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Articolo 21 - Libri e Giornalismo
Anatomia dell’Italia repubblicana ( di Nicola Tranfaglia)
Anatomia dell’Italia repubblicana ( di Nicola Tranfaglia)

“Anatomia dell’Italia repubblicana” analizza la storia italiana dalla guerra di liberazione ai nostri giorni. L’ispirazione per la sua stesura nasce tuttavia da eventi attuali. Infatti il dibattito in corso sulle future celebrazioni dell’Unità d’Italia, con il suo seguito di polemiche se il Risorgimento, al pari della resistenza al fascismo e al nazismo, sia stato o no una rivoluzione nazionale fondante del nostro stato moderno ha indotto Nicola Tranfaglia a partire dagli eventi più recenti, appunto dalla guerra, dalla sua fine e dall’assemblea costituente, per ripercorrere gli ultimi sette decenni della nostra storia alla ricerca di un principio che, attraverso le battaglie combattute dai nostri padri per la democrazia, aiuti a individuare la strada che guidi il Paese verso il futuro. E questo riguarda soprattutto la Costituzione repubblicana e le polemiche sulla sua adeguatezza rispetto alle mutate condizioni sociali e politiche. Ed è particolarmente su questi temi fondamentali che Tranfaglia si sofferma: la priorità di creare nuove classi dirigenti capaci di far politica non per i propri interessi ma per passione e per servizio civile; la lotta contro i vecchi vizi italiani del trasformismo, del clientelismo, della corruzione pubblica e privata e contro la presenza e l’espansione delle associazioni mafiose, l’arretratezza dell’amministrazione pubblica per avviare il definitivo risanamento dei tanti altri problemi irrisolti.

