bravissimo ragazzo che a un certo punto mi ha detto: “La mia è una vita persa per quello che ho fatto, però in qualche maniera mi sento sicuro, ho guadagnato con il mio libro, vivo sotto scorta. Ma tu come fai a stare sempre lì e tenere famiglia?”. Quell’incontro mi ha rincuorato, per un po’ il morale s’è alzato.
«Bello mio è questa la vita, ci sono momenti di rabbia che dico ma vaffanculo non posso trovare un lavoro normale, fare il ragioniere e per soddisfare la voglia di raccontare mi occuperò di cultura. Ma davvero non so fino a che punto reggo, non è per niente facile. Comincio a stancarmi, mi sento veramente stanco, non sono più contento e ho perso il sorriso, non ti dico la voglia di vivere perché la famiglia è il bene più grande, però quando non riesci a sorridere ai tuoi figli capisci che qualcosa dentro di te sta morendo e invece i tuoi figli hanno diritto di vederti sorridere mentre io sono sempre serio, cupo e preoccupato. Cerco di non darlo a vedere però me ne accorgo che non sono più quello di dieci anni fa, che non sono più quello di cinque anni fa, che non sono più quello dell’anno scorso, e più passa il tempo e più ti incupisci e questo ti fa pensare, capisci, questo ti fa pensare.»

 

Notizie Correlate
Audio/Video Correlati
Dalla rete di Articolo 21