PREFAZIONE
Siamo alla vigilia di un anno, il 2010, che avrebbe potuto costituire
un bilancio significativo del cammino percorso dagli italiani in
un secolo e mezzo dall'unificazione nazionale. Ma questo bilancio
non ci sarà perché l'attuale classe dirigente si sente nella sostanza
estranea alla nostra storia.
La coalizione di centro-destra, guidata da Silvio Berlusconi, ha boicottato
con tutti i mezzi i centocinquanta anni della nostra unificazione
nazionale per ragioni evidenti: non sente il risorgimento come
una rivoluzione nazionale e tanto meno ritiene che la resistenza contro
i nazisti e i fascisti nel 1943-45 sia stata un momento decisivo e
fondante dell'Italia repubblicana, è ancora aperta attraverso la Lega
Nord a velleità secessioniste e non accetta la Costituzione democratica
del 1948 come la carta fondamentale del Paese. Tanto è vero che
vuole cambiarla nei meccanismi di governo, ma anche nell'amministrazione
della giustizia e nelle politiche economiche e sociali.
Di qui la volontà, espressa in più occasioni da Berlusconi e da
alcuni suoi luogotenenti, di far passare sotto silenzio quella data e di
non riunire gli italiani in un momento di confronto e di bilancio del
nostro cammino nazionale.
Non si capisce allora come la destra al potere possa parlare ancora
di memoria condivisa e invitare gli italiani ad unirsi in una comunità
conciliata.
Se non si ripercorre il passato e non si coglie insieme il senso delle
battaglie combattute dai nostri padri per la democrazia, come si fa a
guidare il paese verso il futuro?
È un interrogativo questo a cui né la destra berlusconiana né i
revisionisti di accatto che si sono uniti a loro pensano di dover rispondere.
Eppure, se non si parte di qui, è diffi cile intraprendere un dialogo
aperto e consapevole su cui costruire la nuova Italia.
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Un discorso analogo, e persino più stringente, vale per gli oltre
settant'anni che ormai ci separano dalla fi ne della seconda guerra
mondiale, e che segnano l'inizio dell'Italia repubblicana di cui narriamo
in questo libro le vicende politiche e sociali essenziali.
Questa repubblica, che è costata il sangue dei nostri padri e che
ha consentito agli italiani di vivere in democrazia, è un periodo che
i nostri attuali governanti non amano.
La costituzione del 1948, che resta tra le più moderne e avanzate
dell'Occidente e che è stata alla base della dichiarazione europea
di Nizza nel Duemila sui diritti dell'uomo, non piace per nulla alla
destra berlusconiana.
È stata defi nita più volte una costituzione di tipo ‘sovietico' perché
è favorevole ai diritti sociali degli individui, a libertà fondamentali
che vogliono conciliare i diritti imprescindibili con il loro valore
sociale, non piace a una visione, tutta liberistica e individualistica,
del mondo quale è quella che è nella mentalità del capo carismatico
e dei suoi seguaci.
Soltanto da poco sta incominciando ad emergere una concezione
diversa all'interno della destra italiana che sembra avere nel presidente
della Camera Gianfranco Fini il suo rappresentante, ma è
ancora fortemente minoritaria e non sappiamo quale spazio riuscirà
ad avere nella coalizione di governo.
Di fronte a una simile alleanza, così fortemente infl uenzata dal
secessionismo della Lega Nord e da spiriti interni xenofobi e razzisti,
si sta formando una coalizione di centro-sinistra che ha nel
Partito Democratico la sua forza più rilevante e nell'Italia dei Valori
il suo alleato di maggior rilievo, ma i rapporti tra i due partiti sono
ancora diffi cili, e non sappiamo se da queste due forze potrà nascere,
e quando, un'alternativa concreta di governo in grado di battere,
a livello politico ed elettorale, il regime populistico a cui aspira la
destra oggi al potere.
Eppure questa appare l'unica prospettiva a cui guardare nei prossimi
anni per dare un senso diverso alla fi ne della transizione italiana
dal vecchio sistema politico e crearne uno nuovo, ma fedele ai
principi fondamentali della nostra storia moderna.
Quanto all'Unione di Centro, che in alcune regioni si allea con
il centro-sinistra ma in altre decide di andar da sola alle elezioni
amministrative e in altre ancora ritorna con il centro-destra, sarebbe
ora che le forze del centro-sinistra capissero tutte che su quell'alleanza
non si può contare per costruire un'alternativa effettiva alla
coalizione guidata da Silvio Berlusconi.
L'Italia dei Valori lo ha già capito. È auspicabile che lo capisca
presto anche il partito più grande del centro-sinistra in modo da
evitare quello che succede a tutte le alleanze basate soltanto sulla
convenienza del momento, e non su una scelta programmatica chiara
e tale da costruire qualcosa di nuovo e da resistere alle avversità
più contingenti.
Ma il problema è di più lungo periodo. La storia dell'Italia repubblicana
dimostra, non soltanto negli ultimi decenni, che la sinistra
può convincere gli italiani a cambiar governo soltanto se non imita
o, ancora peggio, copia la destra, ma ad essa contrappone una visione
davvero alternativa della realtà.
In questo senso tutte le scadenze politiche ed elettorali sono importanti
per comprendere la direzione della storia e quel che avverrà
in un prossimo avvenire.
I settant'anni della repubblica hanno chiarito in ogni modo altri
aspetti fondamentali della nostra storia.
Ad esempio, la priorità importante di creare nuove classi dirigenti
capaci di far politica non per i propri interessi particolari, ma per
passione e per servizio civile.
Quella di lottare efficacemente contro i vecchi vizi della storia
italiana: il trasformismo, il clientelismo, la corruzione pubblica e
privata. Infine di risolvere finalmente il problema antico del divario
tra il Sud e il Nord del paese.
E, nello stesso tempo, la capacità di affrontare problemi ormai secolari
e destinati a influire negativamente sullo sviluppo economico
e civile del Paese come la presenza e l'espansione delle associazioni
mafiose, l'arretratezza dell'amministrazione pubblica, la mentalità
particolaristica e poco attenta agli interessi pubblici.
L'esperienza storica dimostra che gli italiani hanno avuto soltanto
in momenti eccezionali, come subito dopo l'unificazione nazionale
e dopo la sconfitta fascista seguita alla seconda guerra mondiale,
gruppi dirigenti in grado di metter da parte almeno per un certo
tempo alcuni gravi difetti storici e lottare per il progresso del Paese.
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C'è da sperare che, dopo l'ormai lungo dominio populistico di Silvio
Berlusconi, si verifichi di nuovo uno scatto collettivo e si riesca a
costruire un paese moderno e civile.
Questo è quello che vale la pena auspicare senza dimenticare, tuttavia,
la storia tormentata del settantennio che qui ho cercato di
raccontare con il massimo della sintesi possibile e con un linguaggio
aperto e diretto in particolare alle nuove generazioni.
In questo senso non c'è dubbio che altre pagine sarebbero state
utili per compiere un'analisi approfondita di tutte le svolte che hanno
caratterizzato l'età repubblicana, ma questo avrebbe condotto a
un libro assai più ampio, di non facile lettura né di rapido uso didattico
da parte di giovani che non hanno vissuto quegli avvenimenti e
devono impadronirsi dei quadri essenziali di riferimento come degli
avvenimenti più importanti.

Ringrazio Teresa de Palma che ha collaborato a questo libro con
le sue costanti e utili osservazioni.

Nicola Tranfaglia

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